Può una mostra che ricostruisce la realtà fattuale della marcia su Roma, vero e proprio colpo di stato preparato dalla violenza squadrista, se collocata in un luogo icona dell’identità fascista come Predappio, dialogare col luogo stesso e decostruirne il mito? Ed esercitare quindi virtuosamente la funzione civile che Gallerano [1995, 22] attribuisce alla storia, di «regolazione della memoria e dell’oblio per plasmare i tratti dell’identità collettiva di una comunità e distinguerla dalle altre»?
Può questa operazione di confronto fra storia e memoria - «intesa nella doppia valenza di rivendicazione o riscatto di un passato nascosto o negato e come espressione opaca della distanza dal passato» [Gallerano 1995, 27] - svolgere il compito fondamentale di rimettere in prospettiva e contestualizzare quel passato? E questo obiettivo può essere raggiunto ancora più efficacemente collocando la mostra «nella  Betlemme nera, la città del duce, icona dell’identità fascista negli anni del regime, col crollo del fascismo […] trasformata nel simbolo negativo della memoria nazionale» [Franzinelli 2009, 221]?

La mostra Il mito scolastico della Marcia su Roma. La presa del potere del fascismo e la sua narrazione scolastica nelle scuole del regime, curata da Gianluca Gabrielli e promossa da Landis, Isrebo e Istituto Parri Emilia Romagna, ci porta a rispondere di sì a questi interrogativi. Anzi, la scelta di collocare, proprio a Predappio e nel 90º anniversario, una mostra centrata sull’ipotesi storiografica che la marcia su Roma sia il vero inizio del regime, ci appare convincente e lungimirante. Attraverso l’elemento critico della conoscenza storica, infatti, la mostra riesce a depotenziare la valenza propagandistica in chiave fascista del luogo stesso; e a destrutturare l’anniversario, privandolo della sua retorica celebrativa.

Invito mostra, Predappio 2012
Invito mostra, Predappio 2012

1. La Betlemme nera

Che la fruizione di Predappio, in questo ultimo decennio, sia stata prevalentemente luttuosa, a tratti macabra - si pensi a certi gadget qui in vendita - è un dato di fatto. Il luogo è stato infatti vissuto, per lo più, come sede della liturgia funebre del fascismo, l'omaggio alla salma di Mussolini; visione confermata dallo spostamento del calendario commemorativo predappiese dal 29 luglio al 28 aprile (dal giorno della nascita di Mussolini a quello della morte). E di questa ingombrante eredità sono consapevoli anzitutto gli orfani del duce: «Un’aria di tragedia e di sconforto domina questa Predappio piuttosto abbandonata, come se le dovessero rimproverare un’indicibile colpa»; tuttavia nonostante tutto, «ormai Predappio si porterà per generazioni il nome e il ricordo di Lui: lo vogliano o no i suoi abitanti e la gente che in Italia si interessa alle vicende della politica e degli uomini» [Franzinelli 2009, 222].

Altrettanto indubbio è il fatto che, nel calendario nero di Predappio, sia rimasta invariata la centralità della marcia su Roma, come atto culminante della rivoluzione fascista, compiuta da chi voleva riscattare la patria dal disonore di Versailles; lavare, col sangue dei martiri fascisti, la vergogna di un’Italia sottoposta a condizioni così umilianti da trasformarla, pur uscita vittoriosa dalla guerra, in nazione sconfitta nei fatti; e quindi onorare, indirettamente, i martiri della Grande guerra. Sarebbe interessante indagare sulle ragioni di questo spostamento temporale all’indietro, nella ritualità fascista di Predappio, che si propone di recuperare il significato autentico dell’ideologia del regime nel fascismo primigenio, piuttosto che in quello di altri periodi o della repubblica di Salò, spesso presentata come simbolo estremo di fedeltà all'ideale e alla patria.

Sta di fatto che Predappio, da vari decenni e con particolare intensità a partire dagli anni Novanta,  è diventata luogo di sacralizzazione di Mussolini e del fascismo. Un tempio laico per una religione politica che risulta scandita «dalle due date canoniche del calendario nero, i giorni della marcia su Roma e dell’uccisione di Mussolini, alfa e omega del fascismo, che convoglia a Predappio, migliaia di fan del duce, con forte presenza di naziskin con maglietta nera e anfibi» [Franzinelli 2009, 224].

Quindi un luogo di recupero e trasmissione del messaggio originario della “rivoluzione fascista”; che ci induce, con i suoi centomila (e oltre) visitatori annui, ad interrogarci sulla sua valenza evocativa e simbolica, avendo assunto «lo status privilegiato di luogo della memoria di un passato che continua a proiettarsi sul presente» [Franzinelli 2009, 223].  Ci costringe cioè a riconoscere il potenziale di seduzione e fascinazione, ma anche di opportunismo, di un’ideologia che continua a parlare a noi e di noi.

Al presente, perché ci racconta di un paese in cui persiste una certa vulgata - declinata diversamente nei vari decenni repubblicani, ma rinvigorita a partire dal primo governo Berlusconi - in base alla quale gli italiani sono “brava gente” e il fascismo una versione di totalitarismo bonaria rispetto agli altri esempi europei. Al passato, perché ci narra di un paese che non ha saputo fare i conti col trascorso regime in termini di assunzione di responsabilità storiche, politiche e morali, rimarcando quella discontinuità reale che sarebbe stato necessario sancire dentro e fuori i luoghi del potere, ma soprattutto nei parametri culturali e di mentalità. Complementare alla versione edulcorata delle responsabilità fasciste appare la monumentalizzazione di Predappio: esempio anomalo (benché non unico) della toponomastica memoriale europea, in quanto luogo dedicato non alla figura delle vittime, bensì a quella dei carnefici.

Se la moltiplicazione dei luoghi dedicati al ricordo - tipica degli ultimi decenni - ha comportato in generale il rischio di un’ossificazione della memoria in una ritualità commemorativa retorica, un luogo consacrato al fondatore del primo totalitarismo europeo solleva ulteriori interrogativi: sulla nostra capacità di rielaborare il passato e le eredità che questo ci ha consegnato, travalicando i limiti storici del fenomeno totalitario e del suo protagonista; e ancora sulla profondità di un processo di rimozione collettiva della violenza discriminatoria del regime fascista, superiore a quella del regime nazista per pensiero e prassi escludente se si prendono in esame le leggi razziali sulla scuola firmate da Bottai nel settembre 1938. Predappio, la Betlemme nera, rievoca quindi a livello d’immaginario collettivo e di uso pubblico della storia tutto il simbolismo, l’apparato ideologico e la ritualità tipici del regime fascista.

Forse l’anomalia, tutta italiana, di una costruzione faticosa dello stato repubblicano alla fine della Seconda guerra mondiale, non va ricercata solo nella mancata defascistizzazione che imprime alla nascente democrazia un originario deficit di giustizia ed una irrimediabile compromissione degli apparati statali col totalitarismo fascista (compromissione che allungherà ombre pesanti sulla società e sulla politica italiana e che, come “fiume carsico”, riaffiorerà in periodi di crisi politico-istituzionale con le sembianze torbide del golpe); ma va rintracciata anche nell’avere avallato, a livello nazionale, un luogo di memoria divenuto così ingombrante nella storia del paese da costituire una meta di pellegrinaggio e un potente motore di produzione di memorie conflittuali. Non lo presagiva l’allora sindaco comunista di Predappio, Egidio Proli, quando, in occasione della traslazione della salma di Mussolini il 30 agosto 1957, dichiarava: «Non ci ha fatto paura da vivo, non ce la farà ora da morto» [Franzinelli 2009, 223].

Il rischio concreto è che questo luogo costituisca per gli italiani un modello paradigmatico di revisionismo storico permanente, riproducendo l'immagine del regime fascista come baluardo del patriottismo o come rivoluzione necessaria. E che alimenti la retorica di presunte identità italiche da difendere, di radici identitarie da salvare, tentazioni sempre risorgenti in tempi di crisi e rassicuranti in momenti di forte cambiamento. In Italia, del resto, a partire dagli anni Novanta, è apparsa una nuova tendenza storiografica, che ha come obiettivo dichiarato la riabilitazione del fascismo [De Luna, 2011, 56-63]. E occorre realisticamente constatare come l’antifascismo istituzionalizzato non abbia funzionato come antidoto efficace a contrastarla. La fine dei partiti che hanno retto la cosiddetta prima repubblica ha fatto riemergere, nello spazio pubblico del nostro paese, il rimosso fascista, producendo effetti strani e paradossali.

Come ci ricorda Enzo Traverso «poiché memoria e storia non sono divise da barriere insormontabili, ma interagiscono continuamente, ne deriva una relazione privilegiata fra “memorie forti” e la scrittura della storia. Più la memoria è forte - in termini di riconoscimento pubblico e istituzionale - più il passato di cui essa è veicolo è suscettibile di essere esplorato e riletto in una prospettiva storica» [Traverso 2006, 60]. Sappiamo che la visibilità e il riconoscimento di una memoria dipendono anche dalla forza di coloro che la sostengono e quindi che vi sono memorie “forti” e memorie “deboli”. Ebbene Predappio non conosce oscuramento, né oblio; da anni è meta ininterrotta di pellegrinaggi di migliaia di persone. E forse non è casuale che la consacrazione di Predappio registri un’intensificazione dopo la caduta del muro di Berlino in Europa e la transizione istituzionale in Italia.

2. La marcia su Roma

Convegno Perugia 28.10.2012
Convegno Perugia 28.10.2012

Il 90° anniversario della marcia su Roma ha fatto registrare commemorazioni di varia natura. Tra queste anche un convegno, svoltosi a Perugia il 27-28 ottobre del 2012 presso l'hotel Brufani (all’epoca sede del quartier generale dei quadrumviri), che ha riprodotto e celebrato le parole d'ordine del tempo - “Una rivoluzione politica nel segno dello stato”, “L’insurrezione nazionale e popolare che cambiò il volto dell’Europa”, “La Marcia su Roma: elementi di attualità e continuità” - prevedendo anche un omaggio alle tombe degli squadristi umbri morti nel corso della marcia.

Espressione del bisogno, ancora forte e diffuso in questo paese, di addomesticare il passato e di piegarlo alle pulsioni del presente: cioè, nello specifico, di recuperare il fascismo e, una volta depurato degli elementi più contraddittori o ambigui, di restituirlo alla fruizione mitopoietica dei nostalgici o agli epigoni, che da sempre sostengono la necessità di svolte energiche nell’assetto delle istituzioni repubblicane. Dove l'elemento centrale è l’individuazione della ricorrenza, il 28 ottobre, scelta a celebrare un’impresa riconnotata in chiave di resistenza patriottica contro la globalizzazione e il predominio finanziario della moneta europea; per rivitalizzare l’orgoglio di un’italianità che si alimenta, come il tifo calcistico, di slogan, di stereotipi, di mitizzazioni di facile presa sull’immaginario collettivo dei cultori di un sogno autoritario.

“Ma allora tu credi davvero che la Marcia su Roma ci sia stata?” E’ l’espressione di amabile dileggio, da uomo vissuto, che spiega agli ingenui come veramente va il mondo, che Luigi Meneghello attribuisce al direttore del quotidiano in cui lavora. Fascistissimi, naturalmente, il giornale come il giornalista; e uomo di potere, quest’ultimo, destinato a rimanere tale con o senza il regime. Un flash folgorante che esprime un duplice atteggiamento nei confronti di quel mito (e antimito) di fondazione del regime fascista.

Marcia su  Roma, dunque, come definizione risonante ed insieme elusiva per  un evento verso il quale fin da subito, dal retroterra immediato del primo governo Mussolini, si definisce un rapporto ambivalente ed oscillante fra i poli della ridondanza e della reticenza. Un evento illegale e sanguinoso, la cui portata violenta ed eversiva viene prima sbandierata come mito mobilitante, ma poi subito occultata già l’indomani della presa del potere: come altrimenti esercitare il comando, ad un tempo, nel nome dell’ordine restaurato e  della rivoluzione che continua? [Isnenghi 1997, 313].

La mostra degli istituti bolognesi e il convegno, organizzato a Forlì il 28 ottobre 2012 che ne ha accompagnato l’inaugurazione, al contrario mirano a ripercorrere la realtà violenta ed eversiva dell'evento contrapponendola al suo mito scolastico celebrativo, creato con fulminea rapidità dal regime già all’indomani del 28 ottobre del 1922. L’analisi dello squadrismo è accostata alla trasfigurazione propagandistica dello stesso veicolata all’interno della scuola, con l’effetto di produrre un’efficace decostruzione dell’epopea fascista centrata sull'evento e della liturgia civile ad esso associata.

Convegno Forlì 28.10.2012
Convegno Forlì 28.10.2012

La mostra - che si articola in 16 pannelli e due teche di oggetti originali - propone, accostandoli e ponendoli a confronto, due percorsi opposti e complementari: quello della realtà fattuale della violenza verso gli uomini e verso le cose, propria dello squadrismo e culminata nella marcia su Roma; e quello della elaborazione del mito della rivoluzione fascista che, epurata dalla violenza, si trasfigura nei materiali didattici funzionali all'alfabetizzazione fascista dei balilla e delle giovani italiane facendo uso di elementi della narrazione mitica: l’epopea festosa, la costruzione del nemico, l’idea dell’inizio di una nuova era.

Il primo percorso evidenzia come l’evento costituisca una frattura irreversibile con le istituzioni liberali, piuttosto che una loro semplice deformazione in senso autoritario. Gabrielli richiama la tesi interpretativa di Giulia Albanese [2006], che contrappone all’idea del “bluff” entrata a far parte del senso comune storiografico, l’idea di un avvenimento di forte impatto politico. La marcia, pur essendo l’esito di un processo cominciato già nel 1919, con la fondazione dei Fasci di combattimento, e sviluppatosi con lo scoppio della violenza squadrista, ha una consistenza e un’efficacia storica propria: rappresenta un tentativo - inedito nella forma, ma pienamente riuscito nella sostanza - di conquista illegale del potere, incentrato sul dispiegamento di una forza militare massiccia seppur irregolare; ha un impatto dirompente sulle deboli istituzioni liberali, sia sul piano materiale che su quello simbolico; esercita una notevole capacità di attrazione sul re, sugli apparati militari, sulle gerarchie burocratico-amministrative.  E per quanto la spedizione militare rappresenti solo una delle componenti dell'evento, la violenza sembra ricoprire un ruolo determinante prima, durante e dopo il 28 ottobre. La marcia, seppur in sé poco cruenta, rappresenta infatti un’esplicita esibizione di forza, che pone al centro del discorso politico la minaccia della violenza squadrista, segnando l’inizio della  dittatura.

All’interno della mostra un’accuratezza particolare è dedicata agli oggetti simbolo della violenza fascista, quali il manganello e l’olio di ricino. La cura nel far risaltare la loro carica di violenza, anche evocativa, suggerisce una riflessione sul particolare carattere di aggressività psicologica e morale che sembra connotare l’azione del primo fascismo. Una violenza travasata dal regime nelle leggi fascistissime e istituzionalizzata nelle strutture della polizia segreta, nel Tribunale speciale per la difesa dello stato e nella pratica del confino, ma che mantiene alla base l’originale razzismo strutturale all’impianto ideologico dell’intero fascismo. Un razzismo che si traduce in violenza repressiva verso chi è individuato come diverso, dunque isolato, condannato ed escluso dal corpo sociale: l’oppositore politico, l’omosessuale, l’africano, lo slavo, l’ebreo. Di cui le leggi razziali del 1938 - emanate da Mussolini per ricompattare il potere aggregante del regime sul piano interno, piuttosto che per semplice asservimento all’alleato nazista - rappresentano l’espressione più compiuta.

Come dimostra il “discorso del bivacco” pronunciato da Mussolini alla Camera dei deputati il 16 novembre 1922 - riportato in uno dei pannello della mostra - la marcia su Roma segna una netta cesura con le istituzioni liberali anche sul piano del discorso politico. L’analisi del linguaggio aggressivo, ma anche della potenza suasoria della retorica mussoliniana fa emergere in particolare il debito con il nazionalismo guerrafondaio di Enrico Corradini.

L’interesse per la tecnica militare alla base della marcia appare come altro punto di forza della mostra, che evidenzia la massiccia mobilitazione di uomini; la cura nell'assicurarsi il controllo dei più importanti nodi ferroviari (Bologna, Verona, Alessandria); il ruolo strategico dei quadrumviri, De Vecchi, Balbo, De Bono e Bianchi. Anche in questo caso il curatore mette in luce la novità del fascismo, che fa irruzione sulla scena italiana inneggiando all'uso rivoluzionario della violenza, necessaria a rivitalizzare la nazione e a rigenerare il profilo imbelle della classe politica italiana dopo l'infausta conclusione della Prima guerra mondiale.

Di grande interessante anche la ricostruzione dei diversi luoghi segnati dalla marcia: da Milano, culla del fascismo della prima ora, dove Mussolini attende lo svolgersi degli eventi; a Perugia, dove ha sede il coordinamento militare degli squadristi; e infine Roma, meta dell'operazione e in seguito centro nevralgico del regime.

Non manca poi il riferimento alle connivenze che facilitano l'esito dell'operazione mussoliniana, in particolare le gravissime responsabilità del re e dello stesso Facta, che pur dimettendosi sconsiglia al sovrano di firmare il decreto sullo stato d'assedio perché sono già state intavolate trattative segrete finalizzate a far entrare i fascisti nel governo.

Ma erano possibili forme di resistenza? In alcune stazioni (Civitavecchia, Orte, Avezzano) l’esercito effettivamente blocca i treni per interrompere la marcia [Di Pierro 2012, 123]. Quindi l'assalto fascista avrebbe potuto essere fermato se il re avesse firmato il decreto; e se l’azione non avesse riscosso subito negli apparati dello stato e nelle gerarchie militari, simpatia e collaborazione. Senza dimenticare, come ricorda Gentile, che «se Mussolini riuscì a “fare tutti fessi” ciò  gli fu possibile non soltanto per la sua straordinaria abilità di manovratore politico e per la credulità che ebbero nei suoi confronti astuti e consumati uomini politici, ma perché tutte le abili manovre del duce si svolgevano mentre era in corso l’insurrezione delle “camicie nere”» [Gentile 2012, 209].

3. Il mito scolastico

L’elaborazione del mito della marcia su Roma è rapidissima, soprattutto nel mondo scolastico: già nel 1925 la data del 22 ottobre è occasione di festa ufficiale per la scuola, un anno prima di diventarlo per tutta la nazione.

Illustrazione libro di letture per la I classe elementare, 1940
Illustrazione libro di letture per la I classe elementare, 1940
Si tratta di un’operazione culturale che evidenzia tutti gli elementi della potenza mitopoietica del fascismo: la narrazione eroica; la costruzione di una liturgia laica; la connotazione ideologica del calendario civile. La rivoluzione fascista viene presentata come riscatto della nazione rispetto al disfattismo e al disonore; e come reazione giustificata alle provocazioni degli altri, dei “sovversivi”. Raffinata è poi la strategia che porta all'identificazione dei martiri della rivoluzione fascista con quelli della Grande guerra, determinando in breve la confluenza “voluta ed imposta” delle celebrazioni del 28 ottobre e del 4 novembre.

Anche il richiamo alla grandezza della Roma imperiale, già anticipato dal simbolo del fascio  littorio e dall’abuso di immagini e parole traslate dalla civiltà latina, serve a cogliere il disegno spregiudicato dell’impianto ideologico fascista, che rievoca un passato glorioso per delineare un orizzonte collettivo di senso, un’utopia patriottica che diventa narrazione mobilitante verso un progetto futuro. Dunque, un fascismo che fin da subito si struttura non solo come barbarie repressiva, ma anche come politica culturale pervasiva e persuasiva, sebbene strumentale; dunque anche simbolicamente violenta.

In quest'ottica, appare evidentemente come il contesto della scuola divenga luogo cardine per il fascismo all’interno di un progetto di legittimazione e di costruzione del consenso. La trasfigurazione scolastica operata nei manuali e nei riti della celebrazione collettiva propone infatti tutti gli elementi  tipici della propaganda fascista. L'ideologia viene declinata con grande capacità di fascinazione in quasi tutte le discipline insegnate, piegate nei contenuti e negli argomenti all'esaltazione dell'uomo nuovo fascista. 

Illustrazione libro di testo per la III classe elementare, 1935-39
Illustrazione libro di testo per la III classe elementare, 1935-39

Dal confronto tra i due percorsi espositivi emergono suggestioni molto interessanti, in particolare risalta la mistificazione ideologica operata dal regime, attraverso la rapida messa in moto e la continua alimentazione della imponente macchina della propaganda e dell’educazione nazionale. Destrutturare la mitologia fascista appare dunque l’intento prioritario del curatore, al fine di evidenziare l'obiettivo, ma anche gli strumenti e lo stile di questa persuasione sempre coercitiva ed occulta.

Tale operazione di ricostruzione storica attraverso la decostruzione culturale ha assunto un significato ancora più incisivo proprio perché realizzata in occasione del 90º anniversario della marcia su Roma, declinandolo non in senso celebrativo, ma critico. E ancor più dal momento che la mostra è stata inaugurata a Predappio, dove ancora questi miti, pur screditati dalla storia e smascherati dalla ricerca, sono capaci di sedurre e mobilitare.

Poiché la memoria si declina sempre al presente e ha un profondo legame con l’attualità, con le trasformazioni e i sommovimenti che la segnano e la connotano; mentre la storia rimette il passato in prospettiva e tenta di rispondere lucidamente alle domande emotive poste dalla memoria stessa, riteniamo che questa doppia operazione – ossia il taglio e la collocazione della mostra - abbiano avuto un merito indiscutibile: quello di valorizzare l'approccio storico, che si propone il difficile compito di fare un uso critico della memoria, distanziandosi dal passato per ricollocarlo in una prospettiva polifonica; e di ricercare un dialogo non asimmetrico con il presente, gettando così uno sguardo problematico “su quel passato che non vuole passare” e che  interpella ancora la coscienza di tutti noi.


Bibliografia

Albanese G. 2006
La marcia su Roma, Roma-Bari: Laterza
Baioni M. 2009
Politiche della memoria e dell'oblio tra Fascismo e repubblica, in Predappio in luce, Ravenna: Fernandel
De Luna G. 2011
La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Milano: Feltrinelli
Di Pierro A. 2012
Il giorno che durò vent’anni: 28 ottobre 1922. La marcia su Roma, Milano: Mondadori
Franzinelli M. 2009
Predappio, la Betlemme nera, in Del Boca A. (ed.) 2009, La storia negata. Il revisionismo e il suo uso  politico, Vicenza: Neri Pozza
Gallerano N. (ed.) 1995
L’uso pubblico della Storia, Milano: Franco Angeli
Gentile E. 2012
E  fu subito regime. Il fascismo e la marcia su Roma, Roma-Bari: Laterza
Isnenghi M. (ed.) 1997
I luoghi della memoria: personaggi e date dell’Italia unita, Roma-Bari: Laterza
Santomassimo G. 2000
La marcia su Roma, Firenze: Giunti
Traverso E. 2006
Il passato: istruzioni per l’uso. Storia, memoria, politica, Verona: Ombre corte
Vivarelli R. 2012
Storia delle origini del fascismo, vol. III, Bologna: il Mulino

Risorse

Selezione di spezzoni video a cura di Gianluca Gabrielli, tratti da A noi. Con le Camicie Nere, dalla sagra di Napoli alla conquista di Roma (regia di U. Paradisi, 1923)
http://www.youtube.com/watch?v=yJy6HiO-oFA
http://www.youtube.com/watch?v=7u_h04i8dvI
http://www.youtube.com/watch?v=s5ljlVPXi3I
Materiali didattici della mostra
Materiali per gli insegnanti, italiano, (pdf)
Materiali per gli insegnanti, inglese, (pdf)
Laboratorio didattico - progetto Storia Educazione Politica
http://educazionepolitica.scedu.unibo.it/moodle/