Locandina dell'evento
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Lo scorso 28 gennaio 2014, l’Istituto storico della resistenza e dell’età contemporanea (Isrec) di Parma, in collaborazione con la sezione parmense dell’Associazione nazionale ex-deportati (Aned), ha voluto ricordare, nell’ambito della ricorrenza del “Giorno della memoria”, un episodio emblematico della politica concentrazionaria della Germania nazista: la deportazione di oltre una cinquantina di prigionieri dalle carceri di Parma verso il sistema dei campi, avvenuta il 21 aprile 1945. Quell’ultimo trasporto da Parma. 21 aprile 1945 è il titolo della conferenza pubblica svoltasi nella sala XXV aprile dello stesso Istituto e alla quale sono intervenute Nicoletta Fasano (Istituto storico di Asti), Roberta Mira (Università di Bologna) e Chiara Nizzoli (Istituto storico della resistenza di Parma).

Il dato di partenza che ha spinto un gruppo di ricercatori dell’Isrec, tra cui Andrea Di Betta e Chiara Nizzoli, a indagare in maniera più approfondita questa vicenda è emerso da un registro ufficiale dell’ex carcere di San Francesco, nel quale si legge che più di venti prigionieri (ai quali bisogna aggiungerne circa altri quaranta, prelevati con tutta probabilità dalle celle di Palazzo Rolli, sede del Comando distaccato della Polizia di sicurezza nazista) furono tradotti, il 21 aprile del 1945, verso il lager di Bolzano. A sorprendere è proprio la data: si pensi che lo stesso 21 aprile, mentre questi prigionieri venivano legati con fil di ferro a gruppi di cinque e trasportati fino a un lager, le forze alleate entravano a Bologna per liberarla.

Per offrire un contesto utile a chiarire la mentalità nazi-fascista di quegli ultimi mesi d’occupazione, Nicoletta Fasano ha illustrato come la politica dei rastrellamenti, delle stragi e degli eccidi fosse tesa a liquidare il movimento partigiano, a spezzare il suo legame con la popolazione civile e a raccogliere manodopera da inviare in Germania. L’arrestarsi del fronte sulla linea Gotica nel tardo autunno 1944 diede avvio a diversi rastrellamenti che coinvolsero, in un’unica gigantesca azione militare complessiva, l’area della via Emilia, la Liguria e il Piemonte: essi ebbero l’obiettivo di stroncare definitivamente il movimento resistenziale. Non è un caso che - come ha sottolineato la Fasano - sulla base delle più recenti ricerche sui deportati “politici”, emerge che la percentuale più alta di ingressi nei lager dall’Italia sia di partigiani, antifascisti e civili arrestati tra il dicembre 1944 e il gennaio 1945. Un’ultima fase dei rastrellamenti avvenne infine nella primavera del 1945: le azioni militari ebbero in questo caso l’obiettivo di recuperare un controllo stabile delle retrovie e delle vie di comunicazione per garantire alle truppe la possibilità di realizzare i piani di ritirata verso la Lombardia, predisposti dai diversi comandi.

Parallela alla politica delle stragi e degli eccidi l’occupazione nazi-fascista si dispiegò anche attraverso arresti e deportazioni: a partire dall’8 settembre tali pratiche non furono destinate ai soli esponenti antifascisti ma vennero estese a familiari, amici e colleghi, quale deterrente nei confronti di chiunque si ponesse contro la politica d’occupazione e a sostegno del movimento partigiano. Anche Nizzoli ha precisato infatti che furono i grandi rastrellamenti dell’estate 1944 e dell’inverno 1945 nell’Appennino emiliano a far assumere alla deportazione verso i campi maggior rilevanza quantitativa. Inoltre quasi tutti i prigionieri considerati furono arrestati tra fine gennaio e febbraio 1945, e non a caso. Proprio in quei giorni infatti, a seguito delle torture, cominciarono a emergere i nomi dei partigiani, tanto che la struttura cittadina delle Squadre di azione patriottica (Sap) venne quasi scardinata.

La fine dei rastrellamenti non avrebbe interrotto il flusso di deportati: come ha ricordato Roberta Mira, dopo la chiusura del vicino campo di Fossoli nell’agosto 1944, il campo di Gries-Bolzano, posto in posizione strategica, divenne l’unica destinazione per i prigionieri politici da smistare verso i campi del Reich, principalmente quelli di Mauthausen e Flossenbürg. L’ultimo trasporto verso il Reich partì da Bolzano nel marzo 1945, poiché in seguito le interruzioni dei collegamenti ferroviari e stradali resero impossibili ulteriori invii. Ciò però non frenò il fluire di prigionieri antifascisti verso il campo sudtirolese: più di cento furono i prigionieri parmensi liberati tra la fine di aprile e l’inizio di maggio.

L’episodio dei prigionieri trasportati a Bolzano durante gli ultimissimi giorni del conflitto – trattato in questa conferenza, la quale non rappresenta che l’inizio di una ricostruzione storica più approfondita che i ricercatori dell’Isrec stanno proseguendo e che verrà completata nel 2015 – dimostra come il modus operandi dei nazi-fascisti prevedesse una prassi di guerra fondata sulla repressione, la deportazione e la violenza. Si ricordi infatti che i reparti in ritirata lasciarono dietro di sé una lunga scia di sangue, coinvolgendo nelle rappresaglie e negli ultimi eccidi civili e partigiani. Questa crudele sorte toccò, ad esempio, proprio a uno dei prigionieri parmensi: sulla strada del ritorno da Bolzano, Max Casaburi decise di abbandonare i compagni di viaggio e di proseguire da solo, ma la sfortuna volle che s’imbattesse nei reparti della polizia nazista, che lo uccisero senza pietà il 28 aprile. Anche in questo caso, quindi, si va ben oltre la data simbolica del 25 aprile. Un aspetto, quest’ultimo, che spesso non si tiene in sufficiente considerazione quando si riflette sul difficile percorso di uscita del paese dalla guerra.