1. Premessa

Nel nuovo millennio i cosiddetti “viaggi della memoria”, cioè spostamenti organizzati verso mete di interesse storico, per lo più contemporaneo, sono sempre più praticati e riconosciuti. Sono diventati un fenomeno collettivo, che coinvolge ogni anno migliaia di studenti e adulti; e l’etichetta designa sia un settore della didattica storica che un vero e proprio brand commerciale.

Ma dopo anni di pratica non sempre meditata, oggi questo campo è divenuto oggetto di riflessione; e numerose sono le domande sorte a riguardo, non tutte di facile risposta. Davvero visitare un campo di sterminio è il modo migliore per imparare la Shoah? Che differenza c’è (se c’è) tra un viaggio della memoria, una gita scolastica e un viaggio di istruzione? Si tratta di turismo di scopo, di turismo sociale o di qualcosa di ancora diverso?

Per rispondere a questi e ad altri interrogativi che circolano ampiamente nell’ambito della rete degli istituti storici (e non solo), il presente dossier affronta il tema dei “viaggi della memoria”, intendendo con questa espressione forme di movimento collettivo e organizzato verso mete significative per il loro valore storico-memoriale.

Procederemo in due direzioni. Da un lato esplorando le origini storiche del fenomeno. Il “pellegrinaggio laico” è infatti un rito collettivo di lunga data, che ha visto varie declinazioni nel corso dell’età contemporanea, legate per lo più alle diverse forme di religione politica, prima tra tutte quella nazionale. Dall’altro lato ci soffermeremo sui “viaggi della memoria” nel senso corrente, rintracciandone gli esordi, ripercorrendone le esperienze più significative, evidenziando i cambiamenti intervenuti dopo il 2000 con l’introduzione della Giornata della memoria.

Lo faremo, come sempre, guardando al fenomeno dall’Emilia-Romagna (ma non solo in Emilia-Romagna). Una regione che ha avuto diversi luoghi storici di pellegrinaggio “in entrata”. Ma che ultimamente si è distinta anche per la sua propensione ad andare altrove: non solo le esperienze di viaggio di Istituto storico di Reggio Emilia (Istoreco) e Fondazione Fossoli sono tra le più consolidate in Italia, ma la Regione Emilia-Romagna, attraverso la sua Assemblea legislativa, ha anche varato un finanziamento stabile per sostenere le proposte di viaggio più interessanti.

Dunque un dossier atipico rispetto alla tradizione di “E-Review”, con una prima sezione, curata da Davide Bagnaresi, dedicata a saggi più classici, di ricerca storica in senso proprio (contrassegnati nell’indice con il numero romano I), che esaminano forme di viaggio storicamente motivato tra Ottocento e Novecento, da o verso l’Emilia-Romagna; e una seconda, curata da Mirco Carrattieri, rivolta invece alla stagione più recente, con interventi più agili e attualizzanti, tagliati sulla public history (contrassegnati invece con il numero romano II).

2. Una lunga storia

Fornire una definizione di “pellegrinaggio politico” appare tutt’altro che semplice. I “pellegrinaggi laici”, al contrario dei loro progenitori religiosi, alla cui ritualità peraltro si ispirano (ce ne parla qui Ruozzi), sono stati raramente protagonisti dei libri di storia o di manuali del turismo. Eppure, quella che erroneamente può apparire come una prassi, oggi in larga parte scomparsa o ristretta a una cerchia di élite, ha tuttavia rappresentato, nella sua dinamicità e nelle sue trasformazioni, lo specchio dei cambiamenti socioculturali, politici ed economici dell’Italia sin dalla sua Unità.

Basti pensare alle più recenti forme (e definizioni) nate ed evolutesi negli ultimi decenni che prendono oggi il nome di “turismo politico”, “turismo della memoria” o “turismo scolastico”, promosso a fini educativi da istituti primari e secondari. “Turismo”, un termine che potrebbe stonare se esaminato dal punto di vista letterale, ma con il quale questi viaggi condividono più di una analogia.

Tanto in passato quanto oggi le mete di pellegrinaggio e le destinazioni turistiche sono soggette a mode e periodizzazioni. Entrambe, inoltre, necessitano generalmente di strumenti che ne facilitino l’esperienza, come un’associazione che le pianifichi o una letteratura di viaggio che le interpreti e arricchisca.

Se il successo delle destinazioni turistiche è da sempre condizionato da mode, quello di un luogo meta di pellegrinaggio lo è, invece, dal clima politico. Se le stazioni termali cedettero il passo a quelle balneari a seguito della “scoperta del sole”, dopo la Grande guerra i luoghi di devozione risorgimentale caddero in secondo piano rispetto a trincee, sacrari militari e – in seguito – a tutto quel panorama di luoghi e personaggi che ruotavano attorno ai martiri della rivoluzione fascista e al suo ideatore. Le tracce di questi ultimi (non tutte, come dimostra qui Proli) vennero cancellate a loro volta nel secondo Novecento. A prendere il loro posto furono nuovi cimiteri e nuovi campi di battaglia; ma anche, sempre più, mete internazionali legate alle nuove appartenenze ideologiche [Hollander 1988].

Nel pellegrinaggio politico a mutare, rispetto al turismo più propriamente riconosciuto, sono le motivazioni del viaggio. Si tratta di una tipologia di escursionismo estranea allo svago offerto dai luoghi di villeggiatura che anche in Italia si stavano aprendo al turismo borghese, ma di un viaggio (a definirlo così furono stampa e organizzatori congiuntamente) che «mosso da sentimenti di devozione alla Nazione, aveva come destinazione i luoghi in cui si morì per essa, le tombe dei suoi padri e gli ossari dei suoi martiri» [Brentari 1901].

Per quanto riguarda le periodizzazioni non vi è dubbio che, almeno in Italia, il periodo liberale si caratterizzi per essere quello con una maggiore differenziazione dell’“offerta”, frutto delle numerose anime politiche ereditate dal processo unitario.

A questo riguardo, l’analisi dell’elemento lessicale, mutuato anch’esso dalla sfera religiosa, può ritenersi utile alla comprensione dello spirito che mosse i visitatori sin dagli anni Sessanta dell’Ottocento. Caratterizzò, infatti, appellativi di eventi, programmi e relazioni ufficiali, espressioni della memorialistica privata e perfino di souvenir e brochure realizzati in ricordo delle celebrazioni istituzionali o delle escursioni patrocinate da associazioni di carattere patriottico. Benché nei più celebri dizionari (religiosi e non) dell’epoca, a fianco delle parole “pellegrinaggio”, “pellegrino”, “martire”, “santo” e “santuario” non compaia alcuna accezione di carattere laico, appare evidente come questa terminologia fosse entrata nell’uso comune dell’aneddotica di tali escursioni [Bettini 1892; Del Grande 1881; Meazza 1888]. Spingendosi oltre, in questa rappresentazione metaforica le stesse mete acquisiscono, come s’è accennato, un valore mistico. Esse vennero descritte (e percepite) come «sacre», «venerande», «venerate» e «immacolate», così come “sacri” erano ritenuti gli oggetti depositati al loro cospetto. Un discorso analogo è valido per gli ossari dei caduti, simbolicamente rappresentati come «santuari» o luoghi «benedetti», e gli stessi campi di battaglia in cui le «zolle sante sono bagnate dal sangue dei martiri». Nell’ambito di un simile immaginario dalle chiare tinte mistiche, gite e cortei verso i luoghi della memoria risorgimentale si trasformarono agevolmente in pellegrinaggi ai quali, nei resoconti ufficiali o nella memorialistica privata, si accostarono aggettivi quali «pio», «pietoso», «devoto».

Primi a muoversi lungo una simbolica mappa che toccava l’area centro-settentrionale del Paese furono i reduci delle patrie battaglie. Non tutti i luoghi ebbero la stessa importanza. Già dai primi anni postunitari iniziarono a delinearsi – per continuare a mutuare un termine tipico dell’esperienza religiosa – mete maiores e minores. Tra le prime si possono annoverare San Martino [Emiliani 1882; Siciliani 1881], Solferino [Gita a Solferino 1885] e Porta Pia; tra le seconde Goito, Novara, Mortara, Montebello, Volturno, Gaeta, Montebelluna, Villafranca, Santa Lucia nonché – come lecito attendersi – l’area dell’Aspromonte. L’interesse verso i luoghi citati avvenne dapprima individualmente, attraverso un moto spontaneo, e in seguito di gruppo, grazie alla nascita dell’associazionismo reducistico. Ai reduci, dai primi anni del Novecento, si affiancò una nuova generazione non più composta dai combattenti, ma stimolata dalla nascita di nuovi sodalizi sportivi, turistici e patriottici [Raccagni 1994; Pivato 2006].

Motivazioni analoghe spingevano reduci e seguaci della “contro memoria” garibaldina a imbattersi in un non semplice viaggio per sbarcare a Caprera dove, inizialmente, si giungeva per incontrare Garibaldi [Mc Grigor 1866; Guarniero 1882] e, dopo il 1882, per venerarne casa e tomba [Cavallotti 1887; Romussi 1892; Terzo pellegrinaggio 1897; Caprera 1907]. Tutt’altro che agevoli apparivano anche le gite a Bezzecca [Un convegno ciclistico a Bezzecca 1902], per la quale occorreva oltrepassare l’«insidioso» confine. Varcato quindi più raramente, quest’ultimo si poneva come meta di un simbolico incrocio: da sud verso nord era attraversato da irredentisti italiani che salivano sul colle di San Giusto (Trieste) o si facevano fotografare ai piedi della statua di Dante a Trento; in direzione nord verso sud da ciclisti provenienti dalle terre escluse dal processo unitario, che si spingevano – accolti festosamente dai consigli locali e dalle bande municipali – in città simboliche dell’italianità come Mantova, Verona e Ravenna [Ravenna a Garibaldi 1907; Il pellegrinaggio garibaldino 1907]. In quest’ultima la destinazione, tuttavia, non era solo il capanno di Anita (di cui si occupa il saggio di Mattarelli; si veda anche fig. 1), bensì la tomba di Dante, dove lasciare una “offerta votiva” (una di queste è ancora oggi visibile) [L’album fotografico 1908].

Fig. 1. La trafila garibaldina romagnola
Fig. 1. La trafila garibaldina romagnola

Se le esperienze dei primi erano facilitate dal Touring club italiano (Tci) o dalla Dante Alighieri – solo per citare le più celebri associazioni –, quelle dei secondi erano permesse grazie allo sforzo di sodalizi filo-italiani che mascheravano i loro reali obiettivi definendosi da statuto come sportivi, musicali o culturali [Tonezzer 2007].

Organizzati, ma in grande stile, erano anche i viaggi mossi per commemorare gli uomini di Casa Savoia. Benché nati per essere poco numerosi e con un numero esiguo di mete, i pellegrinaggi di fede monarchica detengono, tuttavia, un primato: quello del più imponente evento organizzato durante il periodo liberale.

L’anno è il 1884. L’occasione la commemorazione del 25° anniversario del Risorgimento nazionale. Il luogo il Pantheon, a Roma. Qui, per omaggiare la tomba di Vittorio Emanuele II, accorsero ben 76.000 partecipanti, provenienti da ogni parte del Paese. Si trattò di un vero e proprio “giubileo laico”, organizzato, con tanto di statuto e di rigido regolamento, da un comitato nato ad hoc che dovette provvedere per motivi di ordine pubblico alla suddivisione dell’evento in tre distinte giornate [Fujisawa 2004]. Se con il passaggio dalle associazioni reducistiche ai sodalizi patriottici iniziarono a mutare i canoni e le pratiche, con gli anni Dieci del Novecento si assistette a un primo, profondo, cambiamento delle rotte pellegrine. Ultimi pellegrinaggi, prima della Grande guerra, furono quelli verso le nuove terre italiane d’Africa, Tripolitania e Cirenaica [Primo pellegrinaggio 1912; Pasi 1914]. Troppo complesso organizzarli, essi furono per lo più riservati a borghesi e promossi da associazioni ben strutturate nel territorio. Di queste “carovane” (per utilizzare i termini dell’ente proponente), benché lo scopo ufficialmente dichiarato fosse il doveroso omaggio alle tombe dei caduti nell’impresa coloniale, rimane il sospetto – tutt’altro che infondato – che il vero obiettivo della spedizione consistesse nel creare aggregazione e consenso popolare attorno alle scelte di politica estera del Regno.

Nuovi luoghi, nuovi martiri, nuovi rituali caratterizzano i viaggi devozionali nel periodo successivo. Un flusso notevole, che, come ci spiega qui Bollini, giunge anche dalla Romagna, alimentato soprattutto dalle associazioni reducistiche e dal “turismo di guerra”.

Già nel 1919 era possibile trovare sul mercato le prime guide turistiche nei luoghi teatro del primo conflitto mondiale. A immetterle fu l’azienda di pneumatici Michelin che non si limitò a produrre quattro volumi per l’Italia, ma stampò contemporaneamente (uniformandone linguaggio e struttura) pubblicazioni in analoghi luoghi francesi, belgi e inglesi. Il pellegrinaggio verso le trincee si caratterizzò infatti come un’esperienza europea comune, quanto meno negli anni immediatamente successivi al conflitto [Baldwin e Sharpley 2009; Dunkley, Morgan e Westwood 2010; Ryan 2007].

Seguirono le più celebri guide del Tci e, dalla seconda metà degli anni Venti, quelle dell’Ente nazionale per le industrie turistiche (Enit).

Fig. 2. Guida Touring sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale
Fig. 2. Guida Touring sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale

Interessante, a tal proposito, appare il profondo cambiamento del linguaggio presente nella pubblicistica stampata prima e dopo il 1926: anno in cui le pratiche del pellegrinaggio patriottico passarono da una forma “espiativa” a una nazionalistica. Il regime fascista si era infatti già impossessato di tali consuetudini creando, contestualmente, nuovi luoghi e nuovi riti. A mutare furono anche l’organizzazione, uniformata secondo i canoni del Partito nazionale fascista e i numeri. Emblematico è l’esempio delle “terre del duce” dove il movimento assunse proporzioni di massa, quantomeno se paragonate al periodo precedente (ne parla qui ampiamente Proli). La lettura dei due periodici locali dell’epoca (“Il Popolo di Romagna” e il “Giornale dell’Emilia”) fornisce anche l’idea di un flusso continuo, slegato a ricorrenze o eventi e non più vincolato a un luogo, ma a un percorso a tappe.

Fig. 3. Guida illustrata di Predappio 1937
Fig. 3. Guida illustrata di Predappio 1937

A differenza del periodo precedente, ogni città possedeva ora almeno una propria meta minore: i viali (o parchi) delle rimembranze istituiti in memoria dei caduti della Grande guerra e i cippi dove caddero i “martiri” della rivoluzione fascista rappresentano solo alcuni esempi di una nuova ridefinizione urbana dove pellegrinaggio laico e turismo del consenso iniziarono a intrecciarsi. A testimoniarlo sono ancora una volta le numerose guide turistiche prodotte in questo periodo, nelle quali rispetto al passato, ciò che deve essere visto viene stravolto, uscendo dai classici canoni storicamente battuti. Il percorso, non di rado, veniva deviato lungo edifici eretti dal regime per il suo popolo. Le guide dell’Africa Orientale Italiana stampate sul finire degli anni Trenta non furono esenti da tale impostazione.

La caduta del regime, la guerra e la nascita della Repubblica stravolsero il Paese sotto ogni punto di vista politico-sociale, compresi prassi, riti e luoghi del pellegrinaggio politico.

3. Memoria dei viaggi della memoria

Dopo la Seconda guerra mondiale i luoghi rituali della memoria fascista subiscono in effetti un rapido e quasi completo oblio, se si escludono forme nostalgiche, del tutto residuali, che peraltro di recente sembrano avere trovato improvvisamente vigore e guadagnato una inedita cittadinanza nel discorso pubblico (ne accenna Proli, ma si veda anche più diffusamente Pisanty 2020). Sempre minoritarie, ma più significative, sono le visite ai luoghi della colonizzazione e delle guerre italiane, portate avanti da associazioni reducistiche e da un afascismo (non di rado derivante in antiantifascismo) che in Italia è sempre stato politicamente scorretto ma abbastanza diffuso (un esempio poco noto nel contributo di Espinoza).

Ma nella stagione repubblicana i riti di massa, compresi quelli turistici, hanno anche recuperato le mete della stagione prefascista; e soprattutto individuato nuove traiettorie in chiave di partito, come dimostra, nell’ambito dell’“Emilia rossa”, il sorgere di peculiari agenzie viaggi, specializzate nell’Est Europa (le cui tracce troviamo nei filmini di famiglia qui analizzati da Simoni); o, per converso, il fiorire di pellegrinaggi politici verso Casa Cervi, anche prima della sua musealizzazione (di cui ci parla Zanoni).

Già dagli anni Cinquanta però, soprattutto per iniziativa dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati), si è cominciato a organizzare viaggi per portare i reduci e le loro famiglie a visitare i campi in cui erano stati imprigionati, rendendo via via collettiva una esperienza nata come esigenza fondamentalmente individuale e privata [Maida 2014].

Fig. 4. Locandina viaggio Aned 1955
Fig. 4. Locandina viaggio Aned 1955

Così avviene ad esempio a Bologna, dove per iniziativa di Giacomo Masi, fratello di un deportato, si svolge per la prima volta nel 1960 un pellegrinaggio a Mauthausen, dal quale sorge poi la locale sezione Aned. Ma per molto tempo le divisioni della memoria pubblica, il sostanziale silenzio sulla deportazione e anche i vincoli di movimento dettati dalla Guerra fredda hanno relegato in una nicchia questo tipo di viaggio.

Una prima svolta significativa si registra negli anni Sessanta, quando l’antifascismo ritorna tema di dibattito pubblico, trova una legittimazione istituzionale e sedimenta nell’immaginario collettivo; e i giovani, divenuti soggetto politico riconoscibile, vanno a costituire un nuovo pubblico per la storia contemporanea e un nuovo oggetto di attenzione per i gruppi politici.

Si passa così dal viaggio come conferma di una appartenenza a quello inteso come conquista di una nuova identità collettiva, dal reducismo alla formazione. L’Aned si attiva per la costruzione di un memoriale italiano a Gusen, progettato dall’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso, ex deportato, e realizzato nel 1965. Nel 1967 l’associazione apre poi ai non deportati, coinvolgendo la nuova generazione che sarà protagonista dei movimenti studenteschi e operai. In questo clima nasce a Milano nel 1968 Fabello Viaggi, fondata dai discendenti di Angelo, deportato politico, che inaugura la sua attività accompagnando comitive italiane ad assistere alla manifestazione internazionale di Mauthausen del 5 maggio. Lo stesso farà l’Aned di Bologna, già attiva su Auschwitz dal 1972, a partire dal 1975, appoggiandosi a SugarViaggi.

La deportazione diventa parte integrante della memoria resistente, come dimostra anche la creazione del memoriale italiano ad Auschwitz nel 1979, l’anno del riconoscimento del sito da parte dell’Unesco. E proprio in questa fase alcuni enti locali particolarmente lungimiranti cominciano a interessarsi del tema viaggi (ad esempio Pegognaga dal 1988; Moncalieri dal 1998). In particolare la Regione Piemonte istituisce nel 1976 un Comitato Resistenza e Costituzione che pone tra le sue linee di azione anche il patrocinio di “pellegrinaggi ai campi di sterminio” [Marchiaro 1988; Cereja e Mantelli 1995].

Un vero e proprio cambio di passo si registra alla fine degli anni Ottanta. Nel 1987 muore Primo Levi, dopo aver ottenuto con I sommersi e i salvati il successo che non era arriso a Se questo è un uomo. L’anno successivo il cinquantesimo anniversario delle leggi razziali dà per la prima volta ampio riconoscimento pubblico al tema dello sterminio degli ebrei italiani. Di lì a poco, con la caduta del comunismo, la Shoah diventa uno degli assi strutturanti della memoria europea e Auschwitz un luogo simbolo del Novecento. Schindler’s list (1993) e poi La vita è bella (1996) la fanno entrare anche nella cultura popolare, riconfigurando la memoria della guerra, che ora dà sempre più spazio alla deportazione (a sua volta sempre più marcatamente connotata in senso razziale piuttosto che politico [Gordon 2013; Consonni 2015]).

Su questa dinamica si innesta anche la scelta italiana di centrare l’insegnamento della storia negli ultimi anni delle scuole secondarie sul Novecento (1996), producendo una crescente domanda di proposte sul tema, anche in chiave di rinnovamento metodologico.

È in questa fase del resto che si consolida anche la riflessione sui “luoghi della memoria”; e che quindi trovano riconoscimento pubblico e si istituzionalizzano come mete turistiche anche i “luoghi di memoria”. Indicativo quanto avviene proprio in Emilia: nel 1996 il Comune di Carpi e l’Associazione amici del museo monumento al deportato costituiscono una Fondazione, con l’obiettivo di conservare, recuperare e valorizzare l’area dell’ex campo di concentramento di Fossoli.

Contestualmente associazioni partigiane e istituti storici cominciano a organizzare viaggi per ragazzi e adulti verso i campi del Reich, spesso sul modello militante dei White Buses norvegesi. Pionieristiche in questo senso le esperienze di Pro Forma di Carpi (dal 1998); e di Istoreco Reggio Emilia, che organizza il primo viaggio nel 1999 (se ne veda un quadro nel saggio qui presentato da Becchetti e più diffusamente in Becchetti 2015).

Fig. 5. Viaggio della memoria Istoreco 2015
Fig. 5. Viaggio della memoria Istoreco 2015

Il viaggio diventa così una nuova forma sperimentale di didattica della storia, attiva e dinamica, che porta fuori dalle aule la metodologia laboratoriale promossa dalla rete Insmli (Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia, oggi Istituto nazionale Ferruccio Parri).

Col passaggio di millennio il fenomeno assume un carattere di massa. Vi concorre innanzitutto l’istituzionalizzazione della Giornata della memoria con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 [Bidussa 2010; Mantegazza 2014]. Importante è anche l’allargamento a est dell’Unione Europea del 2004, contestuale alla discussione sulla nuova Costituzione. E infine il sessantesimo della Liberazione fissa un nuovo canone sempre meno centrato sugli eroi della Resistenza e sempre più sulle vittime della violenza [De Luna 2011].

In questi anni nascono le iniziative più significative e longeve di viaggi della memoria: nel 2002 quello della Regione Toscana (dal 2009 supportato dal Museo della deportazione di Prato); nel 2005 quelli di Brescia [Pasquini 2010], Milano [Consenti 2010], Torino-Terra del fuoco (il più significativo in assoluto dal punto di vista numerico, con oltre 20.000 persone coinvolte in 12 regioni [Rinaldis 2015]).

Nel 2005 esordisce anche il Treno per Auschwitz di Fossoli (di cui ci parla qui Mantovani), proseguito fino al 2016 e poi sostituito dal progetto Storia in Viaggio.

Fig. 6. Treno per Auschwitz Fondazione Fossoli 2015
Fig. 6. Treno per Auschwitz Fondazione Fossoli 2015

Nello stesso anno l’Università di Roma Tre inaugura il primo Master in Didattica della Shoah [Meghnagi 2007]. Seguono poi le esperienze dei sindacati lombardi (dal 2009); della Provincia di Roma con il Memoriale della Shoah (2011); e dal 2012 il viaggio organizzato direttamente dal Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, in collaborazione con l’Unione delle comunità ebraiche italiane.

Maturano quindi esperienze e competenze che portano, negli ultimi anni, alla nascita di un vero e proprio settore, con pratiche consolidate e operatori specializzati (seppur fortemente concentrati in alcune aree); e persino un proprio immaginario pop [Greppi 2012].

Interessante è il sorgere, tra le agenzie viaggi sensibili al tema (come la già citata Fabello Viaggi) e gli istituti storici attivi sul campo (primi tra tutti Istoreco e Fondazione Fossoli), di nuovi soggetti ibridi, che si offrono come mediatori tra utenti e luoghi. Esemplare in questo senso il caso di Deina, nata proprio a Bologna nel 2013, una associazione di giovani che sperimenta una inedita forma di viaggio della memoria incentrata sull’educazione peer to peer, sull’intelligenza emotiva e sulla attualizzazione dei fenomeni storici (si veda qui l’intervista a Greppi e Bissaca e più diffusamente Gentili 2014). Per il fortunato progetto ProMemoria Auschwitz, tra l’altro, Deina si appoggia sull’agenzia viaggi romagnola Arcadia.

Questo porta anche al maturare di una prima riflessione teorica sul tema, iniziata a Torino nel 2006 (Viaggiare informati [Chiappano 2007]), proseguita poi a Roma nel 2012 (I treni della memoria. Quale progetto educativo [Saba 2013]) e culminata di recente nelle diverse iniziative dedicate a riflettere sui diversi modi di «insegnare Auschwitz», 20 anni dopo il fortunato volume curato da Traverso [Luzzatto Voghera e Perillo 2004].

Tra l’altro il boom del tema ha fatto sì che anche le grandi istituzioni internazionali rivolgessero le loro attenzioni all’Italia, offrendo scuole residenziali in lingua o costruendo pacchetti specifici per visitatori e insegnanti nostrani. Significativamente la referente italiana (dal 2009) dello Yad Vashem, Rita Chiappini, è romagnola; e dal settembre 2020 la responsabile per l’Europa è Simonetta Della Seta, che viene dal Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah (Meis) di Ferrara. Interessante soprattutto il caso di Laura Fontana, già responsabile delle Politiche della memoria del Comune di Rimini, divenuta delegata italiana del Museo della Shoah di Parigi; e una delle prime voci esplicitamente problematiche in tema di esclusivismo ed effettiva efficacia formativa dei viaggi [Fontana 2011].

In effetti, di fronte ai rischi di banalizzazione e di commercializzazione [Pisanty 2012], e a forme di spontaneismo non prive di improvvisazione, si è avvertita sempre più, da parte degli operatori più seri, l’esigenza di riflettere criticamente su queste esperienze; e di valutarle non più solo sulla base delle buone intenzioni, ma anche della ricezione, dei risultati effettivi, delle ricadute culturali. Ricostruendo anche “la memoria dei viaggi della memoria” come esperienza che plasma la coscienza individuale e incide sul senso comune.

Da qui, a partire dal 2010, alcune pubblicazioni che si soffermano sui feedback dei viaggiatori; e rimettono in discussione le pratiche più consolidate [Bissaca e Maida 2015]. Nell’intento di capire la differenza tra viaggi della memoria e dark tourism (di cui ci parla qui Tosi), o tra “andare in massa” e “andare insieme” (per richiamare la fortunata espressione di Paolo Nori; vedere fig. 7), si discute ormai a tutto campo: dei mezzi di trasporto (tra treno e bus, fino a inedite esperienze in aereo o in bicicletta); delle attività di preparazione, accompagnamento e restituzione dei viaggi; e anche delle mete. Non più solo o principalmente i campi di sterminio, ma anche i luoghi della violenza fascista, per ricordare che gli italiani sono stati vittime ma anche perpetratori. E in generale tutti i punti di interesse della storia novecentesca: i campi di battaglia della Prima guerra mondiale (tornati in auge col centenario); le città coinvolte nella guerra civile spagnola; le capitali della Guerra fredda; i Balcani falcidiati dalla guerra civile degli anni Novanta (meta su cui sono particolarmente attivi gli istituti di Piacenza, Modena e Ferrara; si veda qui il saggio di Rossi e più ampiamente Abram 2019).

Fig. 7. Copertina del primo volume di analisi storica dei viaggi
Fig. 7. Copertina del primo volume di analisi storica dei viaggi

E si manifesta anche una rinnovata attenzione per l’Italia, guardando al confine orientale, ai campi di internamento o alle colonie di confino; ma promuovendo sempre più anche viaggi “in entrata” verso l’Emilia-Romagna.

Interessante in questo senso il caso della cosiddetta Linea Gotica: come ci spiega qui Turchi, sebbene questo marchio non abbia ancora sviluppato appieno le sue potenzialità, soprattutto per l’estrema frammentazione dell’offerta e le incertezze delle Regioni (che lo hanno ora esclusivizzato, ora confuso con i cammini storici di matrice devozionale), esiste sul tema una domanda ormai consolidata, che arriva tra l’altro da tutti i continenti, rivolta soprattutto ai luoghi di battaglia, ma anche alle fortificazioni residue e ai cimiteri di guerra (si vedano i saggi di Zaghini e Pirazzoli).

Forte è anche l’attrattiva dei luoghi di memoria già musealizzati, con un significativo slittamento da quelli della guerra e della Resistenza a quelli della violenza tedesca e fascista, nel nostro caso soprattutto Fossoli e Montesole (ne parla qui Ventura). Va detto che in Paesaggi della memoria, la prima associazione formalizzata di luoghi di memoria della guerra, nata nel 2016, ben nove sono le realtà della nostra regione su 27 totali [Pezzino 2018].

Anche grazie al finanziamento regionale avviato nel 2013 (e diversificato nel 2018 tra viaggi della memoria e viaggi attraverso l’Europa; vedere fig. 8), moltissime sono ormai le iniziative in corso; e, come emerge dalla mappatura realizzata appositamente per “E-Review”, si tratta di format anche molto diversi non solo per mezzi, svolgimento e mete, ma sempre più anche per tipologia di utenti (docenti e studenti – pochi universitari – ma anche pensionati e cooperatori) e proponenti (associazioni e istituti, ma sempre più anche scuole o cooperative sociali); per durata e periodi di svolgimento; per obiettivi formativi (non più solo storici e turistici, ma anche legati alla pace, ai diritti umani, alla multiculturalità).

Fig. 8. Bando Assemblea legislativa Emilia-Romagna
Fig. 8. Bando Assemblea legislativa Emilia-Romagna

Pur consolidati i viaggi non sono però del tutto condivisi: ha fatto scalpore nel 2019 la decisione del nuovo sindaco di centrodestra del Comune di Predappio (!) di non finanziare la partecipazione di alcuni studenti locali al treno della memoria. E a inizio 2020 sono tre le proposte di legge sul tema in discussione in Parlamento, due delle quali contestano Auschwitz come meta privilegiata delle esperienze già in atto. Ci auguriamo che, nel suo piccolo, anche questo dossier contribuisca a una discussione più meditata, serena e costruttiva; fornendo nuovi spunti per far evolvere una pratica senz’altro perfettibile, ma rivelatasi comunque molto feconda, tanto sul piano storico che su quello civico.


Bibliografia

  • Abram M. 2019
    Raccontare i Balcani: Storia e memoria nei viaggi d’istruzione in Bosnia Erzegovina, Paper presentato alla II Conferenza Associazione italiana di puclic history Aiph di Pisa, giugno 2019 (ora disponibile anche su www.balcanicaucaso.org )
  • L’album fotografico 1908
    L’album fotografico Sacro documento ricordo del pellegrinaggio dei triestini alla tomba di Dante Alighieri per consegnare accanto alla lampada di Firenze l’ampolla delle provincie irredente: Ravenna, 13-14 settembre 1908, s.l.: s.n.
  • Becchetti M. 2015
    Il futuro non si cancella, Rimini: Panozzo
  • Baldwin F. e Sharpley R. 2009
    Battlefileld tourism: bringing organized violence back to life, in Richard Sharpley e Philip Stone (eds.), The darker side of travel: the theory and practice of dark tourism, Bristol: Channel View Pubblications
  • Bettini C. 1892
    Da Livorno a Caprera, appunti ed impressioni di viaggio: il pellegrinaggio nel 10° anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi, San Miniato: Bongi
  • Bidussa D. 2010
    Attorno al Giorno della Memoria, in Storia della Shoah in Italia, Torino: Utet, vol. II
  • Bissaca E. e Maida B. (eds.) 2015
    Noi non andiamo in massa, andiamo insieme. I treni della memoria nell’esperienza italiana, Milano: Mimesis
  • Brentari O. 1901
    Touring e turismo, «Rivista Mensile del Touring Club Italiano», settembre 1901
  • Caprera 1907
    Caprera: onoranze centenarie a Giuseppe Garibaldi. 5° pellegrinaggio nazionale 1907, Sassari: Forni
  • Cavallotti F. 1887
    Primo pellegrinaggio italiano alla tomba di Garibaldi: ricordo, Milano: Robecchi
  • Cereja F. e Mantelli B. 1995
    Le ricerche sulla deportazione e sulla Resistenza promosse dal Consiglio Regionale e dalle province piemontesi nell’ambito del concorso regionale “Visite di studio ai campi di sterminio”, in Traverso E. (ed.), Insegnare Auschwitz, Torino: Bollati Boringhieri
  • Chiappano A. 2007
    I Lager nazisti. Guida storico-didattica, Firenze: Giuntina
  • Consenti S. 2010
    Binario 21. Un treno per Auschwitz, Milano: Ed. Paoline
  • Consonni M. 2015
    L’eclisse dell’antifascismo. Resistenza, questione ebraica e cultura politica in Italia dal 1943 al 1989, Roma-Bari: Laterza
  • Un convegno ciclistico a Bezzecca 1902
    Un convegno ciclistico a Bezzecca: commemorazione di una battaglia, “Rivista Mensile del Touring Club Italiano”, ottobre 1902
  • Del Grande G.A. 1881
    Appunti sulla gita all’ossario di S. Martino il 24 giugno 1881, Pisa: Valenti
  • De Luna G. 2011
    La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Milano: Feltrinelli
  • Dunkley R., Morgan N. e Westwood S. 2010
    Visiting the trenches: exploring meaning and motivations in battlefield tourism, “Tourism Management”, 30
  • Emiliani A. 1882
    A San Martino e Solferino pellegrinaggio, Macerata: Mancini
  • Fontana L. 2011
    Rethinking school trips to Auschwitz, in The Holocaust Ethos in the 21st: Dilemmas and Changes, Samaria: Ariel University
  • Fujisawa F. 2004
    Pellegrinaggi a due luoghi sacri della religione civile italiana: Caprera e il Pantheon, in Tesoro M. (ed.) 2004, Monarchia, tradizione, identità nazionale: Germania, Giappone e Italia tra Ottocento e Novecento, Milano: Bruno Mondadori
  • Gentili M. 2014
    Viaggi di memoria. Elena Bissaca e Carlo Greppi, ad esempio, Milano: Bompiani
  • Gita a Solferino 1885
    Gita a Solferino a scopo di pellegrinaggio della scolastica di Montechiari: versi nel depositare le corone all’ossario, Castiglione delle Stiviere: Bignotti
  • Gordon R.S.C. 2013
    Scolpitelo nei cuori. L’Olocausto nella cultura italiana, Torino: Bollati Boringhieri
  • Greppi C. 2012
    L’ultimo treno. Racconti del viaggio verso il Lager, Roma: Donzelli
  • Guarniero P.E. 1882
    Tre giorni a Caprera, Sassari: Dessena
  • Hollander P. 1988
    Pellegrinaggi politici, Bologna: il Mulino
  • Luzzatto Voghera G. e Perillo E. (eds.) 2004
    Pensare e insegnare Auschwitz, Milano: Franco Angeli
  • Maida B. 2014
    Il mestiere della memoria. Storia dell’Aned, Verona: Ombre Corte
  • Mantegazza R. 2014
    Diventare testimoni. Riflessioni e strategie sulla Giornata della Memoria a scuola, Parma: junior
  • Marchiaro M.L. 1988
    I viaggi ai campi di sterminio in dieci anni di attività del Consiglio regionale, dell’Aned e delle scuole superiori piemontesi, in Storia vissuta, Milano: Franco Angeli
  • Mc Grigor C.R. 1866
    Garibaldi at home: notes of a visit to Caprera, London: Hurst and Blackett
  • Meazza L. 1888
    A Caprera: ricordo poetico, 15 agosto 1887, Lodi: Tip. Laudense
  • Meghnagi D. (ed.) 2007
    Memoria della Shoah. Dopo i “testimoni”, Roma: Donzelli
  • Pasquini L. 2010
    Un treno per Auschwitz, Roma: Ediesse
  • Pasi P. 1914
    In Tripolitania colla carovana del Touring italiano, «Bollettino della Reale Società Geografica», 11
  • Il pellegrinaggio garibaldino 1907
    Il pellegrinaggio garibaldino alla Pineta, “Il ravennate: Corriere di Romagna”, 17 luglio 1907
  • Pezzino P. (ed.) 2018
    Paesaggi della memoria, Pisa: Ets
  • Pisanty V. 2012
    Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Milano: Mondadori
  • Pisanty V. 2020
    I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe, Milano: Bompiani
  • Pivato 2006
    Il Touring Club Italiano, Bologna: il Mulino
  • Primo pellegrinaggio 1912
    Primo pellegrinaggio nazionale alle tombe dei valorosi caduti in Tripolitania e Cirenaica, Torino: s.n.
  • Raccagni S. 1994
    Il Touring Club e il governo del tempo libero, “Cheiron”, 9-10
  • Ravenna a Garibaldi 1907
    Ravenna a Garibaldi: numero unico pubblicato nell’occasione del pellegrinaggio nazionale al cippo di Anita e allo storico capanno nella pineta, Ravenna: Tipografia Ravegnana
  • Rinaldis A. 2015
    Il treno della memoria, Reggio Emilia: Imprimatur
  • Romussi C. 1892
    Caprera: secondo pellegrinaggio italiano, Milano: Demarchi
  • Ryan C. 2007
    Battlefield tourism: history, place and interpretation, Amsterdam: Elsevier
  • Saba A.F. 2013
    Il peso di Auschwitz sulle politiche dei “Treni della Memoria” e la didattica della storia, “Italia Contemporanea”, 269-270
  • Siciliani C. 1881
    Una visita agli Ossari di San Martino e Solferino, Bologna: Zanichelli
  • Terzo pellegrinaggio 1897
    Terzo Pellegrinaggio Nazionale a Caprera alla Tomba di Garibaldi 1897, Sassari: Dessi
  • Tonezzer E. 2007
    Superare il confine con una performance ciclistica: in bicicletta sulle strade dell’identità (Trentino, 1908), “Scienza & Politica”, 36

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