1. Una congiura che tenne a battesimo la nascita della Nazione

Dopo la pubblicazione di La scomparsa di Majorana [1], Leonardo Sciascia – è lui stesso a scriverlo– ricevette, per il tramite di Lorenzo Mondo, lo scritto di Nina Ruffini Un magistrato piemontese in Sicilia: 1862-1863, che catturò immediatamente la sua curiosità [Sciascia 1977, 93] [2]. Quel magistrato, Guido Giacosa, padre di Giuseppe [3], bisnonno della stessa Ruffini [4], si trovò infatti a indagare su «una vicenda ambigua, oscura e complessa» [Sciascia 1977, 93] verificatasi a Palermo venti mesi dopo la resa di Gaeta (13 febbraio 1861), che rappresentò l’ultimo atto della resistenza borbonica contro l’unificazione e segnò la fine del Regno delle Due Sicilie. Guido Giacosa, avvocato patrocinante a Ivrea, quindi avvocato dei poveri a Modena, il 25 maggio 1862, ad appena 37 anni, era diventato Sostituto procuratore generale del re presso la Corte d’appello di Palermo, nomina che va inquadrata nel delicato momento politico post-unitario, quando il governo inviava in Sicilia magistrati settentrionali, fidati ed energici, per tenerne a bada le irrequietezze. E particolarmente inquieta era allora Palermo: mentre si intessevano sotterraneamente le trame di cospirazioni restaurative e di insorgenze borboniche [Terzi 2018], dal 28 giugno 1862 la città ospitava Giuseppe Garibaldi, che raccoglieva un grande entusiasmo popolare concretizzato nelle migliaia di volontari accorsi per la spedizione diretta a Roma ma conclusasi già ad Aspromonte, dove il 29 agosto l’eroe dei due mondi fu ferito dai soldati dell’esercito italiano.

È in questo clima che, alcuni mesi dopo, il sostituto procuratore Giacosa si trovò a indagare su «un fatto criminale di orrida novità» noto come la “Congiura dei pugnalatori”: nella sera del 1° ottobre 1862, «alla stessa ora, in diversi punti della città tra loro quasi equidistanti, una stella a tredici punte sulla pianta di Palermo, tredici persone venivano gravemente ferite di coltello, quasi tutte al basso ventre» [Sciascia 1977a, 5]. Uno dei pugnalatori, Angelo D’Angelo, lustrascarpe di 38 anni, con precedenti penali e forse ex spia della polizia borbonica, venne inseguito e, catturato, confessò e chiamò in correità, come suoi complici, altre undici persone. Raccontò di essere stato assoldato, per tre tarì al giorno, dal suo conoscente Gaetano Castelli, un guardapiazza (cioè colui che, nel lessico della criminalità di tipo mafioso, fornisce protezione agli abitanti di un territorio in cambio di fedeltà e sottomissione), che, insieme ad altri due reclutatori, aveva messo insieme un manipolo di otto uomini, pagati per pugnalare i passanti ignari. Avendo richiesto informazioni che garantissero la solvibilità del compenso pattuito, Castelli gli avrebbe rivelato che il mandante era Romualdo Trigona, principe di Sant’Elia, uomo ricchissimo e assai rispettato a Palermo, ma soprattutto senatore del regno. Forse anche per questo gli inquirenti, pur credendo alle rivelazioni di D’Angelo, non ritennero che il mandante potesse essere il principe di Sant’Elia. Su tale scetticismo avrà inoltre pesato anche il fatto che il re Vittorio Emanuele II per l’8 dicembre 1862, giorno dell’Immacolata, incaricò proprio il principe di Sant’Elia di rappresentarlo nella processione palermitana, e non, come sarebbe stato di gran lunga più logico, il «Commissario Regio, che a tutti gli effetti in Sicilia lo rappresentava» [Sciascia 1977, 43].

Nel processo, che iniziò l’8 gennaio 1863 alla Corte d’assise di Palermo, Guido Giacosa sostenne l’accusa di «attentato diretto alla distruzione e cangiamento dell’attuale forma di governo» con l’aggravante della premeditazione, dell’assassinio (uno dei pugnalati era morto) e del mancato assassinio. Il processo fu sostanzialmente indiziario, basato quasi esclusivamente sulla confessione di D’Angelo, che Giacosa, nelle sue richieste di condanna, considerava credibile quando accusava i complici, ma non attendibile riguardo al coinvolgimento del principe di Sant’Elia. Appena sette giorni dopo il suo inizio, il 15 gennaio, fu emessa la sentenza, che accoglieva le richieste di pena del procuratore generale Giacosa: condanna a morte per i tre reclutatori del drappello di pugnalatori; lavori forzati a vita per gli altri otto; venti anni di lavori forzati a D’Angelo per la sua collaborazione con la giustizia. Ma poco prima della sentenza, la setta dei pugnalatori era tornata a colpire: il 13 gennaio, era stato infatti ferito alla schiena il venditore di pane Domenico Di Marzo, mentre passeggiava assieme alla moglie. Già in serata venne arrestato il pollivendolo Giovanni Russo, corrispondente al ritratto che i coniugi ne avevano fatto e, soprattutto, riconosciuto dalla moglie del ferito. Due giorni dopo, però, i Di Marzo ritrattarono le accuse e incolparono un altro personaggio, per niente diverso dalla descrizione datane a caldo. Vennero poi pugnalate per strada anche altre persone, ma nessuno di questi ferimenti sollevò lo scalpore del caso Di Marzo, anche se il questore li ricollegava tutti alla setta dei pugnalatori.

Mentre a Palermo si diffondeva la paura, Giacosa riprese le indagini, accertando che i Di Marzo avevano ritrattato a seguito dell’intervento dell’ispettore di polizia Daddi, estraneo alle indagini, e perciò decise di arrestare l’equivoco funzionario. Daddi, però, chiese una dilazione promettendo clamorose rivelazioni che poi non emersero. Giacosa decise quindi di impiegare Orazio Mattania [5], già spia del direttore del carcere di Palermo, per carpire qualche utile informazione ai condannati a morte, cioè quelli che erano più addentro nella cospirazione, e questi poco dopo gli rivelò di aver ricevuto da Masotto e Castelli importanti rivelazioni che coinvolgevano il principe di Sant’Elia. Mattania, rilasciato dal carcere, assicurò di essere stato introdotto fra i cospiratori di una congiura filoborbonica che sarebbe dovuta scoppiare il 19 marzo, e sostenne di aver incontrato, nella sera dell’8 marzo presso l’arcivescovado di Palermo, Romualdo Trigona di Sant’Elia, suo cognato, il principe Giardinelli e altri cospiratori, tra cui molti sacerdoti. Si procedette quindi ad arresti e a varie perquisizioni, tra cui anche in casa del senatore Trigona, nella notte tra il 12 e il 13 marzo. Questa clamorosa iniziativa di Giacosa sollevò fiere discussioni al Senato di Torino, tanto che il 15 marzo egli dovette inviare al ministro guardasigilli Giuseppe Pisanelli una relazione che però non arrivò mai a Torino, così che ne dovette redigere una seconda, meno efficace, perché riscritta ab origine dal momento che, per la richiesta riservatezza, della prima egli non aveva conservato copia.

Se nel frattempo il processo agli esecutori materiali seguiva il suo corso (la decapitazione dei tre condannati fu eseguita alle 6 del mattino del 10 aprile 1863), non cessavano tuttavia gli attacchi all’inchiesta di Giacosa, né sulla stampa palermitana né in Parlamento a Torino, in particolare da parte del deputato siciliano Francesco Crispi. E anche in questa nuova fase si ripresentò l’endorsement regale al principe di Sant’Elia, delegato questa volta a rappresentare il sovrano nelle cerimonie del Venerdì santo. Era il 3 aprile 1863, sette giorni prima delle tre esecuzioni capitali dei pugnalatori. Insomma, l’indagine oramai rappresentava per il governo un imbarazzante caso politico, che si risolse il 29 maggio, quando Giacosa preparò una requisitoria con cui chiedeva l’assoluzione di Sant’Elia e di molti altri imputati, richiesta accolta già il 30 maggio. Restarono incriminati soltanto il pollivendolo Giovanni Russo, accusato del ferimento e della successiva morte di Domenico Di Marzo, e l’ispettore Daddi, incolpato di avere depistato le indagini accusando un innocente. Processati alcuni mesi più tardi, sarebbero stati entrambi assolti. Guido Giacosa, ormai «stanco, angosciato, sfinito» [Sciascia 1977, 81], nell’aprile 1863 chiese un trasferimento di sede e, in attesa di ottenerlo, un congedo per tornare nel suo Piemonte natale: fermamente convinto della colpevolezza del principe di Sant’Elia, infatti, quando si rese conto che il governo non aveva intenzione di incriminarlo, considerò questo atteggiamento come un cedimento, legato a motivazioni di bassa opportunità politica, che rendeva ingiusta la giustizia, dal momento che essa andava a colpire gli esecutori materiali risparmiando i mandanti che godevano di protezioni. Per coerenza decise quindi di dimettersi dalla magistratura per esercitare la libera professione di avvocato.

2. L’indagine storica a servizio della cronaca degli anni Settanta

Sebbene Paolo Pezzino, dopo aver consultato una più vasta documentazione non nota a Sciascia, abbia successivamente confutato le conclusioni dello scrittore di Racalmuto giungendo alla conclusione dell’innocenza di Sant’Elia [Pezzino 1992], nondimeno il testo sciasciano conserva una sua duratura e piena vitalità a patto, però, di leggerlo come una riflessione sulla storia italiana degli anni Settanta del Novecento, più che come un saggio d’inchiesta sugli anni Sessanta dell’Ottocento [Gotor 2022, 85-86]. D’altronde, intenzione dichiarata di Sciascia, che all’epoca aveva 55 anni ed era stato eletto da indipendente nelle liste del Pci al Consiglio comunale di Palermo, era che quel suo scritto interessasse «quante più persone possibile […] in rapporto alle cose di oggi» [Sciascia 1977, 94-95]. E partiamo da un dato lessicale quantitativo: proprio l’ultimo lemma della precedente citazione, “oggi”, a meno di sviste, ricorre nel testo almeno 13 volte, alle quali andrebbero aggiunti altri rimandi evidenti, ancorché meno espliciti, all’apparizione in filigrana del presente. Proverò qui di seguito a segnalare alcuni dei parallelismi che Sciascia intravvedeva tra l’Italia del 1862-63 e quella dei suoi giorni – e forse addirittura riconoscendovi un tratto distintivo della storia e del carattere nazionali.

La prima occorrenza di quella “parola spia” si registra nell’osservazione (lanciata con apparente noncuranza, visto che viene collocata tra parentesi nel testo, ma in realtà affondando un’acuminata stilettata ironica) che una delle fonti utilizzate dall’autore è il «Giornale Ufficiale di Sicilia», «che è poi, tranne che nella perdita dell’ufficialità, il Giornale di Sicilia di oggi» [Sciascia 1977, 5]. Verrebbe da pensare che sia qui adombrata la pelosa (perdurante) corrività di tanta stampa nostrana con i desiderata del potere. La seconda si presenta nel corso della ricostruzione degli identikit dei pugnalatori, per i quali vittime e testimoni erano concordi nella descrizione dell’abbigliamento, mentre «stavano nel vago riguardo alla statura e ai tratti del volto». Se nella stessa pagina, poco più avanti, Sciascia spiega le ragioni di quella sorta di “uniforme”, quanto all’incertezza relativa alla fisiognomica, egli osserva, anche questa volta collocando sornionamente la riflessione tra parentesi, che è perché «c’erano in giro tante barbe: appunto, anche in questo, come oggi» [Sciascia 1977, 12]. Si è qui di fronte a una nota tra la sociologia e il costume, o a un’allusione velata alle infiltrazioni e alle manovre occulte dei servizi segreti (i cui agenti sono spesso detti, appunto, “barbe finte”)? D’altronde ricordiamo (o almeno dovremmo farlo) il ruolo dell’identikit di Valpreda, per stare all’episodio fondativo della “strategia della tensione”, nella costruzione della (falsa) pista anarchica. Anche in relazione al compenso (tre tarì al giorno) ricevuto dai sicari per l’assunzione a cuor leggero di una così cruenta azione criminale («che a nessuno sia avvenuto di pensare all’infame impegno che si assumeva»), Sciascia osserva che «un funzionario della questura di Palermo ha dichiarato risultargli bastano oggi duecentocinquantamila lire a pagare il servizio di fare uccidere un uomo» [Sciascia 1977, 15]. Certamente in quell’amara comparazione di “infami impegni” pesava il contrasto vertiginoso tra l’accoltellare un uomo e il far esplodere bombe nelle piazze e sui treni affollati.

Più esplicito ancora è il rilievo proposto da Sciascia quando analizza le carte delle indagini svolte dai carabinieri, nelle quali compare il nome di un tredicesimo pugnalatore, Giuseppe Di Giovanni, che però «svanisce del tutto nelle carte processuali: e non si capisce come, se nel rapporto è detto chiaramente che l’uomo è stato, con quella imputazione, a disposizione del giudice. Né si capisce (e cioè: si capisce benissimo, poiché di peggio abbiamo visto in questi nostri anni) come i carabinieri possano ignorare, al 15 ottobre, quel che questura e magistrati sanno fin dal 3» [Sciascia 1977, 17]. «In questi nostri anni», non il più frequente «oggi»; cioè il ricorso a un plurale per rimarcare la ricorsività dei depistaggi, delle omissioni, degli occultamenti. E qui la memoria di Sciascia aveva solo l’imbarazzo della scelta tra le innumerevoli occasioni offerte dalle inchieste sui fenomeni stragisti ed eversivi avvenuti in Italia tra il 1969 (ma si potrebbe retrodatare già a Portella della Ginestra [Tamburino 2022, 164-197]) e il 1976, giusto per fermarci all’anno di uscita del libro. Qualche pagina più avanti il nostro riferisce delle reazioni popolari alle notizie degli attentati: nonostante le rassicuranti (ancorché menzognere) dichiarazioni della questura palermitana, «tutti andavano muniti di bastone, poiché altre armi gli onesti non tenevano, avendo il Commissario Regio decretato – con mirabile prontezza, all’indomani dei fatti del 1° ottobre – il disarmo generale. Che è provvedimento il più facile a decretarsi anche oggi; ad agevolare le cose a chi dei decreti se ne infischia e le armi tanto meno le consegna» [Sciascia 1977, 27]. La chiosa di Sciascia è riferita all’inutilità, se non alla pericolosità, delle soluzioni securitarie e panpenaliste quale nel 1975 fu l’approvazione della Legge Reale.

Ma il caso tra i più interessanti dei rimbalzi tra storia e cronaca, tra passato e presente, è costituito dall’ingresso nella vicenda dell’ispettore Daddi. Ecco come: la sera del 13 gennaio 1863, nello stesso momento in cui veniva emessa la sentenza sugli accoltellamenti del 1° ottobre precedente, il panettiere Domenico Di Marzo, mentre passeggiava tranquillamente insieme a sua moglie, fu accoltellato da uno sconosciuto, come pure capitò ad altri otto cittadini. I coniugi Di Marzo riconobbero subito il loro accoltellatore nella persona di Giovanni Russo, riferendo dettagli che non lasciarono dubbi agli inquirenti. Tuttavia, due giorni dopo, nell’ospedale dove era ricoverato il fornaio, marito e moglie ritrattarono quanto dichiarato in precedenza e, anzi, accusarono un’altra persona che conoscevano benissimo. Dalle indagini svolte per cercare una spiegazione al repentino e incredibile voltafaccia emerse che l’ispettore Daddi, pur privo di incarico ed estraneo all’inchiesta, aveva avvicinato in quei due giorni i Di Marzo nell’ambito di un’operazione, come si giustificò successivamente, di infiltrazione e di copertura («giustificazione che ha buon corso anche oggi, come sappiamo» [Sciascia 1977, 29]). «E sospettiamo che da allora ad oggi cose simili, e anche peggiori, siano accadute e accadano nell’amministrazione dello Stato italiano» [Sciascia 1977, 28]. D’altronde «si sa quanto di solito valgano i riconoscimenti, quando sollecitati dalla polizia» [Sciascia 1977, 26]. Non c’è lettore minimamente a conoscenza della storia d’Italia recente che non vi riconosca alcune delle dinamiche riscontrabili nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana, le quali portarono all’incriminazione di Pietro Valpreda, come ad esempio la testimonianza del tassista Cornelio Rolandi, che affermò di aver trasportato Valpreda nei pressi di piazza Fontana poco prima del massacro, ma dopo che gli era stata mostrata preventivamente una fotografia dell’anarchico, indicatogli come la persona che avrebbe dovuto riconoscere [Boatti 1999, 140]. D’altronde «Daddi era in malafede e tentò di fuorviare le indagini, di portarle (diremmo oggi) verso un altro estremismo» [Sciascia 1977, 30, corsivo in originale]. E non è quello che accadde proprio a partire da Piazza Fontana e in tutti gli altri episodi di stragismo, come ad esempio il fallito attentato al treno Torino-Roma del 7 aprile 1973 [6] o l’attentato alla questura di Milano del 17 maggio successivo [7], che si tentò di addebitare alle sinistre? Sciascia ne è consapevole, tanto che poche righe più avanti loda il procuratore Giacosa per non aver abboccato alla “teoria degli opposti estremismi”.

In un successivo passaggio del testo, volto a commentare la contrapposizione tra Giuseppe La Farina e il principe di Sant’Elia, che nascondeva in realtà quella del primo con Francesco Crispi, Sciascia riferisce che «secondo un nostro amico giornalista, la storia d’Italia dall’unità ad oggi è stata in gran parte condizionata da rivalità, da inimicizie dichiarate o celate, tra siciliani» [8]. Quindi, con il consueto scarto dal passato al presente, aggiungeva, spargendo venenum in cauda, che «quella tra La Farina e Crispi ne è la prima. Quella tra il procuratore generale Carmelo Spagnuolo e il capo della polizia, dal 1960 al 1973, Angelo Vicari forse l’ultima. Vogliamo dire: la più recente, per quel che ne sappiamo; ché può darsi ce ne siano altre di cui, senza saperlo, stiamo godendo gli effetti» [Sciascia 1977, 57-58]. Sorvolando sull’accenno alla scarsa o nulla trasparenza delle politiche di sicurezza, sarebbe troppo lungo fare qui un ritratto dei due personaggi evocati, basti almeno dire che al primo (piduista e nel 1979 radiato dall’ordine giudiziario per coinvolgimenti nella vicenda Sindona) venne affidata, scippandola a Padova, dove lavorava il magistrato Giovanni Tamburino, l’inchiesta sulla Rosa dei venti [Ginsborg 1989, 470-471]; mentre il secondo si batté per la “pista nera” nelle indagini su Piazza Fontana, scontrandosi per questo con l’allora ministro dell’interno, il siciliano Franco Restivo, e con il discusso direttore dell’Ufficio affari riservati del Ministero dell’interno dal 1971 al 1974, Federico Umberto D’Amato [Gotor 2022, 115; 147; 272].

3. Conclusione: de hac re fabula narratur

Ma più che il puntuale rimando a passaggi specifici del testo, come ho provato a fare sommariamente nelle righe precedenti, è tutta la vicenda rievocata nelle appena 90 pagine de I pugnalatori a costituire per Sciascia il banco anatomico dove distendere la “strategia della tensione” per osservarla ai suoi albori, nel suo dispiegarsi e nei suoi meccanismi. E particolarmente illuminanti risultano, in tal senso, le osservazioni che avanza quando spiega i moventi dei fatti del 1862-63, che egli legge dentro il più ampio contesto storico-politico. Il principe di Sant’Elia, che per Sciascia è mente e mandante degli attentati, è un uomo che aveva aderito al processo di unità nazionale “pagandone” il prezzo con l’esilio (ancorché breve e fors’anche gattopardesco [Sciascia 1977, 41]), che però gli valse titoli e riconoscimenti prestigiosi (senatore del regno spesso, come si è visto, delegato a rappresentare il re in persona a Palermo) nella nuova Italia sabauda. Che cosa, dunque, avrebbe dovuto spingerlo a ordire un complotto volto a restaurare l’ordine borbonico per la cui difesa non si era speso? È qui che la risposta di Sciascia rivela il suo debito con le sollecitazioni che gli provenivano dalle vicende di quella frazione di anni Settanta – o forse usa queste per meglio decifrare quelle.

Se nel 1862 «la delusione era grande» (le tasse, la leva militare obbligatoria, l’esproprio dei beni ecclesiastici, l’ordine pubblico, e altro) tanto che la restaurazione poteva sembrare non solo possibile, ma auspicabile e addirittura vicina, se solo se ne fosse favorito “l’innesco”, Sciascia riconosceva in una tale situazione sorprendenti analogie con la prima metà degli anni Settanta che videro «il governo della Repubblica Italiana nata dall’antifascismo proteggere il fascismo, i suoi “reggitori” fare all’amore coi fascisti» [Sciascia 1977, 87] [9].

Dopo il Sessantotto e l’autunno caldo del 1969 (sia detto così per esigenza di sintesi) molti in Italia furono tentati di auspicare il ritorno a un passato disciplinato che non era mai esistito se non come opposizione a un ordine delle cose che andava cambiando per loro in maniera perturbante. Sciascia lo scrive così:

Altro fine non potevano avere, quelle pugnalazioni fatte a caso, che il far rimpiangere l’ordine che la polizia borbonica sapeva mantenere. Intramontabile simulacro, sempre o vagheggiato o rimpianto dagli italiani, e da quelli del sud particolarmente: l’ordine. Mai avuto: ma, per incredibile inganno, ricordato. C’era. Non c’è. Bisogna farlo tornare. Perciò i partiti d’ordine, gli uomini d’ordine: che possono farlo tornare [Sciascia 1977, 21].

E alcuni di quei molti, dal convegno dell’Istituto Pollio del 1965 in poi, si adoperarono per favorirne la restaurazione servendosi per questo anche delle frange più fanatiche di un fascismo mai veramente morto in Italia dopo il 1945. Altri, invece, di quei molti, con il gruppo precedente spesso intrecciati, più che per una restaurazione del passato (o un colpo di Stato) lavoravano a usare il disordine per stabilizzare l’esistente.

E proprio come nel 1862, se in una prima fase la strategia fu quella di «gettare il paese nella insurrezione e nell’anarchia», in seguito subentrò l’esigenza di «eliminare ad ogni costo tutto ciò che [avrebbe potuto] condurre allo scoprimento della prima», col suo corollario di depistaggi, occultamenti, infiltrazioni, esfiltrazioni. Sembrava parlare della Sicilia postunitaria, Sciascia; stava invece descrivendo l’Italia della strategia della tensione. Forse si sbagliava nelle conclusioni che traeva sulla prima; affondava invece con lucidità estrema lo sguardo su un presente che da allora non smette di interrogarci.

Bibliografia

  • Boatti 1999
    Giorgio Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta, Torino, Einaudi, 1999.
  • Ginsborg 1989
    Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Torino, Einaudi, 1989.
  • Gotor 2022
    Miguel Gotor, Generazione Settanta. Storia del decennio più lungo del secolo breve, Torino, Einaudi, 2022.
  • Pezzino 1997
    Paolo Pezzino, La congiura dei pugnalatori. Un caso politico-giudiziario alle origini della mafia, Venezia, Marsilio, 1997.
  • Ruffini 1975
    Nina Ruffini, Un magistrato piemontese in Sicilia: 1862-1863, in Civiltà del Piemonte. Studi in onore di Renzo Gandolfo nel suo settantacinquesimo compleanno, vol. II, a cura di Riccardo Massano, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1975, pp. 515-523.
  • Sciascia 1977
    Leonardo Sciascia, I pugnalatori – La scomparsa di Majorana, Milano, Club degli Editori, 1977 (riedizione di Leonardo Sciascia, I pugnalatori, Torino, Einaudi, 1976 e di Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana, Torino, Einaudi, 1975).
  • Tamburino 2022
    Giovanni Tamburino, Dietro tutte le trame. Gianfranco Alliata e le origini della strategia della tensione, Roma, Donzelli, 2022.
  • Terzi 2018
    Lorenzo Terzi, La riconquista di un Regno. Cospirazioni, insorgenza e diplomazia borbonica dopo il 1861, in «Corriere della Sera», 18 luglio 2018.

Note

1. Einaudi pubblicò il volume nell’ottobre del 1975, il testo, però, era già stato pubblicato tra il 31 agosto e il 7 settembre precedenti, a puntate, sul quotidiano «La Stampa» di Torino.

2. I pugnalatori uscì per Einaudi nel 1976. In questo articolo si cita però dall’edizione del 1977 del Club degli Editori che lo pubblicò insieme a La scomparsa di Majorana.

3. Colleretto Parella (1847-1906) è stato uno scrittore, giornalista, drammaturgo e librettista molto prolifico e di grande successo.

4. Pasqualetta (Nina) Ruffini (1898-1977) era infatti figlia di Alfredo Ruffini e Bianca Giacosa, una delle tre figlie di Giuseppe.

5. In realtà, come spiega Paolo Pezzino, la lezione corretta è “Matracia” [Pezzino 1997, 124-125].

6. L’attentatore, il neofascista di Ordine nuovo Nico Azzi, che rimase ferito mentre posizionava l’ordigno, aveva sparso sul luogo dell’esplosione prevista delle copie di “Lotta Continua”, in modo da attribuire ai “rossi” la responsabilità dell’eccidio [Gotor 2022, 112].

7. La bomba, che fece quattro morti e una cinquantina di feriti, fu lanciata dal sedicente anarchico Gianfranco Bertoli, informatore dei Servizi e infiltrato prima nel Pci e poi nel mondo anarchico.

8. Il giornalista menzionato potrebbe essere Lino Jannuzzi.

9. Anche a pagina 78 c’è un richiamo esplicito alla dialettica fascismo-antifascismo del secondo dopoguerra, stabilendo un filo di continuità tra le due fasi storiche.