1. Le relazioni mensili dei comandi militari tedeschi come fonte per lo studio della Rsi

Sfiducia. Questo il termine che sintetizza il giudizio generalmente negativo sulla Repubblica sociale italiana (Rsi) presente nelle relazioni mensili dei gruppi amministrativi presso i comandi militari territoriali della Wehrmacht in Emilia-Romagna e Toscana. Un giudizio che non differisce da quelli ricavabili dalla medesima fonte per le altre regioni italiane sottoposte all’occupazione nazista e al governo della Rsi. Sfiducia nelle possibilità della Repubblica sociale di acquisire consenso; sfiducia nelle capacità reali di governo e di gestione della situazione da parte di Salò; sfiducia nell’alleato che rappresentava per i tedeschi un canale indispensabile di controllo sull’Italia.

Dopo l’8 settembre 1943 l’amministrazione militare tedesca si insediò in tutto il territorio dell’Italia occupata, vale a dire il Centro-Nord [1], con Militärkommandanturen (MK) nei principali capoluoghi di provincia e Platzkommandanturen nelle città minori. In totale furono 18 i gruppi amministrativi attivi presso le altrettante Militärkommandanturen, più un gruppo esterno insediato presso il comando territoriale di Roma, ciascuno dei quali esercitava le proprie funzioni sul territorio di più province [2]. In Toscana ed Emilia-Romagna le MK avevano sede a Firenze (comando 1003 con giurisdizione anche su Arezzo e Siena), Lucca (comando 1015 comprendente anche Pistoia, Apuania, Pisa e Livorno), Bologna (comando 1012 sotto cui rientrava Modena), Parma (comando 1008 competente anche su Reggio Emilia e Piacenza), Ferrara (comando 1006 il cui controllo si estendeva su Ravenna e Forlì che allora comprendeva anche Rimini) [3]. I gruppi amministrativi stendevano con cadenza mensile una relazione di sintesi sulla base delle informazioni ricavate dalle relazioni redatte dai singoli settori dell’amministrazione militare in una certa provincia, informazioni che riguardavano svariati argomenti: dalla situazione generale, allo stato d’animo della popolazione, dalla cultura alla produzione e distribuzione del legname, dall’amministrazione della giustizia al funzionamento delle poste. Naturalmente una parte delle relazioni era dedicata all’organizzazione dell’amministrazione italiana e alla collaborazione tra autorità italiane e tedesche.

Nel presente contributo guarderemo alla Rsi in Toscana e in Emilia-Romagna attraverso i rapporti mensili delle MK, una fonte particolare che presenta alcune problematiche e sulla natura della quale vale la pena soffermarsi. Dobbiamo evidenziare innanzi tutto la complessità del sistema di occupazione messo in piedi dai nazisti in Italia. Le Militärkommandanturen erano solo uno degli ingranaggi di una macchina che vedeva agire contemporaneamente più istanze con compiti e finalità diverse, che talvolta erano consonanti e talaltra confliggenti tra loro: nell’occupazione dell’Italia si rifletteva, infatti, il carattere policratico del nazismo [Klinkhammer, 1993]. Accanto all’amministrazione militare, rappresentata dalla rete delle Militärkommandanturen, erano presenti e attivi nell’Italia centro-settentrionale le SS (con la rete facente capo al comandante supremo delle SS in Italia Karl Wolff e il sistema della polizia di sicurezza e del servizio di sicurezza dipendente da Wilhelm Harster), gli uffici legati al Ministero della Produzione bellica di Albert Speer, quelli del plenipotenziario generale della manodopera Fritz Sauckel, quelli del Ministero dell’Alimentazione, l’ambasciatore Rudolf Rahn e le rappresentanze consolari e diplomatiche, l’Organizzazione Todt. Organismi diversi per struttura e personale, con differenti funzioni e scopi, che potevano avere, pur all’interno di un unico sistema, atteggiamenti diversificati nei confronti dell’Italia, della sua popolazione, del governo fascista della Repubblica sociale. I rapporti delle MK ci restituiscono la voce di una componente specifica del sistema di occupazione e restano legati alle competenze e agli obiettivi perseguiti da quella componente, con la conseguenza di offrirci uno dei punti di vista tedeschi sulla situazione italiana, ma non il punto di vista dell’intero sistema di occupazione.

Va poi sottolineato quanto già rilevato da Enzo Collotti, che ha approfonditamente studiato le fonti dell’amministrazione militare del Terzo Reich in Italia, e da Lutz Klinkhammer dopo di lui, vale a dire che gli estensori delle relazioni, anche quando si basavano su notizie e informazioni fornite da uffici fascisti, descrivevano la situazione italiana applicandole il filtro derivante dalle necessità e dagli interessi dell’amministrazione militare tedesca [Collotti 1989, 101-105; Klinkhammer 1999, 49-52]. Dunque non solo rientravano nei rapporti delle varie Militärkommandanturen quasi esclusivamente gli argomenti più connessi con gli aspetti amministrativi dell’occupazione [4], ma questi erano presentati secondo l’ottica della forza occupante e seguendo i suoi obiettivi. Poiché uno degli scopi principali del controllo esercitato dai tedeschi sull’Italia era lo sfruttamento economico della Penisola, molto spazio era dedicato nelle relazioni mensili alla produzione agricola e industriale, alla questione dei trasporti e dei carburanti, alla situazione finanziaria, alla regolamentazione dei prezzi, oltre che, ovviamente, al reclutamento della manodopera. Ciò che interessava maggiormente gli occupanti era la possibilità di impiegare le risorse materiali e umane italiane al servizio dell’economia di guerra tedesca e le relazioni erano inevitabilmente orientate in questo senso: toni e giudizi relativamente positivi quando la situazione generale corrispondeva alle aspettative e alle necessità del Reich; negativi quando i desiderata dei nazisti non erano soddisfatti.

Inoltre la schematicità imposta a relazioni di sintesi, il tipo di linguaggio utilizzato e, non ultima, la volontà di dimostrare ai superiori di avere sotto controllo la situazione da cui conseguiva un deficit di obiettività, rendono di non sempre agile valutazione le informazioni rese dalle relazioni delle MK.

Tenute presenti tali criticità, possiamo dire che questo tipo di fonte, proprio per il suo carattere amministrativo e per l’interesse rivolto a svariati ambiti della società italiana del periodo, ci parla non solo di un aspetto centrale per la storia dell’occupazione nazista dell’Italia, ma anche del funzionamento della Repubblica sociale e delle sue capacità di gestire la vita quotidiana nell’emergenza bellica. Per i nazisti l’apparato italiano esistente fu infatti uno strumento fondamentale. Non solo sul piano propagandistico per mantenere in piedi l’Asse, per quanto in via quasi del tutto formale dal punto di vista tedesco, ma anche sul piano materiale: per gli uomini di Hitler non era possibile controllare e amministrare il territorio italiano direttamente e avevano dunque bisogno della ramificazione, del personale e dell’esperienza degli uffici amministrativi italiani [Collotti 1963, 129-139]. Certamente lo scopo degli occupanti non era quello di agevolare la Rsi e di consolidarne le strutture, bensì quello di piegare l’Italia, e in particolare la sua produzione economica, ai fini dell’economia bellica del Reich, di asservirla al mantenimento delle truppe dislocate nella Penisola e all’invio di derrate alimentari in Germania, di sfruttare la manodopera italiana in loco o nei territori d’Oltralpe; di conseguenza l’apparato di Salò doveva essere il più efficiente possibile senza che ciò significasse il perseguimento di propri obiettivi o una certa indipendenza nell’attività quotidiana. Ogniqualvolta gli estensori delle relazioni mensili dei comandi militari territoriali esprimevano un giudizio su funzionari, uffici, azioni della Rsi o commentavano l’andamento del governo, il consenso che questo otteneva tra la popolazione, i rapporti fra organismi tedeschi e italiani, raccoglievano informazioni dirette e indirette sulla Rsi, informazioni utili per indagare gli aspetti amministrativi della Repubblica sociale.

2. I capi provincia e gli altri uffici fascisti nel giudizio tedesco

L’amministrazione militare tedesca tese ad individuare nei prefetti i propri interlocutori d’elezione. Data la necessità di controllare il territorio italiano con i pochi uomini che costituivano l’organico della Militärverwaltung passando attraverso l’amministrazione italiana esistente, la predilezione dei tedeschi per la figura del prefetto non deve stupire. Da un resoconto italiano allegato al rapporto mensile della MK di Firenze del 18 novembre 1943 risulta che

Il Prefetto è la più alta autorità dello Stato nell’ambito della Provincia. È il diretto rappresentante del potere esecutivo.

Dal prefetto parte tutta la vita della provincia e riceve spinta, coordinamento e direttiva.

Il prefetto ha cura che nell’attuazione dei diversi compiti di competenza dello Stato e dei comandi si garantisca – in accordo con le direttive generali del Governo – l’unità di indirizzo politico, regolando il coordinamento di tutti gli uffici pubblici, ad eccezione di quelli riguardanti l’amministrazione della Giustizia, della Guerra, della Marina, dell’Aviazione e delle Ferrovie.

In caso di emergenza o di urgenza egli prende tutte le misure che ritiene necessarie all’interesse pubblico.

Egli vigila sull’andamento dell’amministrazione pubblica e sul personale che vi fa parte.

Ha cura di mantenere l’ordine pubblico, sovrintende alla sicurezza pubblica e può ricorrere all’intervento degli altri corpi armati [5].

Non sappiamo chi fosse l’estensore di questa nota sulle competenze dei prefetti, forse un funzionario del Ministero dell’Interno italiano, il quale, al di là delle effettive possibilità e capacità di esercizio del potere che i prefetti/capi della provincia avrebbero avuto nei mesi dell’esperienza di Salò, destò sicuramente l’attenzione del comando militare territoriale tedesco di Firenze, e probabilmente anche di altri uffici dell’amministrazione militare nazista [6]: sulla carta i poteri del capo della provincia erano, infatti, tali da consentire ai tedeschi un facile controllo della situazione trovando un punto di mediazione con una sola figura dell’amministrazione italiana. Lo dimostra un altro allegato alla stessa relazione che elenca gli uffici su cui «il capo della provincia esercita un attivo controllo amministrativo» (i principali erano Prefettura, Questura, Federazione provinciale fascista, Consiglio provinciale per l’alimentazione), quelli su cui «esercita una funzione di supervisione e controllo» (amministrazione della Provincia, enti comunali di assistenza e istituzioni di assistenza e beneficenza) e quelli su cui «esercita una funzione di controllo politico» (fra gli altri Tesoreria dello Stato, Intendenza di finanza, uffici delle imposte, del catasto, per la manutenzione delle strade, Milizia stradale, Ispettorato provinciale per l’agricoltura) [7]. Il colonnello von Kunowski, che firmò la relazione mensile, dimostrò però di essere consapevole che i poteri del prefetto erano nella realtà più limitati di quanto apparisse. Nella parte relativa alla Struttura degli uffici pubblici italiani von Kunowski, gettando luce sul potere del capo provincia e sulla farraginosa macchina burocratica italiana, scriveva:

La caratteristica più spiccata dell’organizzazione pubblica italiana è l’estrema centralizzazione. Non si discute ora dei vantaggi che questo sistema potrebbe in teoria avere. In pratica l’attività di supervisione dell’Amministrazione militare a livello provinciale viene estremamente appesantita da questo sistema di centralizzazione. Nel quadro d’insieme degli uffici, accluso in allegato […] vengono citati tutti quelli uffici provinciali sui quali il prefetto potrebbe sì esercitare in certo qual modo il suo controllo politico ma che, in considerazione della loro specifica attività, hanno una propria autonomia nei confronti della prefettura. Il prefetto in quanto «capo della Provincia» non resta altro, dunque, in questa situazione, che un concetto teorico. A parte il controllo sui comuni esercitato molto intensamente, egli non è in ogni caso l’autorità che rappresenta il perno o il vertice o per lo meno l’istanza comprensiva di tutte le altre all’interno della provincia.

Questa mancanza di autorità provinciale veramente universale, con funzioni effettivamente direttive, si fa perciò sentire in particolar modo nella collaborazione con gli uffici italiani perché all’interno dell’apparato istituzionale, estremamente frammentato e specializzato, le mansioni sono talmente ramificate che il pericolo di lavorare in parallelo o di giustapporre le competenze è particolarmente grosso. In questo modo spesso si viene a perdere un bel po’ di tempo prima che si possano rintracciare tutte le istanze italiane competenti in una faccenda. […] nessuno di questi uffici competenti ha una visione chiara dell’intera situazione sicché, volenti o nolenti, ci si deve rivolgere anche agli altri quando si ha bisogno di un’informazione esauriente su un problema [8].

Lo stesso 18 novembre 1943 il rapporto mensile sulla situazione proveniente da Lucca dava un giudizio analogo dicendo che i prefetti della zona controllata dalla MK 1015 basavano la propria autorità e l’attuazione delle disposizioni da loro emanate sulla presenza dell’esercito e dell’amministrazione militare tedeschi, senza i quali non potevano se non con difficoltà «esercitare una propria influenza, non disponendo di personale fidato e nello stesso tempo sufficientemente esperto» [9].

Nonostante le difficoltà che si presentavano nel rapporto con l’amministrazione italiana e nell’effettivo esercizio del potere dei capi della provincia – difficoltà che sarebbero via via aumentate con il passare del tempo e il volgere del conflitto a sfavore dell’Asse –, le Militärkommandanturen puntarono su di loro per ottenere il controllo sull’Italia e sulla sua popolazione. Ancora von Kunowski, nello stesso rapporto sopra citato, parlando dei prefetti mise in evidenza il loro orientamento favorevole alla Germania e la loro influenza positiva sulla collaborazione tra uffici tedeschi e italiani, affermando che «l’atteggiamento dei prefetti permette[va] al MVGr a sua volta di rafforzare l’autorità di questi rappresentanti del nuovo regime verso l’esterno e di porla in primo piano» e come fossero «evidenti i vantaggi politici che l’atteggiamento dei prefetti comporta[va] per l’Amministrazione militare tedesca» [10].

L’attenzione per i prefetti e per la possibilità di orientarli a svolgere le proprie funzioni a vantaggio del sistema occupante portò i nazisti a lamentarsi delle frequenti sostituzioni dei capi della provincia che talvolta avvenivano senza informare preventivamente l’amministrazione tedesca e che potevano essere controproducenti per i rapporti dei prefetti con il resto del personale e con l’amministrazione nazista [11]. La nomina di Edoardo Facdouelle a capo della provincia di Livorno, per esempio, fu apprezzata dal comando tedesco per la «personalità», il «comportamento» e l’«atteggiamento nei riguardi della Germania» del nuovo prefetto ma, scriveva il comando,

non si può […] disconoscere che la collaborazione è resa più difficile dai continui cambiamenti negli uffici direttivi delle amministrazioni provinciali – Facdouelle è il quinto prefetto della provincia nel corso di un anno – e si deve anche aggiungere, non ultimo, che ciò mina l’autorità del prefetto nei confronti degli uffici ad esso sottoposti, i quali si pongono di fronte agli avvenimenti con atteggiamento di cautela e spirito attendista, assolutamente passivi e inattivi [12].

In alcuni casi poi i tedeschi notarono il tentativo degli italiani di rendersi autonomi o di reclamare sovranità e indipendenza nelle decisioni. Gli estensori della relazione della MK di Ferrara datata 19 novembre 1943 scrissero che la collaborazione era divenuta difficile proprio a causa dell’insediamento dei prefetti Vincenzo Berti a Ferrara e Franco Bogazzi a Ravenna, entrambi fascisti della prima ora che sostenevano di essere «organi di uno stato alleato, indipendente» e di dover «eseguire solo gli ordini dei […] ministeri» italiani, tanto che in alcuni casi i tedeschi furono costretti ad ordinare al prefetto Bogazzi di dar corso alle loro disposizioni. Secondo gli occupanti del comando di Ferrara i due prefetti erano sostenuti dal governo italiano nel loro atteggiamento, ma la loro «renitenza» non si era ancora estesa ad altri uffici [13]. Del tentativo di rendersi indipendenti degli organismi italiani e in special modo dei prefetti sono un esempio anche le notizie provenienti da Bologna il 15 dicembre 1943 e il 14 gennaio 1944, nei primi tempi dell’occupazione, che furono confermate nel rapporto di metà maggio del 1944, nonostante si dicesse che la collaborazione con le autorità di Salò si svolgeva senza incontrare particolari problemi. Il perseguimento di una certa autonomia da parte degli uffici italiani secondo gli estensori della relazione della MK di Bologna era attribuibile a indicazioni del governo centrale della Rsi; inoltre i tedeschi notavano il tentativo di allontanare mediante «trasferimento o destituzione» gli italiani che collaboravano in modo positivo con gli occupanti, cosa che portava gli italiani ad evitare uno stretto contatto con i tedeschi sul lavoro [14].

La centralità della figura del capo provincia aveva come si è detto un valore piuttosto elevato per la collaborazione con gli occupanti e pertanto questi ultimi non avevano alcuna intenzione di lasciare libertà di manovra ai prefetti, anzi cercarono di controllarne le nomine. Ecco come vedeva la questione il comando militare tedesco di Parma nell’ottobre del 1943:

nell’interesse del rafforzamento dell’autorità delle MK sarebbe […] auspicabile che si potesse ottenere che la nomina e il congedo dei prefetti non avvenissero unicamente ad opera del governo italiano, i comandanti militari dovrebbero almeno avere la facoltà di destituire autonomamente i prefetti in caso di necessità a destituire da soli i prefetti [15].

Evidentemente per i tedeschi era importante che la persona che rivestiva l’incarico di capo provincia incontrasse il loro gradimento. Ne è un esempio il caso ferrarese dove, dopo le critiche mosse al prefetto Berti, il nuovo capo della provincia Enrico Vezzalini fu apprezzato dagli occupanti perché «di fronte a ordini e proposte della Militärkommandantur mostra sempre un lodevole zelo e di solito si impegna personalmente per soddisfare senza ritardi tutte le richieste» [16]. Non a caso nell’estate, quando Vezzalini fu sostituito, i tedeschi si lamentarono del suo trasferimento a Novara dato che la situazione richiedeva «una mano rigida, energica e soprattutto esperta» [17].

Fatta eccezione per i prefetti sui quali i tedeschi si esprimevano favorevolmente in diversi casi – anche se non si deve sottostimare la loro volontà di acquisire il pieno controllo sui capi provincia come segnale di preoccupazione da parte degli occupanti per l’effettivo funzionamento a loro vantaggio dell’amministrazione italiana – i giudizi sul restante personale e sull’attività degli organismi italiani, non scevri di commenti dettati da pregiudizi e venati da coloriture razziste [18], non erano quasi mai lusinghieri.

Nell’ottobre 1943 da Lucca la MK si chiedeva se un «adempimento dei compiti così carente» a fronte di un «numero estremamente alto di impiegati» a disposizione dell’amministrazione italiana fosse dovuto a «incapacità od a corruzione» [19], mentre da Livorno a dicembre del 1943 si scriveva di un’«applicazione delle norme» sulle carte annonarie che «lascia a desiderare» e di un’«insufficiente vigilanza del sistema di distribuzione» dei generi alimentari che finisce per accrescere il mercato nero [20]. Sempre a dicembre di nuovo il comando di Lucca definiva i provvedimenti dei prefetti per il controllo dei prezzi «non […] abbastanza rigorosi e persistenti da poter raggiungere, anche solo in parte, il loro scopo» [21] e quello di Parma a proposito dei funzionari del settore dell’alimentazione parlava di un personale anziano, di una cattiva direzione degli uffici e di informazioni «assai lacunose» e «in parte consapevolmente confuse» [22].

A Firenze la relazione datata 21 ottobre 1943, in previsione delle restrizioni che sarebbero di lì a poco state introdotte, evidenziò come fosse necessario agire in modo da garantire l’approvvigionamento di materie prime, energia e mezzi di trasporto per il settore industriale e artigianale alle attività che rivestivano interesse per l’economia bellica tedesca; al contempo si doveva porre un freno alla «concezione liberalistica» in economia degli italiani, i quali fino a quel momento avevano mantenuto in funzione anche imprese meramente commerciali, disperdendo «una parte essenziale – e forse decisiva – della forza lavoro italiana, delle materie prime, dei mezzi di trasporto, ecc. […] per scopi economici non importanti ai fini bellici, e, secondo l’opinione dei tedeschi, già da tempo non più sostenibili» [23]. Un ulteriore giudizio negativo si rintraccia nel rapporto mensile da Lucca per il gennaio 1944, dove a proposito della giustizia italiana si legge che «la prassi giudiziaria […] non dà alcun valore alle leggi e alle ordinanze di guerra» al punto da dare l’idea di un’opera di sabotaggio per l’assenza di sentenze di condanna per esempio contro l’aumento illegale dei prezzi lasciato all’intervento solo amministrativo, e pertanto depotenziato, dei capi provincia [24].

Avendo deciso di concentrare lo sguardo sugli aspetti amministrativi della vita della Rsi, non ci soffermiamo qui sui giudizi espressi dagli occupanti in merito alle varie forze di polizia fasciste e alla loro capacità di mantenere l’ordine pubblico e reprimere i fenomeni di opposizione e resistenza armata; va però detto che anche tali giudizi erano prevalentemente negativi e parlavano di inaffidabilità e inadeguatezza dell’azione degli uomini di Salò.

Per quanto riguarda la collaborazione tra uffici italiani e tedeschi, gli occupanti in genere la definivano accettabile, e talvolta buona, ma non mancavano di sottolineare come non tutti i membri dell’amministrazione italiana fossero autenticamente filotedeschi e mettevano in conto possibili tentativi di ostacolare l’amministrazione militare nazista, considerata come «uno spiacevole controllo», e di sottrarsi a compiti che potevano mettere in cattiva luce gli italiani agli occhi della popolazione [25]. Con il passare dei mesi i nazisti registrarono un progressivo irrigidimento dei rapporti in conseguenza degli avvenimenti militari e una minore disponibilità alla collaborazione dei dipendenti dell’amministrazione italiana [26], che fu giudicato da alcuni estensori delle relazioni come opposizione [27].

Di fronte a questa situazione in più di un caso gli uffici tedeschi sottolinearono la necessità di un intervento diretto o più deciso degli organismi dell’amministrazione militare; talvolta si giunse a definire desiderabile la sostituzione degli uffici italiani con corrispondenti uffici tedeschi. In Emilia la MK 1012 di Bologna a dicembre 1943 segnalò come fosse indispensabile l’inserimento presso le prefetture di addetti al controllo dei prezzi tedeschi [28] e anche il comando militare di Lucca a febbraio del 1944 scrisse in proposito di un personale italiano assolutamente impreparato [29]. Tra le carte del comando di Parma a gennaio 1944 leggiamo che secondo gli occupanti la sezione Traffico della MK avrebbe dovuto ottenere influenza sulla distribuzione di carburanti e pneumatici, competenza della prefettura, poiché risultava che non fossero assegnati secondo le regole e le necessità dell’economia [30]. E un auspicio analogo era formulato a proposito della distribuzione di combustibili sia per il consumo privato che per quello industriale dove era desiderabile «un più forte intervento della sezione Economia della Militärkommandantur nel piano di approvvigionamento» [31]. Più avanti, a proposito del mercato nero, nel rapporto stilato dalla sezione Alimentazione e agricoltura per lo stesso periodo di tempo leggiamo: «la lotta al mercato nero avrà scarso successo fintanto che ne saranno responsabili gli uffici italiani» [32].

Uno dei settori che maggiormente interessava ai nazisti era quello del reclutamento della manodopera che, secondo i piani, doveva fruttare ai tedeschi la rilevante cifra di un milione e mezzo di lavoratori per il Reich sull’intero territorio italiano, ma che fallì per le numerose difficoltà e, non ultimo, per un deciso fenomeno di renitenza e opposizione, conducendo i tedeschi a procedere nel reclutamento mediante rastrellamenti e retate [Mira 2012]. I rapporti delle MK dedicavano una parte cospicua a questo tema, registravano con cifre sempre insoddisfacenti gli insuccessi del reclutamento volontario, per chiamata militare o sulla base delle precettazioni e commentavano anche l’atteggiamento e l’azione degli uffici italiani competenti, spesso valutandoli negativamente. Nel caso di Lucca la MK a dicembre 1943 mosse rilievi agli uffici italiani per il reperimento della manodopera la cui attività non era tale da corrispondere «alle esigenze imposte dalla condotta bellica» e suggerì di «allestire un archivio di modello tedesco e preparare adeguatamente il personale» [33]. Il comando militare di Livorno a gennaio del 1944 faceva eco scrivendo di uffici italiani che agivano «in una maniera che non si può definire né seria né intelligente», sulla base di documentazione e schedari non aggiornati e pertanto «privi di valore», con un «comportamento […] del tutto passivo» e un risultato «minimo [e] assolutamente sproporzionato rispetto all’eccessivo personale impiegato» [34]. Mesi dopo, il 15 giugno 1944, l’opinione sui funzionari italiani non era migliorato; scriveva infatti il comando militare 1015 di Lucca:

la maggior parte degli uffici amministrativi italiani non dimostra l’interesse necessario per una realizzazione rapida e senza compromessi del servizio del lavoro obbligatorio. Nel corso di colloqui personali con prefetti, capiufficio e direttori di stabilimenti si dice sempre […] «sì, sì» con la massima premura e cortesia, ma una volta lasciata la stanza, nessuno ci pensa più e tutto resta come prima [35].

Anche a Bologna il comando tedesco, registrando le difficoltà incontrate nel reclutamento di lavoratori, affermò che la responsabilità risiedeva nella mancanza di autorità degli uffici italiani presso la popolazione e che solo «misure severe» e «l’autonoma responsabilità per l’impiego della manodopera» in mano all’amministrazione militare tedesca avrebbero potuto ottenere risultati positivi [36]. Nel rapporto di metà giugno la stessa Militärkommandantur parlava esplicitamente di sabotaggio da parte di alcuni uffici del Partito fascista repubblicano sulla base delle dichiarazioni di due donne il cui datore di lavoro, responsabile dell’Ente fascista di assistenza, non aveva accettato la loro dichiarazione di disponibilità per l’impiego nel Reich [37]. Nel medesimo periodo la MK di Ferrara scriveva:

L’ufficio italiano del lavoro non svolge nella maniera richiesta i compiti legati all’impiego di manodopera in Germania e in Italia né organizzativamente né tecnicamente. Inoltre si nota continuamente in diversi dirigenti la mancanza di iniziativa, forza e dinamismo. Si comprende quindi perché alcuni comandi dell’Arbeitseinsatz si lamentano del difficile lavoro comune e della lentezza e pesantezza nel collaborare degli uffici italiani del lavoro.

[…] sono evidenti gli errori che podestà e segretari dei Fasci hanno fatto nelle loro liste di candidati [per il servizio del lavoro]. Una gran parte (1251) con la visita medica si è rivelata non idonea per l’impiego in Germania perché affetta da gravi malattie corporee (tubercolosi, ernia, malattie della pelle, malaria, epilessia, deformità, ecc.). Inoltre sono state proposte persone che secondo la legge italiana non era possibile precettare per la Germania come padri di famiglie numerose, donne, ecc. Addirittura sono stati candidati per l’impiego in Germania individui che già da 6 mesi si trovavano prigionieri degli inglesi e degli americani, che da 3 mesi erano nella milizia italiana o di cui non si conosceva il domicilio.

Nonostante […] sia stato sempre sottolineato che l’impiego in Germania non rappresenta una punizione, ma deve essere considerato come un valido contributo per la vittoria, si continua a verificare che podestà e segretari dei Fasci attraverso le liste vogliono allontanare mediante l’invio in Germania persone scomode e nemici personali. Non si deve tacere il fatto che l’azione di raccolta mediante liste non di rado provoca agitazioni tra la popolazione nei paesi [38].

Con il trascorrere del tempo e il volgere del conflitto a sfavore dell’Asse l’effettivo funzionamento del sistema tedesco e di quello italiano incontrò maggiori difficoltà. Per esempio lo sfollamento di alcune strutture dai centri cittadini verso la campagna per sfuggire ai bombardamenti determinò una frammentazione del lavoro e problemi di collegamento; alcuni uffici furono invece colpiti e distrutti durante gli attacchi aerei [39]. Difficoltà vennero anche dagli effetti dei raid dell’aviazione alleata su strade e ferrovie e sull’intero sistema dei trasporti, con le conseguenze che ricaddero sugli approvvigionamenti, la produzione industriale e agricola e gli spostamenti di militari e civili sul territorio; i bombardamenti influirono negativamente anche sugli orari di lavoro e sulla presenza della manodopera presso le fabbriche e gli uffici, nei campi o nei cantieri dell’organizzazione Todt [40]. Anche l’incremento dell’attività del movimento partigiano pesò sul perseguimento degli obiettivi tedeschi e sull’efficienza degli apparati amministrativi italiani, con il sabotaggio della produzione, la spinta ad agitazioni e astensioni dal lavoro, e gli ostacoli frapposti alla consegna del bestiame ai raduni e dei prodotti agricoli agli ammassi [41].

3. Amministrazione fascista e consenso

Tra le informazioni sulla Rsi contenute nei rapporti mensili delle MK si trovano anche quelle sul consenso raccolto dal nuovo corso repubblicano del fascismo. Consenso valutato come scarso o nullo sia in Toscana che in Emilia-Romagna sin dalle primissime relazioni dei comandi militari tedeschi.

La MK di Firenze il 6 ottobre 1943 registrò: «Finora non si è potuta constatare una risonanza positiva del nuovo governo fascista» forse, si ammetteva nello stesso documento, perché la Rsi non aveva avuto ancora sufficiente tempo per raccogliere i frutti dei suoi «sforzi amministrativi e propagandistici» [42]. Qualche giorno dopo era la Militärkommandantur di Bologna a scrivere che il nuovo partito fascista non otteneva molto successo né a Bologna città, né in provincia e il mese successivo la relazione forniva i dati relativi agli iscritti al Pfr nella provincia di Modena dove si era passati da circa 8000 aderenti ad appena 600 [43]. Da Parma il 15 novembre 1943 la MK scriveva di «una generale stanchezza della guerra che ha per conseguenza una ampia apertura verso la propaganda nemica e l’opposizione agli arruolamenti in corso nell’esercito italiano» e segnalava come «particolarmente degna di nota […] la risonanza ancora molto scarsa del nuovo partito fascista nel giorno della celebrazione della marcia su Roma, che si è svolta pubblicamente quasi senza partecipazione della popolazione» [44]. Il mese successivo il giudizio sul consenso nutrito dalla popolazione verso il fascismo repubblicano era ancora più duro:

La maggioranza della popolazione è contraria non soltanto al Partito fascista repubblicano ma anche alla forma repubblicana dello Stato. L’avversione personale viene espressa apertamente in misura sempre crescente. Il nuovo Stato italiano trova sostegno nello strato relativamente esiguo del Partito fascista. Nonostante tutti gli uffici pubblici di rilievo siano occupati da membri del partito, e il partito in questo modo disponga di tutte le istituzioni della vita pubblica, esso non è finora riuscito ad aumentare in modo significativo il numero dei suoi aderenti, né a suscitare nel popolo comprensione per il regime repubblicano. I seguaci del partito vengono chiamati dal popolo “repubblicani” [45] e questa denominazione sembra divenire in modo sempre più chiaro un giudizio dispregiativo. La crescente distanza delle larghe masse dal nuovo regime è da ricondurre in misura non piccola anche al fatto che persone sospette di essere oppositori del regime sono state arrestate senza indicazione del motivo e si trovano da settimane in custodia della polizia […].

Continuamente, specialmente da parte delle cerchie economiche, si manifesta il desiderio che i tedeschi assumano direttamente il governo e l’amministrazione in Italia almeno per alcuni anni, fino a quando la situazione in Italia non sia consolidata. Solo in questo modo potrebbero essere affrontate con successo la corruzione dominante e l’inettitudine del governo e dell’amministrazione italiana. La persona del duce – altra piccola nota positiva nella relazione tedesca – fino a questo momento sembra essere al riparo da tali critiche; si lamenta soltanto che egli sia come prima circondato da cattivi consiglieri che gli nascondono la vera situazione e lo stato d’animo del popolo [46].

Le poche notizie positive sull’atteggiamento della popolazione, sugli sviluppi della ricostituzione del partito fascista e del consenso alla Rsi e sul funzionamento dell’amministrazione italiana che giungevano talvolta non erano sufficienti a ribaltare il giudizio generale [47].

Le relazioni delle MK registrarono il progressivo aggravarsi della situazione generale, la crescita delle preoccupazioni e del malcontento della popolazione a causa del protrarsi della guerra e il sempre più evidente spostamento dei favori dell’opinione pubblica verso gli Alleati e l’opposizione antifascista. L’erosione del consenso, già scarso, raccolto da Salò raggiunse livelli tali da far scrivere al comando tedesco di Parma e a quello di Lucca nell’estate del 1944 che i capi provincia avevano perso qualunque autorità ed erano impotenti [48].

In ogni caso il consenso raccolto dalla Rsi era interessante per i nazisti nella misura in cui permetteva il funzionamento della macchina amministrativa italiana quel tanto che era necessario al proseguimento dell’occupazione e al perseguimento dei fini del Reich. Ne è una prova l’atteggiamento tenuto dai tedeschi verso i progetti di socializzazione, atteggiamento evidenziato da Collotti nel suo lavoro sull’occupazione tedesca [Collotti 1963, 152-160] e di cui abbiamo riscontro anche nelle relazioni per le province toscane ed emiliano-romagnole [49].

Le carte dei comandi militari territoriali tedeschi ci informano anche sulla capacità di amministrare della Repubblica sociale, sul suo funzionamento e sui rapporti interni a Salò.

Se da Bologna a febbraio 1944 si aveva notizia del ritardo con cui le prefetture ricevevano gli ordini del Ministero dell’Agricoltura italiano [50], da Lucca nel maggio del 1944 giungeva la constatazione del mancato versamento «da mesi» da parte del Ministero delle Finanze di Salò delle sovvenzioni richieste dai capi provincia di Lucca, Livorno e Pistoia per i Comuni che dovevano pagare spese per l’acquartieramento della Wehrmacht [51]. Secondo la MK di Parma lo Stato oltre a non versare i contributi previsti per i Comuni e le Province, se non molto lentamente, non corrispondeva i sussidi agli allevatori, né pagava le industrie impegnate nella produzione di guerra [52]. Quando a maggio del 1944 a Parma si insediò un nucleo di polizia annonaria per controllare i prezzi e reprimere il mercato nero esso fu mandato in azione disarmato e senza mezzi di trasporto, e dunque senza che potesse intervenire per esempio in occasioni di attacchi dei partigiani ai magazzini o di vendite clandestine di prodotti [53]. Stando ai tedeschi anche la Guardia del lavoro impiegata nel settore del reclutamento della manodopera era costretta a operare senza strumenti adeguati, così come la polizia ausiliaria creata per il contrasto ai partigiani, ma priva di armamento e divise che sarebbe stato compito delle autorità italiane fornire [54].

Per quanto riguarda l’efficacia della Repubblica sociale nei confronti della gestione dell’emergenza bellica e della soddisfazione dei bisogni della popolazione il giudizio contenuto nelle relazioni delle Militärkommandanturen è ancora una volta negativo.

Il comando tedesco di Ferrara a metà dicembre del 1943 descrisse in questi termini la situazione degli approvvigionamenti per la popolazione nel territorio delle province di Ferrara, Ravenna e Forlì:

Nel rifornimento della popolazione civile con beni di consumo le esigenze della guerra totale diventano via via più evidenti. Mentre fino ad ora abiti, scarpe e simili si ottenevano liberamente dietro presentazione dei relativi bollini, ora queste merci si ottengono solo con difficoltà. Ciò si nota specialmente per le cose di lana e per le calzature – soprattutto da lavoro e per bambini –. Questi articoli devono essere esauriti anche sul mercato nero, sul quale fino ad ora si trovava di tutto. Fino a questo momento non si osserva una particolare mancanza di mobili e utensili domestici. Il rifornimento della popolazione con combustibili (carbone e legna) invece è come in precedenza molto difficoltoso.

[…] Cereali panificabili, riso, pasta e zucchero sono disponibili a sufficienza in tutte le province. Anche patate e frutta. La verdura è difficile da coltivare a stagione avanzata [inverno]. La carne scarseggia e i grassi mancano del tutto [55].

Il rapporto successivo riferì di una situazione piuttosto grave relativamente al rifornimento di carbone, dovuta anche alle difficoltà nel settore dei trasporti, la cui scarsità affliggeva la popolazione, le industrie, le scuole e gli ospedali [56].

La relazione stesa dal reparto economia della MK di Parma a gennaio 1944 riferiva di come l’officina del gas della città fosse rimasta priva di rifornimenti di carbone da parte degli uffici italiani preposti e quindi fosse stata impossibilitata a produrre fino all’intervento del comando tedesco. Inoltre affermava che il rifornimento domestico della popolazione era potuto avvenire solo dove la MK si era attivata direttamente, organizzando l’assegnazione di coke o il trasporto del legname; e informava che gli occupanti stavano cercando di avviare procedimenti industriali per ottenere maggiori quantità di combustibili e di sale da distribuire alla popolazione utilizzando scarti e depositi che gli italiani lasciavano abbandonati o gettavano via [57]. Il mese successivo il rapporto parlava di interventi dei tedeschi per aumentare la produzione e la distribuzione di scarpe e prodotti tessili da distribuire ai lavoratori, specialmente a quelli agricoli, per incentivarli nel lavoro [58].

La notizia proveniente da Bologna sulle cucine popolari dell’Ente fascista di assistenza che in città distribuivano quotidianamente quasi 2.000 pasti ai sinistrati e nei comuni della provincia sfamavano più di 1.400 bambini profughi [59] non bastava dunque a compensare i continui riferimenti alla mancanza di carburante, combustibile, generi alimentari – specialmente grassi e sale – calzature, soprattutto da lavoro, biciclette e copertoni, pneumatici e così via, con i quali le relazioni dalle diverse province emiliano-romagnole e toscane registravano l’inconsistenza del governo della Rsi, incapace di amministrare la vita civile e di gestire la quotidianità in tempo di guerra. Eloquente da questo punto di vista un rapporto da Firenze che risale appena al 14 gennaio 1944, quindi ai primi mesi di vita della Repubblica fascista. Come si può facilmente immaginare la situazione sarebbe andata peggiorando con il trascorrere del tempo e il volgere del conflitto a favore degli anglo-americani:

La situazione politica e lo stesso stato d’animo della popolazione hanno conosciuto, nel periodo in oggetto, un certo arretramento. A dire il vero, il timore della popolazione di essere presto coinvolta direttamente negli eventi bellici non ha avuto conferma; ora la gente si pone piuttosto di fronte ai problemi sociali con occhio più attento ed è messa in allarme per quanto accade in questo campo.

Certo non si pensava che il nuovo regime fascista avrebbe potuto risolvere ora, in un momento tanto critico, quella questione sociale aperta da anni, ma ciò che comunque si attendeva era la garanzia che le esigenze più elementari della popolazione attiva sarebbero state soddisfatte e che i sacrifici imposti dalla guerra fossero ripartiti con più equità con il coinvolgimento degli stessi ceti più abbienti. Ma l’evolversi degli avvenimenti minaccia già ora di disattendere le giustificate aspettative della popolazione e questo in uno dei campi più importanti, cioè rispetto al problema dei salari e dei prezzi.

L’aumento salariale atteso da tempo non ha avuto il successo che si sperava sia dal punto di vista economico che sul morale dei cittadini. Non era ancora arrivato a far sentire i suoi effetti nelle tasche dei lavoratori che già i prezzi vi si erano «allineati» […]. C’è […] da sospettare seriamente che ciò abbia contribuito ad accrescere il malcontento dei lavoratori, abbia alimentato ulteriormente il movimento comunista e quindi probabilmente sia stato il motivo scatenante per agitazioni politiche di seria natura. L’istituzione di un Commissario dei prezzi, della quale finora ci si è accorti solo per il fatto che è stata emanata una disposizione organizzativa (secondo il solito stile italiano), non ha fino ad oggi influito minimamente sullo sviluppo della situazione.

Le razioni assegnate – anche quelle più consistenti per la popolazione attiva – sono, come ben si sa, insufficienti se non si integrano con altri generi alimentari (frutta, ortaggi, pesce, pollame ed altra merce rara). Ma i prezzi di questi generi alimentari di libera contrattazione sono, per la maggioranza della popolazione […], ancora più inaccessibili di prima. Il rapporto tra salari e carovita è giunto ad una divaricazione proibitiva e riduce quindi per la stragrande maggioranza della popolazione la possibilità di attingere ad alimenti di vitale importanza per la sopravvivenza. Sta in ciò l’enorme importanza che assume il problema dei salari e dei prezzi nella situazione politica presente.

Gran parte della popolazione colpita da questa realtà è perfettamente consapevole degli errori di una tale politica e ne attribuisce la responsabilità al nuovo regime fascista, nel quale in ogni caso non si riponeva grande fiducia. Viene espressa sempre più apertamente l’opinione che i nuovi fascisti non siano affatto migliori dei precedenti né siano capaci di affrontare una responsabile politica sociale.

[…] Resta a vedere in che misura i tentativi del Comando militare […] di contrastare questa situazione di reflusso sociale potranno essere coronati da successo […]. È ovvio ad ogni modo che le misure prese localmente dal MVGr non possono, da sole, risolvere le questioni sociali di cui abbiamo parlato. La natura di questo problema richiede misure adeguate, decise a livello centrale, che si possono sì preparare e appoggiare in loco ma non certo prendere suppletivamente [60].

I tedeschi si preoccupavano quindi delle ricadute sul sistema occupante dello scarso consenso raccolto dalla Rsi. Un mese prima del rapporto citato qui sopra, la MK di Firenze lamentava, sempre a proposito del rapporto fra i prezzi e i salari squilibrato a svantaggio dei secondi, che in caso di crisi economica e sociale la colpa sarebbe stata attribuita dalla popolazione alla presenza dell’occupazione tedesca e che «nell’interesse dell’intera condotta di guerra» non sarebbe stato sostenibile «un abbassamento del livello di vita italiano» [61]. Questo spiega gli interventi delle Militärkommandanturen per cercare di sopperire alle mancanze dell’apparato fascista, procedendo a distribuzioni di merci e beni di consumo, o sollecitando gli uffici italiani ad operare più efficacemente e celermente in determinate situazioni. Non a caso la MK di Bologna scriveva nel suo rapporto mensile di metà marzo 1944 a proposito della scarsità di vestiario che «il rifornimento degli italiani che lavorano nell’interesse dei tedeschi è urgente per mantenere e incentivare l’impegno e la fiducia nell’attività amministrativa tedesca» [62]. Sono legate alla preoccupazione tedesca di perdere consenso e di veder crescere i fenomeni di opposizione anche l’attenzione rivolta dai nazisti al settore della propaganda e le note presenti nelle relazioni delle MK sul necessario controllo da parte tedesca delle notizie diffuse dai giornali [63].

Nelle relazioni delle MK l’analisi della situazione tende a sottolineare la maggiore affidabilità dei tedeschi agli occhi degli italiani e ad addossare tutte le colpe alla Rsi. Compare la guerra totale con i suoi effetti sui trasporti e sugli approvvigionamenti, ma raramente – e in genere a partire dalla primavera del 1944 per la Toscana e dall’estate per l’Emilia-Romagna, man mano che divenivano palesi la spoliazione del territorio, il crescente rifiuto della guerra da parte della popolazione e lo spostamento del consenso verso gli angloamericani e la Resistenza – troviamo riferimenti espliciti alle responsabilità tedesche. Così dalla relazione della MK di Ferrara per il periodo 16 giugno-15 luglio 1944 veniamo a sapere di «abusi contro la popolazione» da parte di truppe tedesche che procedevano a «requisizioni selvagge di automezzi, carri e viveri di ogni tipo» [64] e leggiamo in quella da Parma di metà settembre 1944 che le «misure prese negli ultimi tempi (prelievo di lavoratori dalle aree a nord della via Emilia […] il sequestro dei buoi […] e la requisizione di biciclette nelle città) inaspriscono lo stato d’animo a discapito della Wehrmacht» [65].

Nei resoconti risalenti a questo periodo è inoltre presente, più di quanto non avvenisse in precedenza, l’ovvia constatazione del fatto che la consegna alle truppe dei generi alimentari, dei mezzi di trasporto e altri prodotti e materiali, così come l’impiego di legname, carburante e combustibili per le esigenze imposte dalla guerra andava a discapito della popolazione [66].

In conclusione dobbiamo dire che l’effetto di distorsione che può derivare dalla lettura di una fonte come le relazioni dei gruppi amministrativi presso le Militärkommandanturen non ci deve trarre in inganno [Toscana occupata 1997, XI-XII]. La prevalenza di informazioni relative agli aspetti economici e amministrativi e l’inconsistenza della Rsi in questo campo non devono farci pensare che la sua attività si sia esaurita in questi ambiti, dimenticando che essa gettò gran parte delle sue energie nella repressione della Resistenza; né la sua subordinazione ai tedeschi deve portarci a definirla un mero “stato fantoccio” privo di ambizioni di potere e di spinte e motivazioni ideologiche di stampo fascista. Inoltre, al di là delle critiche e del giudizio tedesco generalmente negativo sul funzionamento di Salò, sappiamo – anche attraverso le carte delle MK – che grazie alle strutture della Rsi i nazisti ottennero derrate alimentari, legname, carburante, automezzi, prodotti finiti per le loro truppe, per il Reich e per la guerra, segno che l’amministrazione italiana non fu completamente inefficiente per gli occupanti [Collotti 1963, 164-178]. Lo fu invece certamente per la popolazione italiana a cui la Rsi avrebbe dovuto fare scudo secondo la vulgata che vuole i fascisti, Mussolini in primis, sacrificarsi per proteggere l’Italia dalla furia nazista. Al contrario la devastazione e la depredazione del territorio italiano si verificarono puntualmente e Salò, come canale di collaborazione indispensabile ai nazisti per la gestione dell’Italia, le rese possibili e vi contribuì. Esse furono un’ulteriore forma di violenza esercitata dai fascisti sulla popolazione italiana accanto alle esecuzioni, alle stragi, agli arresti, alla consegna ai tedeschi di ebrei e oppositori, alla fucilazione dei renitenti, alla lotta contro la Resistenza che costituirono tanta parte del progetto per l’Italia perseguito dall’ultimo fascismo.

Bibliografia

  • Collotti E. 1963
    L’amministrazione tedesca dell’Italia occupata 1943-1945. Studio e documenti, Milano: Lerici
  • Collotti E. 1975
    L’occupazione tedesca nelle carte dell’amministrazione militare (ottobre 1943-settembre 1944), in Deputazione Emilia Romagna per la storia della Resistenza e della guerra di liberazione (ed.) 1975, L’Emilia Romagna nella guerra di Liberazione, vol. 2, Bari: De Donato
  • Collotti E. 1989
    Le carte dell’amministrazione militare relative al Piemonte, in Istituto storico della Resistenza in Piemonte (ed.) 1989, Una storia di tutti. Prigionieri, internati, deportati italiani nella seconda guerra mondiale, Milano: Angeli
  • Collotti E. 2006
    L’occupazione tedesca in Toscana, in Palla M. (ed.), Storia della Resistenza in Toscana, vol. I, Roma: Carocci
  • Klinkhammer L. 1993
    L’occupazione tedesca in Italia 1943-1945, Torino: Bollati Boringhieri
  • Klinkhammer L. 1995
    L’amministrazione tedesca di Bologna e il crollo della linea Gotica, in Dalla Casa B. e Preti A. (eds.), Bologna in guerra 1940-1945, Milano: Franco Angeli
  • Klinkhammer L. 1999
    Una città sotto l’occupazione tedesca: il caso di Parma, “Storia e documenti”, 5, numero speciale
  • Mira R. 2012
    Razzie di uomini per il lavoro nella Germania nazista. Una messa a punto sul caso italiano, «Italia contemporanea”, 266
  • Toscana occupata. Rapporti delle Militärkommandanturen 1943-1944 1997
    Iintroduzione di Palla M., traduzione di Mauri-Mori R., Firenze: Olschki

Il presente contributo è una rielaborazione rivista ed ampliata della relazione presentata al convegno “I molti territori della Repubblica fascista. Amministrazione e società nella RSI”, Ferrara 27/28 settembre 2017. A fronte dell’impossibilità di sottoporre il testo ad un processo double blinde peer-review, i curatori hanno optato per una revisione preliminare da parte del relativo discussant di sessione.


Note

1. Le zone vicine al fronte meridionale e i litorali erano invece sotto il controllo diretto dei comandi di armata e di altri comandi operativi della Wehrmacht e le zone di confine corrispondenti alle province di Trento, Bolzano, Belluno, Udine, Trieste, Gorizia, Lubiana, Pola e Fiume erano state di fatto sottratte all’Italia e poste sotto il governo di due alti commissari tedeschi con la creazione delle zone di operazione Prealpi e Litorale Adriatico.

2. Furono sedi di Militärkommandanturen Milano, Bergamo, Brescia, Torino, Alessandria, Cuneo, Novara, Genova, Bologna, Ferrara, Parma, Padova, Verona, Firenze, Lucca, Perugia, Macerata e Viterbo.

3. La MK in un primo momento ebbe competenza anche sulla provincia di Forlì che da metà ottobre fu inserita sotto la MK di Ferrara. Quella di Lucca controllò sin dal 1943 le province di Lucca, Pistoia, Apuania e da gennaio 1944 anche quelle di Pisa e Livorno; sino a fine ottobre 1943 estese le sue competenze su La Spezia. Dal 1943 all’inizio del 1944 fu attivo in Toscana anche il Deutscher Wehrmacht-Standortoffizier con sede a Livorno che aveva il ruolo di un comando militare territoriale per le zone di Livorno, Grosseto e Pisa, ma a gennaio 1944 la provincia di Grosseto fu accorpata alla MK di Viterbo e quelle di Livorno e Pisa passarono come si è detto sotto la MK di Lucca. In Emilia-Romagna la MK 1006 di Ferrara ebbe giurisdizione nel mese di ottobre del 1943 su Ferrara, Ravenna e Rovigo, e dal novembre successivo su Ferrara, Ravenna e Forlì. Per il presente contributo sono stati esaminati i rapporti mensili delle MK toscane editi in versione italiana in Toscana occupata 1997 e quelli delle MK dell’Emilia-Romagna conservati nel fondo RH 36 del Bundesarchiv sezione Militärarchiv (BArch); i brani citati da questi ultimi sono tradotti da chi scrive.

4. Le carte delle MK, per esempio, sono meno rilevanti di altre fonti tedesche per lo studio delle violenze e della lotta alla Resistenza, temi che rientrano marginalmente nelle relazioni dei gruppi amministrativi per lo più quando si tratta di avvenimenti importanti che hanno ripercussioni sul piano del consenso al fascismo e ai nazisti, quando le azioni partigiane colpiscono i tedeschi o riguardano il sabotaggio delle vie di comunicazione, o ancora quando i fenomeni di opposizione ostacolano lo sfruttamento dell’Italia da parte del Terzo Reich come nel caso degli scioperi.

5. Allegato 3 al Lagebericht MK Firenze 18.11.1943 [Toscana occupata 1997, 34].

6. Cfr. anche Lagebericht MK Bologna 19.11.1943 in BArch RH 36/482, f. 205.

7. Allegato 2 a Lagebericht MK Firenze 18.11.1943 [Toscana occupata 1997, 32-33].

8. Lagebericht MK Firenze 18.11.1943 [Toscana occupata 1997, 19-20].

9. Lagebericht MK Lucca, 16.10.1943-15.11.1943 [Toscana occupata 1997, 209].

10. Lagebericht MK Firenze, 18.11.1943 [Toscana occupata 1997, 20].

11. Accadde per esempio a Pisa, Grosseto e Livorno, dove i prefetti in carica a settembre 1943 furono sostituiti fra ottobre e novembre dello stesso anno e, solo a Livorno, nuovamente a dicembre; oppure a Ferrara dove il prefetto cambiò quattro volte fra settembre e inizio di dicembre del 1943. Cfr. Lagebericht DWStO Livorno 18.11.1943 e 11.12.1943 [Toscana occupata, 218-219 e 230]; BArch, RH 36/472, Lagebericht MK Ferrara, 19.11.1943, p. 5 e Lagebericht MK Ferrara 15.11.1943-15.12.1943, pp. 5-6. Per un esempio in una fase più avanzata si veda Lagebericht MK Lucca 11.5.1944 [Toscana occupata 1997, 383-384].

12. Lagebericht DWStO Livorno 11.12.1943 [Toscana occupata 1997, 230].

13. BArch, RH 36/472, Lagebericht MK Ferrara 19.11.1943, p. 5.

14. BArch, RH 36/482, f. 177, Lagebericht MK Bologna 15.12.1943; ff. 139-140, Lagebericht MK Bologna 14.1.1944; f. 35, Lagebericht MK Bologna, 13.5.1944. Un altro esempio nella relazione da Parma del 15 dicembre 1943 in BArch, RH 36/476.

15. BArch, RH 36/476, f. 4, Lagebericht MK Parma 15.10.1943.

16. BArch, RH 36/472, Lagebericht MK Ferrara 16.1.1944-15.2.1944, p. 4.

17. BArch, RH 36/473, Lagebericht MK Ferrara 16.7.1944-15.8.1944, p. 2

18. Per esempio il comando militare di Bologna il 19 novembre 1943 dichiarò che «l’amministrazione italiana non si può assolutamente paragonare con la bontà di quella tedesca», mentre quello di Parma il 15 dicembre giudicò «fastidioso» il fatto che agli uffici italiani sembrasse essere «estraneo il concetto dell’adempimento puntuale di determinate questioni»: BArch, RH 36/482, f. 205, Lagebericht MK 1012 19.11.1943 e RH 36/476, f. 16, Lagebericht MK Parma 15.12.1943. Altri commenti provenienti sia dall’Emilia-Romagna che dalla Toscana riguardavano la mentalità e la voglia di lavorare degli italiani, la disciplina nel rispetto delle leggi e anche di norme come quelle relative al traffico stradale, ed erano riferiti sia ai dipendenti della macchina amministrativa statale e locale sia alla popolazione in generale.

19. Lagebericht MK Lucca 14.10.1943 [Toscana occupata 1997, 189].

20. Lagebericht DWStO Livorno, 11.12.1943 [Toscana occupata 1997, 238].

21. Lagebericht MK Lucca 15.11.1943-15.12.1943 [Toscana occupata 1997, 262].

22. BArch, RH 36/476, f. 25 Lagebericht MK Parma, Abt. Ernährung und Landwirtschaft 15.12.1943.

23. Lagebericht MK Firenze 21.10.1943 [Toscana occupata 1997, 13-14].

24. Lagebericht MK Lucca 15.12.1943-15.1.1944 [Toscana occupata 1997, 274].

25. Citazione da Lagebricht MK Firenze 21.10.1943 [Toscana occupata 1997, 12]; BArch, RH 36/476, f. 67, Lagebericht MK Parma 16.1.1944-15.2.1944.

26. Vedere Lagebericht MK Firenze 14.2.1944; Lagebericht MK Lucca 15.6.1944 [Toscana occupata 1997, 101-102, 410] e BArch, RH 36/481, f. 10, Lagebericht Leitkommandantur Bologna 13.7.1944.

27. Lagebericht MK Firenze 12.6.1944 [Toscana occupata 1997, 177]; BArch, RH 36/477, f. 50, Lagebericht MK Parma 16.8.1944-15.9.1944.

28. BArch, RH 36/482, f. 198, Lagebericht MK Bologna 15.12.1943.

29. Lagebericht MK Lucca 15.1.1944-15.2.1944 [Toscana occupata 1997, 332].

30. BArch, RH 36/476, f. 45, Lagebericht MK Parma, Abt. Verkehr 15.1.1944. Nelle relazioni dei mesi successivi si esplicitò che gli uffici italiani preposti alla distribuzione del carburante ne assegnavano alle auto delle autorità, della polizia e di altri organi italiani in quantità maggiori rispetto a quelle destinate al settore economico e produttivo: BArch, RH 36/476, f. 85, Lagebericht MK Parma 16.2.1944-15.3.1944; f. 97, Lagebericht MK Parma 16.3.1944-15.4.1944; f. 113, Lagebericht MK Parma 16.4.1944-15.5.1944.

31. BArch, RH 36/476, f. 49, Lagebericht MK Parma 16.12.1943-15.1.1944.

32. BArch, RH 36/476, f. 51, Monatsbericht der Abtlg. E.u.L. Parma, inserito nel Lagebericht MK Parma 16.12.1943-15.1.1944.

33. Lagebericht MK Lucca 15.11.1943-15.12.1943 [Toscana occupata 1997, 262].

34. Lagebericht Comando militare Livorno 13.1.1944 [Toscana occupata 1997, 308].

35. Lagebericht MK Lucca 16.5.1944-15.6.1944 [Toscana occupata 1997, 413].

36. BArch, RH 36/482, f. 160, Lagebericht MK Bologna 14.1.1944.

37. BArch, RH 36/482, f. 25, Lagebericht MK Bologna 14.6.1944.

38. BArch,RH 36/472, Lagebericht MK Ferrara 16.5.1944-15.6.1944, pp. 22-23.

39. Lagebericht MK Lucca 15.1.1944-15.2.1944 [Toscana occupata 1997, 323]; BArch, RH 36/476, f. 116, Lagebericht MK Parma 16.4.1944-15.5.1944 e f. 133, Lagebericht MK Parma 16.5.1944-15.6.1944; BArch, RH 36/472, Lagebericht MK Ferrara 16.3.1944-15.4.1944, p. 19 e Lagebericht MK Ferrara 16.5.1944-15.6.1944, p. 22.

40. Vedere ad esempio Lagebericht MK Firenze 13.4.1944 e 12.6.1944 [Toscana occupata 1997, 138-139, 170, 175] e BArch, RH 36/473, Lagebericht MK Ferrara 16.6.1944-15.7.1944, pp. 16-21, 24-25, 29.

41. Lagebericht MK Firenze 12.5.1944 [Toscana occupata 1997, 159]; BArch, RH 36/482, f. 77, Lagebericht Bologna 14.4.1944; RH 36/481, ff. 6, 21, Lagebericht Leitkommandantur Bologna 13.7.1944; RH 36/477, ff. 41-42, Lagebericht MK Parma 16.7.1944-15.8.1944.

42. Lagebericht MK Firenze 6.10.1943 [Toscana occupata 1997, 6].

43. BArch, RH 36/482, f. 214, Nachtrag zum Lagebericht vom 10. Oktober 1943 MK Bologna 24.10.1943 e f. 205, Lagebericht MK Bologna 19.11.1943. Vedere inoltre i dati per alcune province toscane da cui emergono cali consistenti in Lagebericht DWStO Livorno 18.11.1943 [Toscana occupata 1997, 217].

44. BArch, RH 36/476, f. 7, Lagebericht MK Parma 15.11.1943.

45. Probabilmente si intende repubblichini, come appellativo dispregiativo che, come noto, non era una critica alla repubblica in sé, ma alla Rsi nello specifico, alle sue mancanze e agli effetti negativi del suo governo. L’uso del termine repubblicani da parte tedesca spiega perché la relazione parla di un rifiuto della forma repubblicana dello Stato da parte della popolazione.

46. BArch, RH 36/476, f. 34, Lagebericht Parma 15.1.1944.

47. Per esempio da BArch, RH 36/472, Lagebericht MK Ferrara 19.11.1943, p. 3 apprendiamo della crescita degli iscritti al Pfr nella provincia, mentre i rapporti di metà marzo e di metà aprile rendono conto con toni positivi delle sanzioni inflitte per violazioni nella politica dei prezzi e per il mercato nero: BArch, RH 36/472, Lagebericht MK Ferrara 16.2.1944-15.3.1944, p. 20 e Lagebericht MK Ferrara 16.3.1944-15.4.1944, p. 22. Da Lucca giungevano invece buone notizie sulla collaborazione con gli uffici italiani del settore economico e agricolo a dicembre del 1943, mentre a gennaio nel rapporto erano inserite considerazioni sull’apprezzamento del lavoro dei prefetti da parte della popolazione e a febbraio si notava che il comportamento dei civili era più «disciplinato» in virtù del fatto che le autorità italiane riuscivano ad «imporsi». [Toscana occupata 1997, 253, 258, 266, 319].

48. BArch, RH 36/477, f. 5, Lagebericht MK Parma 16.6.1944-15.7.1944; Lagebericht MK Lucca 10.8.1944 [Toscana occupata 1997, 421].

49. Si veda un esempio in BArch, RH 36/476, f. 73, Lagebericht MK Parma 16.1.1944-15.2.1944. Altre annotazioni in merito nelle relazioni da Firenze [Toscana occupata 1997].

50. BArch, RH 36/482, f. 123, Lagebericht MK Bologna 14.2.1944. Notizie analoghe sono contenute nelle relazioni dei mesi successivi.

51. Lagebricht MK Lucca 15.4.1944-15.5.1944 [Toscana occupata 1997, 387]. Vedi anche BArch, RH 36/472, Lagebericht MK Ferrara, 16.3.1944-15.4.1944, pp. 11-12.

52. BArch RH 36/476, f. 75, Lagebericht MK Parma 16.1.1944-15.2.1944; f. 95, Lagebericht MK Parma 16.3.1944-15.4.1944; f. 101, Lagebericht MK Parma 16.3.1944-15.4.1944 e RH 36/477, f. 10, Lagebericht MK Parma 16.6.1944-15.7.1944. Si vedano anche per Bologna BArch, RH 36/482, f. 40, Lagebericht Bologna 13.5.1944 e per Firenze Lagebericht MK Firenze 12.5.1944 [Toscana occupata 1997, 152-153].

53. BArch, RH 36/476, f. 138, Lagebericht MK Parma 16.5.1944-15.6.1944 e RH 36/477, f. 17, Lagebericht MK Parma 16.6.1944-15.7.1944.

54. Lagebericht MK Firenze 12.5.1944 [Toscana occupata 1997, 165]; BArch, RH 36/482, f. 6, Lagebericht MK Bologna 14.6.1944.

55. BArch, RH 36/472, Lagebericht MK Ferrara 15.11.1943-15.12.1943, pp. 20, 24.

56. BArch, RH 36/472, Lagebericht MK Ferrara 16.12.1943-15.1.1944, pp. 14-16.

57. BArch, RH 36/476, f. 49, Lagebericht MK Parma 16.12.1943-15.1.1944.

58. BArch, RH 36/476, ff. 73-74, Lagebericht MK Parma 16.1-15.2.1944.

59. BArch, RH 36/482, f. 38, Lagebericht MK Bologna 13.5.1944.

60. Lagebericht MK Firenze 14.1.1944 [Toscana occupata 1997, 74-76]. Cfr. anche quanto affermava a proposito del mercato nero il comando militare di Lucca nella relazione mensile del 13 marzo 1944: «Fintanto che le razioni alimentari non saranno sufficienti ad assicurare un’alimentazione decente anche per chi ha modeste esigenze, ci sarà sempre, e deve esserci, un mercato nero, che in una situazione del genere diventa perfino moralmente giustificato» [Toscana occupata 1997, 350].

61. Lagebericht MK Firenze 13.12.1943 [Toscana occupata 1997, 54-55].

62. BArch, RH 36/482, f. 92, Lagebericht MK Bologna 14.3.1944.

63. Per un esempio Lagebericht MK Firenze 12.5.1944 [Toscana occupata 1997, 149].

64. BArch, RH 36/473, Lagebericht MK Ferrara 16.6.1944-15.7.1944, p. 2.

65. BArch, RH 36/477, f. 50, Lagebericht MK Parma 16.8.1944-15.9.1944. Vedere anche RH 36/481, ff. 13-14, Lagebericht Leitkommandantur Bologna 13.7.1944 per le critiche ad un’azione di requisizione di automezzi effettuata dalla Luftwaffe nel mese di giugno e a operazioni simili.

66. Cfr. per esempio Lagebericht MK Lucca 15.3.1944-15.4.1944 in cui l’estensore rilevò la riduzione dei trasporti di generi di prima necessità destinati ai civili a causa dell’assegnazione di mezzi alle truppe tedesche affluenti nella zona [Toscana occupata 1997, 369] e BArch, RH 36/473, Lagebericht MK Ferrara 16.7.1944-15.8.1944, p. 29: «Il fabbisogno di legname è straordinariamente aumentato a causa delle richieste delle truppe […]. Il fabbisogno di legname da costruzione è stato particolarmente elevato per la ricostruzione dei ponti sul Po e la costruzione di traghetti […]. Le richieste provenienti dal settore civile sono state per il momento completamente accantonate».