Il tema della metamorfosi, pur non essendo sempre esplicitamente nominato o assunto come oggetto primario d’investigazione, è centrale e ricorrente negli studi antropologici classici [LéviStrauss 1964; Turner 1972; Van Gennep 1981], fino al più recente pluralismo ontologico e prospettivistico [Descola 2021; Viveiros de Castro 2012; si veda anche Brigati e Gamberi 2019]. Negli studi sulle relazioni interspecie e sul rapporto dell’essere umano con il proprio ambiente, nel suo becoming with [Haraway 2008] – “divenire assieme”, in assemblaggi multispecie – esso porta con sé un’accezione che rimanda al concetto di ibridazione e reciproca trasformazione [Tsing 2015].
Il libro di Danesi della Sala si innesta su questo ricco corpus, accompagnando il lettore attraverso le trasformazioni climatiche di un territorio e dei suoi abitanti, umani e non. Alternando capitoli etnografici e storici, il testo mostra come gli organismi, più che vivere in un determinato ambiente, vivano con esso e, attraverso il loro agire, contribuiscano costantemente a produrlo [Ingold 2000]. L’autore ripercorre le tappe che – attraverso gli effetti congiunti delle attività umane, dei mutamenti climatici e dell’agentività degli altri abitanti della Sacca di Goro – hanno portato alla scoperta e poi alla scomparsa della vongola mediterranea (Tapes decussatus), all’introduzione e alla rapida diffusione di una specie alloctona, la vongola filippina o verace (Ruditapes philippinarum), recentemente entrata in a causa dei forti cambiamenti avvenuti nella laguna e alla comparsa di un’ulteriore specie aliena, il granchio blu (Callinectes sapidus) [Campisano 2025].
In questo percorso, Danesi della Sala intreccia sapientemente le vicende sociali, economiche e culturali della laguna con le trasformazioni e i cambiamenti, più o meno indotti, dell’ambiente del delta del Po. Come ci dice l’autore, «fin dalle sue origini la comunità di Goro aveva fatto della pesca – in laguna, nel fiume, nei canali o lungo le coste – l’orizzonte ecologico e culturale in cui radicare la propria identità» [Danesi della Sala 2025, 19]. Storicamente, infatti, gli abitanti del delta del Po hanno esercitato mestieri indissolubilmente legati alle caratteristiche della laguna, e tra questi la pesca è sempre stata considerata l’attività principale. Danesi della Sala parla infatti di un «sapere anfibio», individuando nella capacità di «sentire l’ambiente» e «pensare come un pesce» il patrimonio di conoscenza e maestria tipico del pescatore gorese prima dell’avvento della vongola filippina.
Una delle particolarità della Sacca di Goro è che rappresenta, probabilmente, uno dei rari casi in cui è possibile attribuire una data precisa all’inizio di una metamorfosi radicale, al contempo ecologica, sociale ed economica: il 1986. Con questa data si chiude il primo capitolo del libro e si apre il secondo. Come anch’io ho avuto modo di riscontrare nel corso della mia successiva ricerca [Campisano 2025] a Goro e Gorino, il 1986 costituisce uno spartiacque nella vita delle comunità della laguna. In quell’anno, il biologo marino Francesco Paesanti riuscì a introdurre nella Sacca di Goro la vongola filippina che, trovando un ambiente propizio, conobbe una rapida diffusione e divenne «l’oro nero» [Danesi della Sala 2025, 16] il cui sforzo estrattivo trasformò la laguna in una «fabbrica a cielo aperto» [Danesi della Sala 2025, 31] e rese il delta del Po uno dei principali produttori ed esportatori di vongola verace al mondo. Nel giro di pochi anni, il rapporto con la laguna mutò radicalmente, modificando le sorti di questi paesi alla “fine del mondo” che, grazie alla venericoltura, conobbero una crescita economica tanto improvvisa quanto inattesa. Per circa quarant’anni, l’elevata domanda e gli ingenti quantitativi di vongole veraci permisero ai “vongolari” di lavorare poche ore al giorno ottenendo guadagni straordinari, mentre il sistema cooperativo finì per organizzarsi secondo logiche produttive sempre più vicine a quelle dell’industria estrattiva.
Se non vi è dubbio che, a partire dal 1986, l’identità degli abitanti del delta – le loro pratiche, le forme della socialità e il loro stesso modo di abitare il mondo – sia “divenuta assieme” alla vongola filippina, Danesi della Sala richiama l’attenzione anche sulle conseguenze che questo modello produttivo ha esercitato non soltanto sull’ambiente lagunare, ma sulla vongola stessa. Quest’ultima appare progressivamente oggettificata, quasi spogliata della propria dimensione animale, e talvolta descritta quasi come un vegetale – le “patate” della laguna – o persino come un sasso. «La rivoluzione della vongola, da questo punto di vista, ha comportato un vero e proprio ribaltamento dei tradizionali sistemi di senso locali, tanto sul piano del paesaggio, quanto su quello ecologico del vivente: l’acqua si fa terra, l’animale si fa vegetale, o addirittura materia inanimata» [Danesi della Sala 2025, 32; Campisano 2025].
Danesi della Sala sostiene inoltre che «l’esperimento di Paesanti e il conseguente sviluppo di una fiorente industria monocolturale si collocano nel più ampio progetto modernista di domesticazione e sfruttamento capitalistico dell’ambiente, di cui oggi la metamorfosi climatica sta esponendo la vulnerabilità». L’autore evidenzia come questo processo abbia progressivamente subordinato l’ambiente lagunare alle esigenze della produzione, mentre l’approccio tecnoscientifico ne ha cambiato la percezione, da spazio imprevedibile, dinamico e mutevole ad ambiente analizzabile e controllabile.
Tuttavia, anche nella percezione di alcuni goresi, il “boom della vongola” ha profondamente trasformato non solo l’ambiente – «quanti pesci che c’erano una volta, ti ricordi? […] è sparito tutto non solo i pesci» – ma anche il tessuto sociale: «Troppo eccesso, troppo sfruttamento con questa vongola, è tutto un correre a fare soldi. Prima c’era solidarietà, coesione. Non c’è più nulla adesso» [Danesi della Sala 2025, 37]. L’autore mostra come l’inatteso aumento degli introiti si sia tradotto in uno stile di vita volto all’eccesso e a quello che, già a fine Ottocento, Veblen definì conspicuous consumption [Veblen 1899], una forma di consumo ostentativo in cui elementi materiali, come case e macchine di lusso, assurgono a status symbol, mentre i bar diventano il teatro della competizione economica – si vedano, tra gli altri, anche i lavori di Daniel Miller. Questo stile di vita attrae ancora oggi sia i giovani, che spesso abbandonano gli studi non appena l’età glielo consente, sia le famiglie, sedotte dalla possibilità di maggiori entrate economiche; come emerge anche nel documentario su Goro di Alberto Gottardo e Francesca Sironi, Fortuna Granda, le prospettive future dei giovani sembrano infatti essere indissolubilmente legate alla presenza della vongola.
Il terzo capitolo del libro allarga la prospettiva al paesaggio del delta, con il “grande fiume” Po, la storia delle bonifiche e della loro manifestazione oggi più evidente, gli impianti idrovori. L’autore offre un’interessante lettura delle retoriche che accompagnarono i cambiamenti nel modo in cui gli elementi del paesaggio venivano reinterpretati e vissuti: le bonifiche, infatti, furono descritte dapprima nei termini di una redenzione e poi di riconquista, mentre il Po, con le sue tracimazioni, cominciò a essere rappresentato a livello istituzionale come un potenziale pericolo, soprattutto dopo l’alluvione del 1951. Nello stesso anno, la fondazione dell’Ente per la colonizzazione del delta padano «esplicita in modo inequivocabile la visione verticale che soggiaceva alla volontà dello Stato italiano di creare un nuovo spazio nazionale sano, ordinato, produttivo nonché semplice da amministrare» [Danesi della Sala 2025, 49]. Le logiche estrattive avevano iniziato a segnare il paesaggio già dagli anni Trenta, con lo sviluppo dell’industria dell’estrazione di metano, che causò una marcata subsidenza dei terreni delle valli, sprofondati a livelli ben al di sotto di quello del mare. Danesi della Sala collega tutto ciò alle vicende dei terreni agricoli e delle industrie del Polesine, dagli zuccherifici fino all’ex centrale termoelettrica Enel di Porto Tolle, le cui conseguenze – tristemente note – sono ancora oggi rievocate dalla visione dell’imponente ciminiera, tra le più alte d’Italia con i suoi 250 metri. Particolarmente fruttuosa è la scelta dell’autore di interpretare queste vicissitudini attraverso il dialogo tra la “tecno-politica” di Mitchell [Mitchell 2002] e i dreamscapes teorizzati da Jasanoff [Jasanoff 2015], come impianto teorico per analizzare l’esperienza locale di modernizzazione a diversi livelli, da quello istituzionale a quello degli abitanti del territorio.
Danesi della Sala mostra poi gli aspetti più foschi e “spaventosi” del divenire assieme al proprio ambiente: se nel secondo capitolo si ripercorre la storia della vongola verace e del boom economico che ne è conseguito, nel quarto vengono descritte le fragilità e la precarietà di una monoeconomia strettamente dipendente dalle condizioni ambientali di un territorio complesso e mutevole, anche a causa dell’azione umana descritta in precedenza. Affiorano così i “mostri” del delta: le alghe, la cui proliferazione eccessiva minaccia gli allevamenti; le cosiddette “acque bianche”, dovute a processi di decomposizione organica che rendono tossiche le acque della laguna; la siccità e le alluvioni. Danesi della Sala legge l’angoscia legata a questi fenomeni come segue: «è l’idea stessa di Natura a ribellarsi alla sua accezione tipicamente moderna e occidentale – Natura come altro dall’umano, Natura addomesticata, mercificata e spettacolarizzata – piombando nel quotidiano come problema inaspettato» [Danesi della Sala 2025, 66].
L’autore definisce i repentini e incontrollabili cambiamenti ecologici della laguna – come la proliferazione di alghe o di specie aliene – come “ferali” [Feral Atlas 2021], sottolineando come generino un senso di ansia ecoculturale che non trova giustificazioni in grado di alleviare «l’incapacità di trovare un senso alla metamorfosi del proprio mondo» [Danesi della Sala 2025, 75].
Il ruolo dello Stato, delle sue politiche e delle sue concezioni di natura fin dall’inizio del Novecento – già trattato nel terzo capitolo con l’esposizione della storia delle opere pubbliche (e non) nel delta del Po – torna alla fine del quarto capitolo, che si chiude con un paragrafo in cui la richiesta di un “piano di difesa” da parte della maggior parte della comunità di Goro lascia intravedere il ruolo attivo delle “nature ribelli” nel mediare il rapporto tra istituzioni e cittadini. Tale elemento, a sua volta, solleva il tema, complesso e problematico ma non affrontato direttamente nel testo, dell’intervento pubblico a sostegno delle imprese private, emerso con forza durante la mia successiva ricerca [Campisano 2025].
Il quinto capitolo descrive come, nel tempo, la costruzione della laguna come “fabbrica a cielo aperto” da ottimizzare per l’allevamento delle vongole veraci abbia generato la percezione di un ambiente che, senza l’intervento umano, vivrebbe perennemente sull’orlo del caos. Danesi della Sala parla di una percezione dell’ambiente lagunare come «difettoso» [Danesi della Sala 2025, 81] e che necessita di costante manutenzione per restare uguale a se stesso, per cui si tenta, come nel caso del granchio blu, di tutelare e perpetuare un determinato modo di “vivere con” la laguna – in questo caso, il modello estrattivistico della venericoltura. L’autore sottolinea come «nonostante le evidenze di un cambiamento che travalica la scala locale, la comunità di Goro sembra incapace di elaborare una comprensione più profonda della crisi, che resta così confinata a un’eccezionalità temporanea» [Danesi della Sala 2025, 86].
Sulla base della violazione di questo presupposto di controllabilità e docilità, l’autore propone l’idea di “nature” plurali e ribelli. Se il termine “nature” invita a riflettere su cosa sia la “natura” e secondo quale punto di vista, l’aggettivo “ribelli” – pur avendo l’indubbio merito di estendere il principio di agentività e intenzionalità a soggetti “altri” rispetto agli esseri umani – apre la complessa questione di quale sia il limite di applicabilità di un approccio riconducibile all’influenza di quella che è stata definita come la “svolta ontologica” nelle scienze sociali. Una disamina di queste questioni è fondamentale per evitare il rischio di restituire un’immagine di natura (o nature) definita proprio da una visione antropocentrica e occidentale in base alla quale vengono assegnati ai loro elementi determinati attributi e intenzioni.
La parte finale del capitolo muove dalle riflessioni dell’autore sulla difficoltà collettiva di elaborare e pensare un problema troppo complesso, come la crisi climatica, in assenza di modelli sociali, economici e ideologici alternativi a quelli che l’hanno prodotta. Danesi della Sala parla di un’impasse dell’immaginazione che potrebbe essere in parte superata adottando una prospettiva multispecie e non antropocentrica. Nel caso di Goro, questo implicherebbe mettere in discussione il mito fondativo tecno-scientifico della storia della vongola verace e immaginare una «storia multispecie della venericoltura» [Danesi della Sala 2025, 88], ravvivando quel “pensiero anfibio” che in passato aveva caratterizzato l’ambiente lagunare.
Danesi della Sala fornisce poi una breve panoramica sulla storia della vongola filippina e della sua introduzione in Europa, sottolineando la stretta relazione tra ambiente agricolo e lagunare: una delle condizioni che hanno permesso la diffusione della vongola nella Sacca di Goro, rispetto ad altri ambienti lagunari, è l’eutrofizzazione delle acque causata dai fertilizzanti utilizzati in agricoltura e portati a mare dal Po che, se da un lato ha rappresentato un danno per molte specie, dall’altro ha garantito alla vongola una grande disponibilità di nutrienti. Il capitolo si chiude sottolineando come casi come quello di Goro rivelino come la perdita di controllo delle tecnoscienze sia la dimostrazione dell’esistenza di relazioni “più-che-umane” delle quali l’utilitarismo e l’ideologia capitalistica non riescono a dare conto, da cui l’invito a ripensare le concezioni dominanti di natura, umano e non umano.
Nel capitolo conclusivo, Metamorfosi e immaginazione, Danesi della Sala riflette sul rapporto tra l’uomo e la vongola filippina in un’ottica multispecie. Muovendo da una forte diminuzione del tasso riproduttivo dovuta all’impoverimento genetico legato al sovrasfruttamento dei banchi, l’autore descrive il processo attraverso cui l’elemento “vitale” della vongola torna al centro della relazione. Questo, tuttavia, si trasforma in una nuova frontiera della conoscenza tecnico-scientifica che non mette in discussione il sistema produttivo intensivo della venericoltura, ma piuttosto sposta il problema «sul piano del difetto genetico dell’animale». Danesi della Sala descrive invece la vongola come un animale fortemente relazionale e in stretto “divenire” con il proprio ambiente, sottolineando che, dal punto di vista della vongola stessa, «la crisi climatica e industriale della Sacca di Goro mostra la precarietà delle ideologie con cui si cerca di spiegare, aggiustare o bloccare (peraltro senza successo) uno sconvolgimento socioambientale sempre più eclatante» [Danesi della Sala 2025 100-101].
Nel testo, quindi, l’autore individua nella vongola filippina e nella sua socialità una chiave di lettura capace di offrire una prospettiva diversa sulle relazioni ecoculturali della laguna, mettendo in discussione le pratiche umane dominanti. Intrecciando il pensiero di Donna Haraway – in particolare il suo concetto di simpoiesi – con l’idea dell’immaginazione come capacità di vivere in maniera creativa in un mondo in costante formazione proposta da Tim Ingold, Danesi della Sala ci invita a riflettere sulle rigidità delle tecnoscienze e sul loro ruolo nel produrre forme di spaesamento e persino di diniego «inconscio e collettivo» dei cambiamenti climatici in atto, rendendo impossibile immaginare futuri alternativi. L’autore sostiene la necessità di «riabilitare la creatività e la pluralità dell’immaginazione come forme dell’abitare e del convivere, riposizionando l’umano nel vibrante tessuto di un paesaggio vivo, che agisce e reagisce» [Danesi della Sala 2025, 105], e propone di farlo rendendo nuovamente attuale quel “pensiero anfibio” che aveva caratterizzato le modalità di pensare, agire e esperire degli abitanti della sacca prima dell’avvento della vongola filippina.
Invocando una forma di pensiero poetica, intesa come massima espressione di una relazionalità capace di confondere i confini dell’individualità e imperniata sul valore delle “risonanze” e dell’“effimero”, Danesi della Sala accompagna il lettore verso la conclusione del viaggio nelle relazioni molteplici, plurali e metamorfiche della Sacca di Goro, invitandolo a concepire questo spazio come un esempio di «potenziale per un radicale rinnovamento eco-culturale» [Danesi della Sala 2025, 109]. Quasi proseguendo il percorso iniziato dall’autore, a tre anni dall’espansione della popolazione di granchio blu nella Sacca di Goro, la mia ricerca mostra come gli equilibri instabili tra la dimensione economico-sociale e quella ecoculturale della laguna siano in costante trasformazione, portando a chiedersi quali declinazioni potranno intraprendere l’immaginazione poetica e il pensiero anfibio e se saranno la chiave per un futuro “altro” [Campisano 2025].
Bibliografia
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