Il 25 settembre 2015 fu un giorno importante per il sistema di approvvigionamento idrico della Romagna. Venne, infatti, inaugurato un nuovo potabilizzatore – denominato Nip2 – a sud di Ravenna. Il discorso dell’allora sindaco della città, Fabrizio Matteucci, diede risalto alla concretizzazione di un investimento che appariva decisivo per la messa in sicurezza idropotabile dell’intera area romagnola:
L’inaugurazione del grande potabilizzatore della Standiana (NIP 2) [ci fornisce] una nuova straordinaria risorsa. Un intervento “di sistema” per l’intera area romagnola, che rende disponibile una rilevante quantità di risorsa aggiuntiva […], diversificando le fonti di approvvigionamento, e consentendo ad una consistente parte del territorio oggi dipendente esclusivamente da Ridracoli di disporre di una valida alternativa in caso di siccità o fuori servizio.
Il Nip2 era un potabilizzatore tecnologicamente all’avanguardia che aveva comportato una spesa molto consistente, di oltre 70 milioni di euro, necessaria a depurare, con le migliori tecnologie disponibili in quel momento, l’acqua del Po condotta fino a Ravenna dal Canale emiliano -Romagnolo. Quell’acqua, come sottolineava il sindaco, era gestita da un’azienda pubblica, un tema cui l’opinione pubblica nazionale era molto sensibile e su cui si era espressa con il referendum del giugno 2011:
In Romagna […] esiste qui un’“anomalia” positiva dove la gestione della produzione all’ingrosso (oltre che la proprietà delle reti e impianti) è saldamente in mano pubblica, ma garantisce […] una gestione al tempo stesso efficiente e in grado di garantire investimenti [1].
Sebbene l’inaugurazione del potabilizzatore, facesse parte di un piano industriale che avrebbe comportato negli anni a venire nuove opere, la sua realizzazione era particolarmente significativa. Era infatti l’esito più evidente di un percorso tutt’altro che scontato, vale a dire l’incontro tra due infrastrutture - la diga di Ridracoli e il Canale emiliano-romagnolo, che avrebbero garantito, almeno per un futuro quantificabile in alcuni decenni, il funzionamento del sistema idropotabile romagnolo.
Scopo di questo saggio è quello di ricostruire i passaggi di queste due opere, essenziali per assicurare alla parte orientale della regione la piena autosufficienza idrica, in un delicato connubio con un ambiente dagli equilibri fragili e privo di grandi risorse. I protagonisti di questa vicenda sono stati numerosi: enti locali – comuni, province e, in seconda battuta, la Regione Emilia-Romagna – consorzi, lo Stato, ognuno dei quali ha lasciato un’abbondante documentazione. La selezione compiuta ha seguito l’obiettivo di base: ricostruire il percorso seguito da due infrastrutture concepite in maniera indipendente l’una dall’altra, in epoca lontane tra loro e per scopi differenti. Avviate a compimento in periodi diversi nel secondo dopoguerra, furono poste in alternativa l’una rispetto all’altra nel momento di maggiori difficoltà dei rispettivi progetti, per risultare infine complementari, grazie all’impegno in particolare della Regione, nel garantire un approvvigionamento certo.
1. Una sete secolare
Analizzare le radici dell’attuale assetto idrico della Romagna e le sfide ancora aperte consente di evidenziare come la gestione delle risorse sia stata un campo in cui si sono intrecciate questioni di diversa natura: sociali, economiche, tecniche, politiche, in un crocevia in cui si sono misurate le capacità sociali e istituzionali di affrontare e risolvere problemi complessi e di lunga durata. Il caso di studio romagnolo permette di analizzare l’utilizzo di una risorsa fondamentale in rapporto allo sviluppo del territorio nel corso dei secoli. Dalle opere idrauliche romane alle infrastrutture realizzate pochi anni fa, la ricerca di soluzioni al problema della carenza d’acqua ha lasciato un’impronta profonda nella regione, rivelando la complessa interazione tra uomo e ambiente, tra tecnologia e potere.
Già in epoca classica, la Romagna si trovò, infatti, ad affrontare una sfida che ne avrebbe condizionato il futuro. L’acquedotto di Traiano, costruito nel II secolo d.C. e successivamente ripristinato da Teodorico nel VI secolo, testimonia come il rifornimento d’acqua fosse una priorità per l’area ravennate, di importanza fondamentale per l’impero, considerato anche il vicino porto di Classe con la sua flotta militare. Le fonti storiche dell’epoca riportano le osservazioni di Marziale e la celebre descrizione di Sidonio Apollinare – «i vivi muoiono di sete e i morti galleggiano sull’acqua» [Prati 1988, 3] – dipinge un territorio in cui la scarsità idrica era endemica e dove gli investimenti erano giustificati dall’importanza che la città assunse negli ultimi secoli dell’età imperiale, confermata nell’Alto medioevo.
L’acquedotto cessò di funzionare nei secoli seguenti e la carenza di acqua divenne cronica successivamente. Le comunità della pianura romagnola, specie nelle zone più basse dal punto di vista altimetrico, dove l’acqua proveniente dagli Appennini tendeva a impaludarsi per la difficoltà di scolo verso il mare, dovettero ingegnarsi senza mai risolvere realmente il tema della scarsità di acqua di buona qualità. Inoltre, come è stato evidenziato dagli studi di Lucio Gambi, la particolare conformazione montana creava una marcata disparità tra il versante toscano, più piovoso, e quello romagnolo maggiormente siccitoso, il che comportò interventi sul territorio volti a far sì che le scarse e variabili portate dei torrenti romagnoli non compromettessero le attività produttive esistenti, come quella dei mulini [Gambi 1997].
In pianura si intrapresero nel corso dell’età moderna grandi opere idrauliche, come la deviazione di corsi d’acqua che nelle settimane più piovose inondavano i centri urbani, e la creazione dei Fiumi Uniti a sud di Ravenna, attuata nel XVIII secolo per porre fine alle secolari inondazioni cui la città era sottoposta, furono una delle opere più imponenti. In generale, l’escavazione di fossi, canali, scoli fu un’attività continua e minuziosa, portata avanti per secoli nel tentativo di irregimentare il caos idrico di un territorio in cui acqua e terra si intrecciavano e mescolavano senza confini certi e fissati una volta per tutte [Cazzola 1979; Ferrari, Gambi 2000].
La situazione si modificò in età contemporanea, quando nuove tecnologie, sensibilità differenti rispetto al passato e maggiori disponibilità economiche iniziarono a modificare il rapporto tra uomo e acqua. Le bonifiche di fine Ottocento e inizio Novecento, incentivate dalla legge n. 269 del 25 giugno 1882 voluta dal ministro ai Lavori Pubblici, Alfredo Baccarini, esponente della Sinistra Storica e ingegnere originario di Russi, in provincia di Ravenna, mutarono il volto delle pianure e delle coste paludose in tutta Italia, e senz’altro in Emilia-Romagna. Non era stato risolto il problema di un approvvigionamento idropotabile di qualità, ma anche in questo settore la situazione andava modificandosi profondamente.
2. Tra Otto e Novecento: sapere tecnico e nuovi progetti
Dopo l’Unità d’Italia la questione idrica assunse nuove dimensioni e urgenza. Da un lato, inchieste statali e scoperte nel campo della medicina dimostrarono il legame tra la qualità dell’acqua e la salute pubblica, in particolare per malattie come il tifo e il colera che, in Romagna, afflissero ripetutamente la popolazione nella seconda metà del secolo. Dall’altro, il nuovo Stato unitario vedeva nelle opere idriche uno strumento di modernizzazione e di consolidamento del proprio potere [Pogliano 1984; Dalle Donne, Tonelli, Zaccanti 1987; Giovannini 1996a; Giovannini 1996b].
In questo contesto emersero alcune figure di tecnici, la cui azione era favorita dal nuovo clima positivistico. Tra queste spiccava Antonio Zannoni, ingegnere le cui vicende professionali riflettono bene le contraddizioni dell’epoca [Malatesta 2006]. Dopo il successo del ripristino dell’acquedotto romano di Bologna, ritrovato grazie alle sue indagini nel 1881, Zannoni tentò di applicare lo stesso approccio in Romagna, proponendo progetti volti a rintracciare le antiche strutture romane. Tuttavia, i suoi sforzi si scontrarono con una serie di ostacoli che finirono per rivelarsi insormontabili: tra questi, lo scetticismo sulle reali possibilità di ritrovare le fonti dell’antico acquedotto traianeo, le preoccupazioni finanziarie delle amministrazioni locali rispetto alla più economica creazione di pozzi artesiani, le difficoltà di coordinamento tra i vari comuni interessati.
L’inizio del nuovo secolo vide tuttavia alcune novità nelle politiche idriche locali, dopo l’approvazione, in età giolittiana, della legge sulle aziende municipalizzate, la n. 103 del 29 marzo 1903. A Forlì, la costruzione di un nuovo serbatoio idrico, fabbricato con le pietre delle antiche mura cittadine, divenne un potente simbolo di modernizzazione da parte dell’amministrazione di colore progressista dell’epoca, che assicurò alla popolazione un servizio idrico più sicuro rispetto al passato rimarcandone anche l’aspetto simbolico [2]. In quella stessa epoca, altre amministrazioni comunali si mossero stringendo inedite alleanze, favorite dalla vicinanza politica, per tentare di risolvere l’annoso problema del servizio idropotabile. La più celebre fu rappresentata da un progetto consortile che avrebbe dovuto unire Cesena e Ravenna in uno sforzo comune per captare acqua dalle sorgenti del torrente Senatello, che nasce nell’alta val Marecchia. Le città erano guidate durante l’epoca giolittiana da amministrazioni di stampo repubblicano, e trovarono modo di collaborare fruttuosamente per risolvere un problema da sempre sentito dalla popolazione [Balzani, Varni 2002].
Tuttavia, questo ambizioso progetto naufragò a causa delle enormi difficoltà che si presentarono sia sul piano finanziario sia su quello burocratico, che nel periodo successivo alla Grande guerra, quando il progetto fu ripreso, si aggravarono. Fu l’avvento al potere del fascismo che pose una pietra tombale sull’idea di un acquedotto che andasse a prendere l’acqua dove si trovava in abbondanza, sull’Appennino. Il regime mussoliniano, una volta insediatosi, abbandonò il progetto, optando per soluzioni più semplici ma di rapido ritorno propagandistico. A investimenti complessi e costosi come quello del Senatello, il fascismo preferì soluzioni che potessero dare risultati visibili nel breve periodo, sebbene potessero solo differire la risoluzione definitiva del problema. Nuovi pozzi artesiani furono scavati attorno a Cesena e, poiché le falde ravennati erano esigue, furono scavati pozzi a sud di Rimini, dove la conoide del fiume Marecchia era ricca di acqua [Bonatesta 2023]. Da lì, una condotta di alcune decine di chilometri condusse l’acqua fino a Ravenna, dove il duce si presentò, nell’estate del 1931, davanti a una folla di cittadini radunati in piazza per assistere allo zampillio dell’acqua.
La nuova opera fu celebrata con molta retorica. Immancabile risuonò il richiamo all’Impero romano e alla presunta inettitudine delle amministrazioni democratiche di inizio secolo, che nulla avevano potuto di fronte all’inerzia dello Stato liberale e all’inflazione galoppante del dopoguerra. Richiamando la gloria dell’antica Roma da un lato, il culto dei martiri nella guerra del 1915-1918 dall’altro, l’acqua portata a Ravenna mostrò esemplarmente le capacità propagandistiche del regime. La solenne inaugurazione dell’acquedotto di Ravenna il 1° agosto 1931 rappresentò un momento esemplare della politica di comunicazione del regime fascista, che trasformava un’opera pubblica in un vero e proprio spettacolo di potere [Malfitano 2018]. Fu particolarmente importante perché la Romagna era stata un’area politicamente dominata dai partiti popolari, repubblicano e socialista, prima dell’avvento della dittatura. Mussolini conosceva molto bene la situazione e sapeva dove agire. Come scrisse il giornale «Il Popolo di Romagna», l’inaugurazione dei pozzi cesenati nel 1925 fu presentata come la vittoria del «fare fascista» contro le «chiacchiere» delle precedenti amministrazioni [3].
Tuttavia, quando nel 1945 i danni bellici misero a nudo la fragilità di queste infrastrutture, si tornò a parlare del vecchio progetto del Senatello, a dimostrazione che la soluzione dei problemi era ancora lontana. L’acqua in Romagna rimase così non solo una questione tecnica, ma un capitolo cruciale nella storia del rapporto tra potere e società, nel quale le esigenze reali della popolazione spesso venivano sacrificate sull’altare della retorica politica.
3. La ricostruzione postbellica e la crisi idrica nella Romagna del miracolo economico
Il secondo conflitto mondiale lasciò un’eredità di devastazione senza precedenti per le infrastrutture romagnole, comprese quelle acquedottistiche. Tra il 1943 e il 1944, il territorio subì dapprima i bombardamenti alleati, che colpirono duramente le città durante l’avanzata verso la Linea Gotica, poi patì la metodica opera di sabotaggio attuata dalla Wehrmacht in ritirata, che minò sistematicamente serbatoi e torri piezometriche. Per quanto riguardava l’acquedotto ravennate, già nel marzo 1945 il periodico «Democrazia» del Cln locale, denunciava che «nulla è stato […] risparmiato dalla furia distruttrice degli Unni battuti» [4]. La situazione al momento della Liberazione si presentava a tinte fosche:
Iniziando la loro opera devastatrice dalle sorgenti di Torre Pedrera […], proseguendo lungo i 32 km che portano la conduttura fino a Ravenna, sono stati distrutte 33 opere di attraversamento di fiumi e canali fra le quali quelle importantissime del fiume Savio e Fiumi Uniti. […] Nella città, da parte dei Tedeschi sono state fatte saltare la grande torre elevatoria e il serbatoio elevato e danni ingenti sono stati prodotti dai bombardamenti aerei alle tubazioni della rete urbana di distribuzione [5].
Vale la pena sottolineare quanto la ricostruzione dei servizi idrici fosse strettamente connessa, per chi scriveva, a quello della libertà. L’acqua continuava a veicolare un carico simbolico evidente, dove il ritorno della democrazia e il riscatto nazionale passava per la ricostruzione e il ripristino dei servizi fondamentali per la vita dignitosa di una comunità. Lamentava il cronista elencando alcuni dati:
È materia arida questa che debbo trattare: sono semplici cifre che parlano, ma eloquentemente, sono però queste che pongono il nostro popolo di fronte alla cruda realtà dei fatti e possono fargli comprendere, una volta per sempre, a quali disastri hanno portato il nostro paese 24 anni di fascismo. Solo se tutti saremo uniti, animati da una suprema forza di volontà e da spirito di sacrificio potremo ancora riscattare la nostra dignità di popolo libero nella ricostruzione della nostra PATRIA [6].
La fase della ricostruzione si rivelò particolarmente complessa. A Ravenna, il ripristino dell’acquedotto di età fascista fu un’operazione complessa, che già nel 1947 mostrava la sua insufficienza strutturale: circa 30.000 cittadini, soprattutto nelle campagne, continuavano ad attingere da pozzi privati con acque spesso contaminate dalle infiltrazioni delle stalle. Il vecchio progetto del Senatello naufragò di fronte agli enormi costi e alla difficoltà di riannodare la collaborazione con Cesena in un contesto di risorse limitate.
In quest’ultima città, i danni di guerra avevano messo a nudo i limiti dell’acquedotto realizzato dal regime fascista. La scoperta di nuove falde nel letto del Savio offrì un temporaneo sollievo, ma non risolse il problema dell’incompatibilità tra un sistema basato su uno sfruttamento sempre più intenso e le esigenze di una città in rapida trasformazione, tra espansione urbana e sviluppo dell’industria agroalimentare [Riva 1985]. A Forlì la situazione non era molto differente. Nel 1946 fu riattivato il monumentale serbatoio idrico distrutto dai tedeschi, atto simbolico di rinascita, ma già all’inizio degli anni Cinquanta era evidente l’eccessivo sfruttamento delle risorse sotterranee e il loro inquinamento [Balzani, Raggi 2002].
Nel Ravennate, a metà anni Cinquanta, uno studio commissionato dal prefetto tracciò un quadro allarmante: i pozzi artesiani, soggetti a interruzioni, contaminazioni e cali di portata, non potevano più sostenere la possente crescita demografica e industriale in atto. La relazione concludeva senza mezzi termini che l’unica soluzione percorribile per Ravenna e la Bassa Romagna era l’approvvigionamento dal fiume Reno, nonostante la necessità di complessi impianti di depurazione per rendere potabili acque fortemente inquinate da scarichi agricoli e urbani [Relazione conclusiva del Comitato di studio per l’approvvigionamento idrico della Provincia di Ravenna 1956].
Questo periodo cruciale (1945-1960) rappresenta una cesura nella storia idrica della Romagna. Da un lato, le distruzioni belliche e impianti insufficienti evidenziarono l’urgenza di soluzioni radicali; dall’altro, il decollo economico moltiplicò la domanda d’acqua in modo esponenziale, per effetto congiunto dell’urbanizzazione, dell’industrializzazione e della trasformazione dei modelli di consumo. Mentre le città poste lunga la via Emilia tentavano di prolungare la vita dei pozzi, seppure in un quadro di crescente stress idrico, quelle situate nella pianura più bassa dovettero ripensare completamente le fonti di approvvigionamento. La questione dell’acqua divenne lo specchio delle contraddizioni della crescita economica: da simbolo di rinascita postbellica a fattore critico per uno sviluppo ormai insostenibile con le risorse tradizionali. Fu allora che prese corpo un’opera progettata da tempo e che avrebbe modificato l’assetto idrico della Romagna, poiché in grado di rispondere a esigenze non più differibili: il Canale emiliano romagnolo (Cer).
3. Origini del Canale emiliano-romagnolo
Le origini di questa opera vanno ricercate in una serie di proposte tecniche sviluppatesi nel corso dei secoli, finalizzate a garantire l’approvvigionamento idrico alla Pianura padana mediante un sistema di derivazione dal fiume Po verso le zone della sponda destra, meno fortunate di quelle alimentate dai fiumi alpini della sponda sinistra. Il primo studio risale al 1620, quando l’abate Raffaele Tirelli avanzò l’idea di un canale navigabile tra Piacenza e il territorio bolognese. Tuttavia, si dovette attendere il periodo postunitario per vedere emergere idee più concrete, volte a realizzare quello che venne chiamato allora il Canale emiliano, ideato nel 1860 dall’ingegnere e agronomo Annibale Certani. Questa proposta segnò un punto di svolta. L’opera avrebbe dovuto ricoprire per l’Emilia lo stesso ruolo strategico che il Canale Cavour svolgeva in Piemonte, rivoluzionando l’agricoltura regionale attraverso l’irrigazione artificiale, i cui vantaggi erano incontestabili sotto il profilo agronomico ed economico [Padania 2012].
Il progetto Certani, dopo un’attenta revisione da parte della Commissione idraulica centrale, prevedeva una portata di duecento metri cubi al minuto e l’irrigazione di circa 400.000 ettari, numeri che lo avrebbero reso il più grande canale irriguo italiano dell’epoca. Il progetto acquisì slancio grazie alla costituzione di un comitato promotore presieduto dal deputato bolognese Camillo Casarini, che raccolse fondi per finanziarne gli studi esecutivi. Presentato ufficialmente al Ministero dell’Agricoltura, industria e commercio (Maic) nel dicembre 1863, il Cer fu sottoposto al vaglio del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, che sollevò riserve sulla sua fattibilità, richiedendo ulteriori analisi. La scomparsa improvvisa di Casarini, figura chiave per il sostegno politico bolognese, privò il progetto del suo slancio iniziale, comportandone l’abbandono.
Fu durante la crisi agraria degli anni Ottanta che il Canale tornò al centro dell’attenzione, grazie alle pressioni del governo per modernizzare l’agricoltura italiana attraverso l’irrigazione. In questo contesto, il 26 aprile 1882, il Ministro dell’Agricoltura Berti presentò il disegno di legge «Sulla costituzione obbligatoria dei consorzi per l’irrigazione». Tuttavia, lo stesso periodo segnò l’avvio della grande bonifica idraulica, trainata dalla citata legge Baccarini. Molti ritenevano poco sensato investire in un canale irriguo quando vaste aree del Paese necessitavano ancora di opere di prosciugamento. Nonostante queste difficoltà, nel 1884 i deputati romagnoli Alessandro Fortis e Giovanni Codronchi riportarono il progetto del canale all’ordine del giorno, ottenendo dal governo guidato da Agostino Depretis l’impegno a finanziare nuovi studi. La proposta godeva allora di ampio sostegno parlamentare e del favore dell’opinione pubblica emiliana e fu discussa in Parlamento [7]. Il dibattito sulla necessità di migliorare la produttività agricola attraverso nuovi sistemi di irrigazione culminò nella legge del 28 giugno 1885, che destinò 100.000 lire al Ministero dell’Agricoltura per valutare progetti nelle regioni più bisognose.
Tuttavia, come emerse dalle relazioni del Ministro Grimaldi nella seconda metà del decennio, la Commissione idraulica centrale respinse il piano Certani per l’inadeguatezza della portata idrica. Persistevano infatti numerose perplessità sui possibili problemi nella pianura tra Bologna e Ravenna, dove i sistemi di scolo esistenti non avrebbero saputo gestire adeguatamente le acque irrigue. Il Ministero incoraggiò le province a finanziare gli studi, con un contributo statale fino a un terzo delle spese, ma non riuscì a superare lo scetticismo che serpeggiava anche tra molti notabili emiliano-romagnoli, che temevano che i benefici attesi dal Canale emiliano fossero marginali, se non addirittura inesistenti. La preoccupazione principale derivava dai rilievi altimetrici, secondo i quali il canale avrebbe attraversato il territorio più a est, quello romagnolo, con una pendenza minima. Questa caratteristica avrebbe comportato due gravi inconvenienti: da un lato, la necessità di realizzare una sezione particolarmente ampia per garantire il deflusso delle acque, con un inevitabile aumento dei costi; dall’altro, il rischio concreto di un progressivo interrimento del letto del canale, che ne avrebbe compromesso l’efficacia nel tempo.
Nonostante i dubbi, che rallentarono il progetto, la proposta del canale dimostrava comunque l’attenzione del governo nei confronti del rilancio economico del territorio, particolarmente importante considerando la grave crisi che attanagliava il settore agricolo della regione. Per sviluppare una nuova soluzione tecnica, nel 1889 fu creato un gruppo di lavoro specializzato sotto la direzione di Italo Maganzini, esperto in opere di bonifica, affiancato da ingegneri del Genio civile. La proposta di Maganzini, che rappresentava una rivisitazione del precedente progetto Certani, venne però respinta dalla Commissione idraulica ministeriale nel giugno 1893, preoccupata per il contenimento della spesa pubblica che da una reale considerazione dei potenziali vantaggi futuri [8].
L’insuccesso dei vari progetti presentati in quel periodo determinò il progressivo esaurirsi dell’interesse politico per il Canale emiliano. Di fatto, dalla metà degli anni Novanta dell’Ottocento fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, la questione scomparve completamente dal dibattito politico e dall’agenda parlamentare.
4. La ripresa del progetto e l’avvio della realizzazione
Per alcuni anni il progetto del Canale emiliano fu accantonato, mentre gli studi idraulici continuavano a evolversi, catturando l’attenzione dei proprietari terrieri emiliani. Questi ultimi, nel frattempo, vedevano concludersi l’epoca delle grandi bonifiche delle aree umide. Quando vaste porzioni di territorio furono finalmente recuperate e la Prima guerra mondiale volse al termine, il tema dell’irrigazione nella Pianura padana tornò d’attualità.
A riaccendere il dibattito furono due consorzi di bonifica emiliani – il Cavo Parmigiana-Moglia e il Parmigiana-Moglia – i cui rappresentanti, nel luglio 1918, proposero di avviare studi preliminari per un canale irriguo che attingesse acqua dal Po [D’Attorre 1998; Cazzola 1996; Adorno 2007]. L’incarico dello studio fu affidato a Mario Giandotti. Fiorentino, Giandotti era entrato nel Genio civile nel 1902, operando nella circoscrizione di Como e assimilando le esperienze della scuola lombarda di studi idraulici, in particolare collaborando con Gaudenzio Fantoli, di poco più anziano, esponente della scuola ingegneristica lombarda che aveva nel Politecnico di Milano il suo centro propulsore [Lacaita 1987]. Le prime pubblicazioni di Giandotti attirarono subito l’attenzione dei suoi superiori. E già nel 1912, all’età di 37 anni, divenne il primo direttore dell’Ufficio idrografico per gli studi sul Po, creato nel 1906 come Ufficio di ispezione superiore del Genio civile per il Po, con sede a Parma, dove compì un’opera di organizzazione eminente, divenendo in pochi anni uno dei massimi esperti dell’attività idraulica di tutto il bacino padano [9].
Giandotti preparò per i consorzi di bonifica parmigiani un progetto meticolosamente elaborato, sebbene limitato alla zona tra i fiumi Enza e Secchia, lasciando per il momento in sospeso l’idea di un canale fino all’Adriatico. Probabilmente si ritenne strategico ottenere prima l’approvazione per un tratto iniziale, confidando che i fondi per gli altri lavori sarebbero giunti successivamente. Il costo stimato era di 50 milioni di lire, più 1,8 milioni annui per le idrovore necessarie a sollevare l’acqua dal Po. In cambio, si prevedeva l’irrigazione di oltre 23.000 ettari di terreno, con un cospicuo aumento del reddito agricolo.
Il progetto beneficiò anche di agevolazioni statali, ma si sbloccò nel momento in cui il quadro normativo divenne più favorevole, grazie all’opera di Arrigo Serpieri, figura cardine della bonifica integrale e sottosegretario all’Agricoltura dal 1923 al 1924. Un passo decisivo fu infatti compiuto con il regio decreto n. 3256 del 30 dicembre 1923: questa normativa, mentre riorganizzava la gestione dei terreni montani e forestali, ridefiniva radicalmente il ruolo dei consorzi di bonifica, poiché ne ampliava le competenze fino a includere formalmente anche le attività irrigue. Inoltre, il quadro politico sembrava godere dei favori del capo del governo, che nel 1928 pronunciò, in occasione della premiazione dei coltivatori vincitori della quarta edizione del concorso nazionale che il regime fascista aveva istituito, queste parole:
Il danno maggiore è stato provocato dalla siccità, che ha imperversato in tutto il bacino mediterraneo, dal maggio a settembre. Per tre lunghi mesi consecutivi non una goccia d’acqua è caduta sulla terra italiana. Ciò risulta dal mio diario meteorologico, che curo con diligenza particolare. Si comprende ora perfettamente il fervore irrigatorio da cui sono animati gli agricoltori italiani, fervore che darà ottimi risultati, poiché laghi, fiumi e sorgenti sotterranee non mancano all’Italia. Come già dissi, l’acqua c’è, bisogna soltanto trovarla e condurla sposa col sole [10].
Tuttavia, nonostante la propaganda relativa alla «battaglia del grano» insistesse sull’importanza dell’irrigazione e dell’agricoltura in genere [11], il progetto non decollò per quasi tutta la durata del regime fascista. La svolta sembrò arrivare nel decennio seguente, allorché Giuseppe Tassinari, profondo conoscitore degli ambienti felsinei e sostenitore del progetto presso il duce, divenne ministro dell’Agricoltura. La carriera accademica del futuro ministro aveva avuto inizio con una laurea in Scienze presso l’ateneo felsineo dove, allievo di Serpieri, era divenuto titolare della cattedra di Economia rurale e Politica agraria, nel 1924. Da tale posizione risultò facile stabilire solide relazioni con il mondo dei grandi proprietari terrieri della zona. Tassinari diventò una figura di spicco della scuola bolognese di agronomia, un ambiente che manifestò un’adesione convinta al fascismo [12]. Il suo contributo all’ampliamento degli studi in campo agrario fu significativo, al punto da assumere nel 1934 la direzione del Regio istituto agrario. Nella sua attività, seppe circondarsi e lavorare a stretto contatto con promettenti studiosi, fra i quali spiccava Giuseppe Medici [Di Sandro 2017, 112-113], destinato a diventare un autorevole rappresentante della Democrazia cristiana e a ricoprire la carica di ministro in più governi della Repubblica [13].
Una volta nominato ministro, Tassinari ottenne, con regio decreto del 28 settembre 1939, che venisse istituito il Consorzio di bonifica di II grado per il Canale emiliano-romagnolo, affidato a Mario Giandotti. Pochi mesi dopo, durante un congresso svoltosi a Bologna, presentò un piano ambizioso: due canali paralleli (uno “alto” e uno “basso”) avrebbero irrigato 325.000 ettari di territorio emiliano-romagnolo, dal Po fino all’Adriatico, unendo gli sforzi e le ambizioni dei consorzi di bonifica nel frattempo sorti e che gestivano questa ampia fascia di territorio [Tassinari 1940]. L’entrata in guerra dell’Italia bloccò tutto, e fu solo dopo il conflitto che il progetto del Canale riprese vita, trovandosi però a dover mediare tra territori con differenti esigenze.
Durante il periodo bellico, la tenacia di Giandotti e dei tecnici del Consorzio aveva mantenuto viva l’idea originaria, arrivando a completare alcuni studi preliminari [14]. La situazione si era, tuttavia, complicata per la rinuncia di alcuni consorzi emiliani che, avendo già migliorato i propri sistemi irrigui, rifiutavano ora di aderire al progetto unitario. Questo dimostrava come il piano originario, sostenuto da Tassinari, fosse attuabile solo grazie alla coercizione del regime fascista. Il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel 1946 sintetizzò così la situazione: «È da far presente che [...] la soluzione unitaria presentata dal Consorzio di 2° grado era risultata essere la più conveniente [...]. Sin dal principio, tuttavia, i Consorzi a sinistra del Panaro si erano mostrati riluttanti ad accogliere la soluzione unitaria» [15].
Giandotti propose allora una soluzione innovativa, frutto della sua profonda conoscenza idrografica del bacino padano: spostare la presa d’acqua più a valle rispetto al previsto, in modo da utilizzare il Cavo napoleonico - scavato a inizio Ottocento nel ferrarese per convogliare le piene del Reno nel Po e mai completato - in doppia direzione: come scolmatore durante le piene del fiume emiliano, quindi con un andamento delle acque da sud verso nord, e come canale irriguo che pescava acqua dal Po nel resto dell’anno, cioè con un andamento delle acque da nord verso sud, in direzione della pianura romagnola.
Questa intuizione rispondeva a concrete necessità e a vere e proprie emergenze. Il fiume Reno, che storicamente aveva causato incertezza idraulica nella pianura tra Bologna e Ferrara, aveva rotto gli argini anche in tempi recenti, nel 1896 e nuovamente nel 1949, causando danni enormi al territorio circostante, come aveva denunciato anche la Camera del lavoro di Ferrara [16]. Il progetto rivisto da Giandotti, caratterizzato dalla peculiarità – attentamente studiata – di un utilizzo potenziale del canale nelle due direzioni opposte, avrebbe permesso – a seconda delle esigenze - di irrigare la pianura orientale della regione o di scolare l’acqua in eccesso in quei pochi giorni all’anno in cui il Reno avesse conosciuto piene pericolose. La proposta di Giandotti trovò interlocutori attenti al ministero e l’appoggio delle forze politiche locali, sia filogovernative, ben rappresentate nel Consorzio del canale emiliano-romagnolo, sia tra gli enti locali, in genere appannaggio dei partiti di sinistra.
Il rilancio definitivo dell’opera venne annunciato durante un convegno organizzato a Bologna nel 1954, dove rappresentanti di enti, istituzioni, forze politiche e sindacati locali, diverse per appartenenza, ma unite nell’interesse per il canale si incontrarono, alla presenza del ministro dell’Agricoltura, l’emiliano Giuseppe Medici [Convegno sul Canale Emiliano Romagnolo 1954]. La Dc era favorevole all’investimento per la ricaduta positiva che la disponibilità di acqua avrebbe avuto sui terreni dei proprietari agrari, le cui rendite sarebbero aumentate sensibilmente; le sinistre avrebbero tratto vantaggio per gli effetti positivi sul tasso di impiego in una regione afflitta da alti tassi di disoccupazione. Un maggiore utilizzo di manodopera sarebbe venuto dai lavori di escavazione, sebbene la possibilità di impegnare i braccianti sarebbe andata frustrata dall’intento del governo che, come ricordava Medici, intendeva favorire un processo di industrializzazione nazionale e regionale, sfruttando l’ampia disponibilità di manodopera che non trovava più spazio nel settore primario.
E infatti, per quanto paradossale, il primo vero impulso al Canale emiliano-romagnolo venne dallo sviluppo dell’industria petrolchimica ravennate, fondata dall’Eni di Enrico Mattei. Il Cer trovò nuova ragion d’essere come fornitore d’acqua per il polo industriale, intervenendo dapprima sul corso del Fiume Reno, dove fu poi realizzato, poco prima della foce, uno sbarramento che doveva garantire tutto l’anno l’accumulo di acqua necessaria all’industria ravennate; da lì, negli anni seguenti venne scavato un piccolo corso d’acqua, la cosiddetta «canaletta», che raggiungeva il petrolchimico alle porte di Ravenna. La nuova condotta segnava il primo vero punto a favore del Cer, che dimostrava la sua utilità, diventando fornitore di acqua per le nuove industrie romagnole. L’acqua della «canaletta» fu destinata anche ad alleviare la sete della città, in piena espansione demografica e cronicamente alle prese con la carenza di acqua potabile, poiché il vecchio acquedotto del 1931 non riusciva a soddisfare, se non in minima parte, le necessità urbane.
Si delineava così la multifunzionalità dell’opera in divenire, il cui cammino principale verso la Romagna sarebbe stato a lungo dettato negli anni a venire da finanziamenti governativi incerti e irregolari. I lavori, infatti, avanzarono lentamente sotto la guida del Consorzio Cer, fino a quando, negli anni Settanta, intervenne un nuovo protagonista, la Regione Emilia-Romagna, attenta a una politica di dotazione del proprio territorio dei servizi più moderni per garantire lo sviluppo economico. Dal punto di vista idrico, questo si tradusse per la parte orientale della regione nel sostegno al Consorzio del Canale emiliano-romagnolo perché portasse a termine l’impresa, dall’altro nell’appoggio a un’altra impresa titanica per le dimensioni romagnole, la diga di Ridracoli, che doveva risolvere il problema dell’approvvigionamento idro-potabile del territorio.
5. La costruzione delle due principali infrastrutture idriche romagnole
Nei primi anni Sessanta, la Romagna stava affrontando una drammatica emergenza idrica. Il problema si manifestava in modo diverso nei vari territori, ciascuno impegnato sulla strada dello sviluppo economico e dell’incremento demografico con ritmi e caratteristiche proprie. Nuovi quartieri crescevano velocemente e con essi la necessità di fornirli di servizi adeguati, a partire da quelli idrici. Nel forlivese, i pozzi artesiani mostravano chiari segni di esaurimento, con falde acquifere impoverite da un prelievo eccessivo e reti idriche inadeguate [17]. A Ravenna la situazione era ancora più critica: l’acquedotto di epoca fascista risultava ormai insufficiente, mentre la temporanea soluzione della “canaletta” mostrava notevoli problemi igienici e tecnici, particolarmente evidenti durante i mesi estivi, quando la portata dei fiumi diminuiva e il carico inquinante delle acque diveniva più incisivo con l’aumentare delle loro temperature [18].
Fu in questo contesto che il Comune di Forlì si incaricò di redigere un progetto che risolvesse il problema della carenza idrica in maniera strategica, per un periodo di almeno mezzo secolo, e non più tamponando le emergenze che di volta in volta si aprivano, specie nel periodo estivo. Il sindaco Icilio Missiroli, appartenente al Partito repubblicano, avanzò la proposta di creare un grande bacino idrico sull’alto Appennino forlivese, a Ridracoli, e la proposta trovò immediato sostegno in Luciano Cavalcoli, presidente della Camera di commercio di Ravenna, fautore dell’industrializzazione cittadina e voce molto influente in città, in un momento in cui l’amministrazione municipale era priva del sindaco. Dai documenti dell’epoca emerge infatti la consapevolezza dell’insufficienza della «canaletta» per risolvere strategicamente i bisogni cittadini e come il progetto della diga potesse rappresentare la soluzione strategica per l’intera Romagna, allo scopo dichiarato di porre fine alla rincorsa dell’emergenza una volta per tutte [19].
Tuttavia, il progetto si scontrò con resistenze di tipo municipalistico, particolarmente vive a Cesena, dove l’iniziativa forlivese venne interpretata come un tentativo di affermare una forma di supremazia territoriale. La tensione tra le due città, entrambe a guida Pri, attenuata dalla mediazione del leader repubblicano Ugo La Malfa, trovò una composizione che permise di giungere, nel 1966, alla costituzione del «Consorzio Acque per le province di Forlì e Ravenna.
Gli anni Settanta portarono un nuovo impulso al progetto, grazie alla presidenza del Consorzio acque dapprima di Angelo Satanassi e poi di Giorgio Zanniboni, sindaci di Forlì, che trovarono un solido sostegno nella volontà della Regione Emilia-Romagna, a guida comunista come la città romagnola, di portare avanti l’impresa. Nel 1974, il Consiglio regionale deliberò uno stanziamento di nove miliardi di lire dell’epoca sui circa tredici previsti dal preventivo [20]. Era un contributo che testimoniava la grande importanza per l’ente presieduto da Guido Fanti, già sindaco di Bologna a fine anni Sessanta, della nuova opera. Di lì a poco fu indetta la gara per l’assegnazione dei lavori e il cantiere venne aperto.
Ben presto gli imponenti lavori, volti a innalzare un muro di cemento armato alto circa cento metri nel cuore dell’Appennino, incontrarono sfide impreviste, che misero seriamente a rischio l’intero progetto. In primo luogo, la grave crisi inflazionistica che colpì l’Italia erose significativamente il valore dei fondi stanziati. Contemporaneamente, le proteste del Wwf sollevarono serie preoccupazioni riguardo sia all’impatto ambientale dell’opera sia alla sua stabilità in un’area a rischio sismico, fino alla presentazione di un esposto alla magistratura, che bloccò i lavori. Sul piano politico, le divisioni divennero sempre più marcate, con il Partito comunista e la Regione schierati a sostegno della diga, mentre esponenti locali della Democrazia cristiana e Partito repubblicano esprimevano forti riserve. Con l’emergere dei gravi problemi che affliggevano il cantiere di Ridracoli, si fecero avanti proposte alternative all’invaso. Tra queste, quella che prevedeva il completamento del Canale emiliano-romagnolo e un suo utilizzo anche a scopi di approvvigionamento civile.
Un primo studio della Regione [Idroser 1977] aveva annoverato l’acqua del Po tra le risorse strategiche in un futuro in cui si prevedeva che i consumi civili sarebbero aumentati, ma il progetto era tutt’altro che semplice da rendere attuabile: a ostacolarlo vi era la scarsa qualità delle acque del fiume, incommensurabilmente minore di quelle dell’alto Appennino, una zona incontaminata che pochi anni dopo avrebbe visto sorgere il Parco nazionale delle foreste casentinesi; incidevano poi la mancanza di chiarezza sui costi necessari a completare l’opera e l’assenza di un regolamento sul prelievo delle acque del Po tra le regioni interessate. A favore, invece, vi era l’asserito costo minore del canale e la maggiore quantità di acqua potenzialmente a disposizione ogni anno, rispetto a quella che Ridracoli avrebbe potuto fornire. La sola ipotesi di un’infrastruttura alternativa, potenzialmente meno costosa della diga, scatenò un dibattito infuocato [21]. La Regione, che credeva totalmente nel progetto di Ridracoli e del connesso acquedotto, non poteva permettersi un fallimento. Quell’investimento non era solo economico: rappresentava la volontà di Bologna di risolvere un problema storico del territorio e, al contempo, di dimostrare all’Italia che il decantato «buon governo» dell’Emilia-Romagna guidata dal Pci sapeva tradursi in realizzazioni concrete [Carrattieri, De Maria 2013].
Furono messe in campo tutte le soluzioni possibili. La giunta regionale avocò a sé l’operazione di salvataggio della diga, divenendone di fatto la regista. Satanassi fu candidato alle elezioni politiche del 1979 e lasciò quindi la presidenza del Consorzio acque con un anno di anticipo rispetto alla scadenza del mandato. Al suo posto, come sicuro vincitore delle elezioni amministrative forlivesi, data la base di consenso che il Pci vantava in città, il partito designò un giovane ed energico funzionario, Giorgio Zanniboni, che sarebbe stato sindaco per undici anni, ma ancora di più, per oltre un ventennio, presidente del Consorzio. Zanniboni avrebbe lottato con tutte le sue forze per uscire dall’impasse in cui era finito il progetto, e lo avrebbe fatto in stretta sintonia con la giunta regionale. Il fitto carteggio tra Consorzio e giunta regionale è indicativo dell’attenzione che quest’ultima pose su ogni iniziativa relativa a Ridracoli [22]. Il Pci regionale si mosse con un’azione coordinata di tutte le forze a disposizione per far sì che la diga fosse portata a termine. Il ruolo del Consorzio rimase fondamentale, perché era in prima linea nel portare avanti i lavori e nel seguire da vicino tutte le vicende aperte, sebbene in stretta connessione con il governo regionale. Occorreva però che il giocatore fondamentale di questa partita, lo Stato, accettasse di partecipare e di conseguenza finanziasse l’infrastruttura, il che non era affatto scontato. Il presidente della Regione, Lanfranco Turci, non mancò di premere direttamente sui vari ministri dei Lavori pubblici che si alternarono alla guida del dicastero alla fine degli anni Settanta [23], ma senza successo. L’opposizione di molti esponenti romagnoli del Pri e dell’intera Democrazia cristiana locale bloccava ogni iniziativa governativa, ammesso che da Roma si volesse davvero sostenerla. Dietro l’attesa delle decisioni della magistratura in merito all’esposto del Wwf, si coglie in filigrana la volontà di non togliere le castagne dal fuoco al principale partito di opposizione, in una fase in cui la politica nazionale, con la fine ormai del “compromesso storico”, non andava più in una direzione di collaborazione tra forze di governo e Partito comunista.
La situazione si sbloccò grazie a una combinazione di fattori. In primo luogo, il problema dell’approvvigionamento idrico della Romagna si era aggravato nel corso degli anni per il continuo aumento dei consumi civili, agricoli, industriali. La risposta era stata quella tradizionale: ulteriori perforazioni nel suolo alla ricerca di falde sempre più impoverite e con un’acqua spesso infiltrata da agenti inquinanti. A rendere più drammatica l’emergenza era stato l’evidente aggravarsi di un fenomeno relativamente nuovo, sconosciuto fino a qualche decennio prima, e legato allo sfruttamento delle risorse del sottosuolo: la subsidenza. Le immagini di Ravenna e delle sue basiliche paleocristiane a rischio di inondazione ad ogni pioggia appena più consistente della media, divenne il manifesto della sofferenza di un territorio più ampio, che comprendeva l’antica capitale bizantina così come tutta l’area costiera circostante: «Se continua così i ravennati andranno in piazza in barca», titolava il «Carlino» nelle sue pagine romagnole a fine ottobre 1977, e citava uno studio della Regione secondo il quale: «di acqua disponibile nelle falde dell’Emilia-Romagna […] ce n’è ancora, ma è tutta o quasi nella parte nord-occidentale: da Bologna verso il mare cala sempre più, bisognerà anzi rinunciare a continuare a pompare in questo modo, pena il disastro» [24].
Che il problema non fosse più rinviabile era quindi evidente. Altrettanto chiaro era l’innalzamento dei costi della diga e delle strutture connesse, che in quegli stessi giorni erano stimati in oltre 200 miliardi di lire. Il risultato fu un confronto infuocato tra i sostenitori dell’avanzamento dei lavori a ogni costo della diga e coloro che propendevano per puntare tutto sul Canale emiliano-romagnolo. Nell’estate del 1979 il Consorzio acque e la Regione redassero un nuovo piano finanziario, nel tentativo di smentire la preventivata economicità del progetto Cer rispetto a quello imperniato su Ridracoli. Vi riuscirono, ampliando a Rimini e al suo comprensorio l’area servita dall’acqua dell’Appennino. Rimini in effetti non era mai uscita dal progetto ma la sua voce era rimasta silente nel Consorzio Acque. Ora ritornava prepotente come strumento decisivo per dimostrare il vantaggio non solo legato alla qualità dell’acqua, ma anche economico, della soluzione di Ridracoli rispetto al Cer. Va sottolineato che la giunta regionale non metteva in contrapposizione il canale rispetto alla diga, ma li riteneva complementari vista la stima dei consumi idrici futuri, tutti in forte aumento [25].
A dare una mano decisiva ai fautori della diga fu però la magistratura che, nell’autunno 1979, archiviò la denuncia del Wwf. Era l’inizio di una nuova fase, considerando anche che l’opposizione ambientalista dell’epoca, per quanto agguerrita, non poteva contare su un appoggio popolare molto vasto. I comuni della valle interessata dalla diga, a partire da quello più esposto, Santa Sofia, erano sostanzialmente favorevoli alla costruzione dell’opera, ottenute le debite rassicurazioni, specialmente per le ricadute economiche che il cantiere e la presenza di molti operai assicurava al territorio [26]. I sindacati erano altrettanto ben disposti, per la spinta all’occupazione che il cantiere dava a un territorio relativamente povero rispetto al resto della regione e a rischio di degrado economico e sociale, come d’altro canto tante aree appenniniche [27]. E la politica di confronto serrato con la popolazione inaugurata dal Consorzio acque, per quanto faticosa, avrebbe dato i suoi frutti, contribuendo a far sì che un’opposizione forte non crescesse mai nella valle, a parte quella di cui era protagonista la minoranza ambientalista.
La decisione della magistratura rimosse un ostacolo pesante, che non lasciava più alibi al governo, che avrebbe a questo punto dovuto esprimersi definitivamente sulla vicenda, in un senso o nell’altro. Poche settimane dopo il ministro dei Lavori Pubblici, Franco Nicolazzi, firmò il decreto che sbloccava la prima tranche di finanziamento statale alla diga di Ridracoli. Che tra la fine del 1979 e l’inizio del 1980 stesse avvenendo una svolta, lo confermò l’impegno che l’Enel si assunse per costruire la centrale idroelettrica a valle del futuro invaso. Nello stesso frangente, anche l’avanzamento del Canale emiliano-romagnolo subì un’accelerazione. Accanto al finanziamento di Ridracoli, lo Stato decise infatti anche quello del Cer. Entrambe le opere furono sovvenzionate grazie alla legge 984 del 27 dicembre 1977, la cosiddetta “Quadrifoglio”, un provvedimento governativo volto a modernizzare l’agricoltura italiana con cospicui investimenti. Nel corso degli anni Ottanta il Cer vide compiuto gran parte del percorso progettato in Romagna. D’altro canto, l’Acquedotto della Romagna, alimentato da Ridracoli, fu inaugurato nel 1988, opera mastodontica ed estremamente moderna, dotata delle più moderne tecnologie a salvaguardia della sicurezza, a partire dalla fibra ottica. La sua vicenda offre una chiave di lettura delle trasformazioni sociali e istituzionali della Romagna: il superamento dei particolarismi locali a favore di una visione d’area vasta, l’evoluzione del rapporto tra sviluppo infrastrutturale e tutela ambientale, la ridefinizione dei rapporti tra enti locali e governo centrale, trovano in questa storia un punto di osservazione privilegiato.
Entrambi i progetti si sono successivamente dimostrati necessari per la tenuta dei servizi idrici in Romagna, caratterizzata da un’agricoltura intensiva molto esigente, da un’attività industriale presente, seppure in forme e dimensioni diverse, presso tutti i centri più importanti del territorio, dalle aumentate necessità civili che, in una economia in buona parte votata al turismo, comportano picchi di consumo estivi notevoli. Tutto ciò ha richiesto la creazione di un sistema che non poteva più fare affidamento pressoché esclusivo sul bacino di Ridracoli, ma doveva puntare su entrambe le opere e su una loro necessaria integrazione. Questo non significa che fosse inevitabile la convergenza tra le due opere, che negli anni successivi sono state completate – si passi il termine, sebbene non del tutto consono per infrastrutture complesse che vengono continuamente aggiornate e ampliate – ma è pur vero che, a partire dai primi anni Settanta, consorzi retti da persone afferenti ad aree politiche e culturali differenti e spesso ostili, hanno trovato il modo di collaborare per realizzare, pur lentamente e tra notevoli difficoltà, un sistema che si è rivelato indispensabile a reggere l’urto delle sempre più frequenti e gravi siccità che hanno colpito il territorio romagnolo.
Nei primi venticinque anni del secolo, infatti, la preoccupazione degli amministratori locali di mantenere un livello adeguato di rifornimento idrico, innanzi tutto per gli usi civili, ha portato all’avvicinamento dei due consorzi che gestiscono Ridracoli e il canale, rispettivamente Romagna Acqua-Società delle Fonti e il Consorzio Cer. La costituzione di una società unica – Plurima - ha portato alla costruzione del Nip2, il potabilizzatore citato all’inizio di questo contributo, sancendo un’alleanza determinante per garantire acqua potabile e di qualità. D’altronde, la diga di Ridracoli da sola è in grado di fornire poco più del 50% del fabbisogno annuo del territorio romagnolo, per cui la costruzione di un potabilizzatore che rendesse disponibile anche l’acqua del Po si è rivelata un pilastro della strategia di approvvigionamento dell’area orientale della regione. Era quanto già alla fine degli anni Settanta, mentre infuriava il dibattito su quale opera dovesse essere scelta, escludendo l’altra, alcuni osservatori più lungimiranti avevano indicato: con un trend di consumi crescente, solo l’alleanza tra le due opere e non la loro concorrenza avrebbero salvato la Romagna dalla carenza idrica, un pericolo che, nel pieno di un cambiamento climatico sempre più evidente, non può comunque essere considerato del tutto scongiurato.
6. Conclusioni
Dal punto di vista dell’approvvigionamento idropotabile, la storia del Cer e della diga di Ridracoli può essere considerata di successo. Il modello creato ha dimostrato di essere in grado di resistere alle crisi idriche che periodicamente si sono verificate, con cadenza crescente, nel corso degli ultimi decenni. In alcuni casi, come la siccità registrata a fine anni Ottanta, la crisi è stata interpretata dagli amministratori locali come la dimostrazione che la dimensione dell’autosufficienza locale non fosse più sostenibile. Ampliare la rete tra centri urbani per meglio affrontare il tema dei servizi idrici di base continuava a essere di fondamentale importanza; lo avevano capito i Comuni promotori della diga fin dagli anni Sessanta, lo ha ribadito la Regione nel decennio seguente, con un’azione di propulsione e coordinamento rivelatasi di grande importanza anche nei rapporti con il centro governativo. A partire dal nuovo secolo, i ricorrenti periodi di scarsità di precipitazioni hanno evidenziato l’opportunità sempre più stringente di integrare le fonti disponibili. In tal senso la creazione del Nip2 ha rappresentato un punto di arrivo di un percorso di avvicinamento tra due opere fondamentali per il governo delle scarse risorse del territorio, e che a lungo avevano proceduto lungo sentieri autonomi. La dimostrazione che il percorso accidentato delle due infrastrutture ha recentemente trovato uno sbocco virtuoso, si è presentata pochi anni dopo, allorché una nuova e lunga siccità, nel 2022, ha messo a dura prova il sistema, senza tuttavia comprometterne la funzionalità. È stata la dimostrazione di quanto entrambe le grandi opere, Cer e diga di Ridracoli, fossero necessarie per affrontare la sfida climatica del nuovo secolo in Romagna.
Altre considerazioni vanno fatte se si volge lo sguardo al tema della sicurezza idrogeologica. In tal caso, è evidente che l’obiettivo di tutelare il territorio e le persone che lo abitano è stato mancato. Le drammatiche alluvioni del maggio 2023 hanno rivelato la fragilità idrogeologica complessiva dell’area romagnola, con danni enormi a fronte di precipitazioni molto intense e con episodi estremi ravvicinati nel tempo, il che ha reso l’impatto assai più disastroso di altre alluvioni del passato. È un argomento che esula dallo scopo di questa ricerca, ma che non può più essere ignorato. La creazione di un sistema efficiente nel campo dell’approvvigionamento non può escludere quello di una messa in sicurezza della tenuta del territorio. Solo negli ultimi anni, sulla scia dei recenti e drammatici eventi, si sta avviando una presa di coscienza collettiva e una strategia di politiche di intervento straordinario sul territorio.
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Note
1. https://www.ravennanotizie.it/cronaca/2015/09/25/inaugurato-il-nuovo-potabilizzatore-della-standiana-nip-2/. Per un quadro generale degli studi sull’argomento oggetto di questo contributo, si rimanda alla ricca bibliografia citata in Biasillo, Pinna 2025.
2. Il serbatoio sorgeva dove decenni prima erano previste le esecuzioni da parte del potere pontificio e la targa appostavi lo ricordava esplicitamente: «Qui dove piombo straniero e mannaia papale/eran ministri di morte/I PARTITI POPOLARI/reggendo la cosa pubblica/demolite la medioevali barriere daziarie/fecero erigere con le stesse pietre/questo acquario/perché sul luogo già del terrore/da pura fonte/fluisca in tutti i cittadini/la salute e la vita/1905».
3. In «Il Popolo di Romagna», 21 febbraio 1925.
4. In «Democrazia. Organo del Comitato di Liberazione Nazionale», 24 marzo 1945.
5. Ibidem.
6. Ibidem.
7. Atti parlamentari, Camera dei Deputati, Tornata del 1 febbraio 1885, 11302-11308.
8. Ad es. Relazione del Ministro Maic Grimaldi, Studio di progetti d’irrigazione autorizzato dalla legge del 28 giugno 1885, n. 3201, seduta del marzo 1890; Relazione dal Ministro MAIC Miceli sui Studio di progetti d’irrigazione autorizzato dalla legge del 28 giugno 1885, n. 3201, seduta del 22 dicembre 1890.
9. Per una disamina approfondita dei percorsi formativi degli ingegneri idraulici nell’Italia post unitaria, analizzando come questi si siano intrecciati con il processo di edificazione delle strutture pubbliche: Bonatesta 2025.
10. Ai veliti del grano, in Susmel 1957, 235-236.
11. In relazione agli effetti sull’agricoltura emiliana degli indirizzi governativi di politica economica, come «quota 90», e l’avvio di un graduale passaggio a un’economia manifatturiera-commerciale che comportava la subordinazione del ruolo dell’agricoltura all’industria: D’Attorre 1998, a partire dalla Introduzione, curata da Luca Baldissarra e Alberto De Bernardi.
12. «Tassinari è il cattedratico che partecipa, assieme al Serpieri, all’affermazione dell’economia agraria moderna», Di Sandro 2017, 15.
13. «Sulla scia del maestro Serpieri, promosse una cultura agraria di carattere tecnico e applicativo, contribuendo a orientare l’attenzione degli studiosi sugli effetti economico-sociali della produzione agraria» in Zaganella 2019.
14. I documenti relativi ai primi anni di vita del Consorzio, a partire da Statuto e decreti costitutivi, sono conservati in Archivio centrale dello Stato (ACS), Ministero Agricoltura E Foreste, Direz. gen. bonifica e colonizzazione, Opere di bonifica Emilia e Marche, b. 195, fc. «Consorzio bonifica 2° grado Emiliano Romagnolo».
15. Consiglio superiore dei Lavori Pubblici, Assemblea generale, doc. n. 1006, 12 settembre 1946; il documento è conservato presso l’Archivio del Consorzio Cer.
16. «Da una breccia larga circa 70 metri il Reno scolò nelle più fertili campane d’Italia 70 milioni di ettolitri d’acqua al giorno. Oltre 6000 ettari vennero sommersi», Camera confederale del lavoro di Ferrara 1950.
17. Archivio del Consorzio di bonifica di Predappio (ACBP), «Ridracoli», nota dell’ufficiale sanitario comunale Aurelio Fusaroli, 26 ottobre 1963.
18. Il problema dell’approvvigionamento idrico e l’opera del Comune negli ultimi 18 mesi, in «Il Resto del Carlino», 31 gennaio 1963.
19. ACBP, «Ridracoli», nota a penna s.a., 11 giugno 1962.
20. Regione Emilia-Romagna, Verbali del consiglio regionale, 27 novembre 1974, pp. 2290-2292. Sulle proposte relative a un ruolo più autonomo e integrato con la pianificazione territoriale, in contrasto con il modello statale centralizzato, che si alzò dai territori nazionali durante il dibattito per la costituzione delle Regioni e nei primi anni di attività: Romeo 2023.
21. Si vedano per esempio le accese discussioni avvenuto in consiglio regionale nel 1977; Archivio Regione Emilia-Romagna (ARER), Atti consiliari, Discussioni, 10 novembre 1977, pp. 2515-2541 e 11 novembre 1977, pp. 2620-2626.
22. ARER, in particolare Segreteria del Presidente, b. 276, e Segreteria del Gabinetto, b. 268.
23. Ivi, per esempio la lettera di L. Turci al ministro F. Compagna, 28 marzo 1979.
24. «Il Resto del Carlino», 29 ottobre 1977. Vedi anche In 30 anni il mare ha mangiato 200 metri di litorale romagnolo, in «L’Unità», 19 agosto 1978 e Pericolo: la “bassa” romagnola continua ad andare a fondo, in «Il Resto del Carlino», 8 dicembre 1978.
25. Regione Emilia-Romagna, Giunta regionale, Orientamenti e proposte della Giunta regionale relativamente ai problemi dell’Acquedotto di Romagna, dattiloscritto conservato in ARER, b. 276, maggio 1978, ma anche Archivio Romagna Acque (ARA), Verbali dell’assemblea dei soci, 13 giugno 1979 e Regione Emilia-Romagna, Atti consiliari. Discussioni, seduta del 10 gennaio 1980, in particolare pp. 177-186.
26. Archivio comunale di Santa Sofia, Atti del consiglio comunale, 19 dicembre 1977.
27. Il Consiglio unitario della vallata del Bidente indisse uno sciopero generale di quattro ore il 31 gennaio 1978 chiedendo «l’impegno primario del Governo» per il completamento della diga; volantino conservato in ARA, Documenti, s.d. [ma gennaio 1978]. Per una riflessione sull’evoluzione delle economie appenniniche: Ciuffetti 2019.
![Fig. 1. Il CER in costruzione nella pianura bolognese negli anni Sessanta [Archivio Consorzio CER - Fondo Pasquali].](./../sites/default/images/articles/media/335/malfitano_sistema_01.jpg)
![Fig. 4. Il Cer all’incrocio con il fiume Lamone [Archivio Consorzio Cer].](./../sites/default/images/articles/media/335/malfitano_sistema_04.jpg)
![Fig. 5. La diga quasi ultimata a fine anni Settanta [Archivio Romagna Acque-Società delle Fonti].](./../sites/default/images/articles/media/335/malfitano_sistema_05.jpg)