1. Premessa

La lotta di Liberazione in Romagna ha conosciuto due stagioni fondamentalmente distinte nei tempi e nei contesti: la prima, fra il novembre 1943 e il maggio 1944, ha visto le principali iniziative militari concentrarsi nella zona collinare a sud della via Emilia, caratterizzate dalla massiccia convergenza dei combattenti nei territori del forlivese e del faentino, si concluse con tragici bilanci e la distanza degli Alleati [Casadio, Cantarelli 1980; Belletti 2011]. La seconda, dopo l’estate 1944 segnata da frequenti attentati che vivacizzarono il movimento partigiano senza conseguire risultati significativi in termini di territori liberati, fu nell’autunno e registrò le prime conquiste definitive di Cesena e Cervia in ottobre e di Forlì a novembre, grazie all’avanzata dell’VIII Armata britannica, decisa a sfruttare il varco aperto nella Linea Gotica intorno a Rimini nel mese di settembre. Si giunse però a un precoce stallo invernale che lasciava ancora gran parte del ravennate in mano agli occupanti tedeschi, decisi a tutto pur di rimandare ulteriori scontri campali alla primavera successiva. Furono fatti saltare argini fluviali e le chiuse dei canali di scolo per allagare le campagne e rallentare così l’avanzata dei numerosi mezzi corazzati alleati.

La piccola provincia ravennate, che ospita sia una parte collinare a sud-ovest sia una pianeggiante nella sua maggior parte centrale, visse con molta passione e aspettative gli ultimi mesi di quell’anno, aspettando un’ultima avanzata oppure uno sbarco alleato sulla costa adriatica dietro le linee tedesche, che pure fu tecnicamente ipotizzato. Fu invece presto chiaro che l’offensiva alleata si sarebbe spenta pochi chilometri a sud di Ravenna oltre che su tutto il fronte italiano, lasciando presagire un altro inverno di guerra e di bombardamenti. Tuttavia, il quadro locale delle operazioni sollecitava tra la popolazione l’idea che si potesse ancora agire per un ultimo tentativo che, mobilitando tutte le risorse territoriali, inducesse i comandi alleati a guadagnare posizioni preziose [Turchi 2024].

A quel punto risultò strategico l’ambiente più ostile alle operazioni e agli insediamenti umani: quella zona ibrida della Bassa ravennate a nord della città, dove pinete secolari e più recenti dissesti idraulici costituivano uno spazio ideale per la guerriglia partigiana, a distanza di poche miglia dai comandi alleati. Le dinamiche belliche di quegli ultimi mesi del 1944 videro esperienze originali di mobilitazione e di collaborazione, passate alla storia come la battaglia delle Valli oppure la battaglia per Ravenna, finalmente coronate da esiti vittoriosi.

Per un utile riferimento immaginario si potrebbe guardare all’ultimo episodio di Paisà, l’epico film di Roberto Rossellini girato nelle Valli del Delta padano appena un anno dopo questi avvenimenti. Nel film, però, non compare il prezioso apporto delle donne romagnole che nell’occasione riuscirono qui a connettere i partigiani di un ampio territorio nel momento decisivo dei combattimenti simultanei. Inoltre, autorevoli fonti narrative di testimoni di quei giorni si possono trovare nelle puntuali pagine del Diario di Bulow [Boldrini 1985] o nel libro di Gianni Giadresco Ravenna zona operazioni 1944-1945 [Giadresco 1955] le cui copertine riportano da subito combattenti e barcaioli immersi in zone paludose.

2. Il contesto ambientale

Uno degli ambienti naturali più singolari e dinamici del Delta del Po sono le vaste zone umide a nord di Ravenna, originate dalla progressiva deltizzazione, cioè dal procedere come un cuneo di un tratto della linea di costa verso l’Adriatico, che nel tempo, per effetto dei sedimenti padani, è avanzata rapidamente, così da creare nuovi cordoni litoranei, divenuti progressivamente argini di contenimento di due capienti bacini dalla mutevole salinità, in quanto ancora a contatto con acque dolci dell’interno. Per la comunicazione conservata da questi bacini con il porto canale di Ravenna essi sono stati sempre tutelati poiché costituiscono delle casse di espansione naturali utili per le alte maree, in grado di scongiurare l’esondazione delle acque dal suddetto canale [Lazzari 2018; Spagnesi 2018].

Fig. 1. Copertina della prima edizione del Diario di Bulow (1985) illustrata da Renato Guttuso.
Fig. 1. Copertina della prima edizione del Diario di Bulow (1985) illustrata da Renato Guttuso.

Fig. 2. Corografia della Cassa di Colmata del fiume Lamone, 1901 [Archivio di Stato di Ravenna].
Fig. 2. Corografia della Cassa di Colmata del fiume Lamone, 1901 [Archivio di Stato di Ravenna].

La vulgata popolare li definisce con il termine di Pialasse, parola di origine veneta evocante il ciclo delle maree, capaci a volte di sospingere l’acqua di mare, altre volte di depositarvela e ritrarsi, con movimenti alterni di presa e rilascio che ne fanno un luogo di transizione particolarmente interessante [Montanari 2003]. Ma un’interpretazione più dotta fa derivare il termine dal gergo degli idraulici veneziani del primo Settecento, che lo facevano declinare da padelàssa, cioè un canale cieco, profondo solamente da una parte ed evanescente dall’altra [Missiroli 2004].

Per i romagnoli che vi abitano nei dintorni, quelle sono comunque le valli, indicate con lo stesso termine usato per il bacino di Comacchio, e dai montanari per indicare lo spazio interposto fra due rilievi montuosi.

A questo originale ambiente, fatto di zone acquitrinose e canalette poco più profonde, fin dall’Ottocento si associa un altro fenomeno locale. Il principale fiume romagnolo, il Lamone, che scende dall’Appennino della Toscana medicea, che attraversa rapidamente la Vena del Gesso – creando l’argilla che ha fatto la fortuna delle ceramiche di Faenza – per molto tempo non ha avuto uno sbocco diretto in Adriatico. Alla fine del suo corso spandeva ancora naturalmente le proprie acque in un ampio bacino lagunare a contatto con la Pialassa, così da creare un delicato ambiente ibrido in cui si mescolavano le acque dolci del fiume, le acque marine salmastre con piccoli dossi circondati da vaste pinete e da ricche vegetazioni igrofile destinate a cambiare al variare dell’apporto di acque dolci. Il percorso del Lamone ha fortemente condizionato la vita dei territori attraversati ed è stato oggetto nei secoli di numerosi interventi idraulici che lo hanno visto confluire nel Po di Primaro all’inizio del Cinquecento, poi condotto direttamente in mare nel Settecento, defluire in un bacino vallivo nell’Ottocento, ma sempre soggetto, in questo tratto terminale, a frequenti rotte e alluvioni che minacciavano tutte le comunità toccate. La notte del 7 dicembre 1839, vigilia di una tradizionale festività religiosa, il Lamone ruppe l’argine destro di contenimento, per una lunghezza di circa 250 metri, in località Ammonite, al confine fra i territori di Ravenna e di Bagnacavallo, spandendo le proprie acque, detriti e fanghiglia su quasi ottomila ettari di fertile campagna [Barberini, Guerrini 2016]. Fortunatamente non vi furono vittime fra gli abitanti, ma solamente fra gli allevamenti di animali. Il parroco di Ammonite gridò subito al miracolo per intercessione dell’Immacolata che si stava celebrando, mentre il tecnico idraulico del governo pontificio a capo della Commissione d’inchiesta ammise che la rotta era avvenuta per la carente manutenzione degli argini, in un punto del tutto prevedibile [Lanciani 1873, 18-20].

Fig. 3a. 3b. Illustrazioni interne del libro di Gianni Giadresco.
Fig. 3a. 3b. Illustrazioni interne del libro di Gianni Giadresco.

Fu così che il papa Gregorio XVI regnante all’epoca non intese riparare i danni dell’alluvione con opere costose, ma, abbandonando il vecchio alveo, fece immettere le acque del fiume nelle già esistenti valli a nord-ovest di Ravenna e diede vita a quella che si chiamò da allora Bonifica del Lamone e successivamente Cassa di Colmata del Lamone. Si limitò a concedere ai proprietari dei terreni il permesso di coltivarvi il riso, prima proibito per timore della malaria, e fece erigere tutt’intorno un argine di contenimento lungo 40 chilometri, avviando una lenta e graduale bonifica per colmata, grazie agli apporti fluviali che avrebbero innalzato lentamente il piano di campagna, scolando le acque in zone sempre più ristrette [Sassu 1985].

La torbidezza dell’acqua in cui la belletta è sciolta si ritiene dell’8 per cento. Essa produce in media un deposito annuale su tutta la Cassa d’Espansione di circa 13 cm d’altezza. [Rosetti 1995, 409-410].

Per oltre un secolo la Cassa di Colmata del Lamone andò ad affiancarsi alla Pialassa ravennate e solamente nel 1960 il Lamone, al termine di altre diversioni e di consistenti lavori di inalveamento, vide le proprie acque sfociare direttamente in Adriatico.

Oggi il fiume scorre ancora pensile rispetto alla campagna circostante e divide tutto il complesso di acque dolci in due zone umide: la Valle Mandriole (nota localmente come Valle della Canna) a nord, e Punta Alberete a sud, entrambe lungo la via Romea [1].

Sui terreni così bonificati intervennero poi grandi capitali finanziari dalla Lombardia che introdussero nella campagna “a larga” colture asciutte più estensive, come la barbabietola e l’erba medica, con nuove forme di conduzione agraria che mutarono profondamente i tradizionali rapporti di lavoro. In questi terreni masse di salariati finirono per sostituire gradualmente coloni e mezzadri [Guerrini, 2013].

La ricca vegetazione pinetale, la pescosità delle acque dolci portate dal fiume insieme alla raccolta delle erbe palustri, un tempo lavorate per molti usi, radunarono invece per oltre un secolo nelle valli, in un ambiente difficile da normare e da controllare, una popolazione che viveva di caccia, pesca e pinoli, ma attirò anche malviventi e ricercati che in questo habitat potevano nascondersi e sopravvivere in capanni mimetizzati di canna palustre. Ma in questo spazio di clandestinità aleggiava anche il mito risorgimentale della Trafila garibaldina, cioè della catena di salvataggio che nell’agosto del 1849 aveva portato in salvo attraverso queste valli l’Eroe dei Due Mondi, fuggito da Roma e braccato da tre eserciti, grazie alla complicità dei patrioti, delle pinete e dei vasti campi di mais, da Comacchio scendendo fino a Ravenna, per poi raggiungere Modigliana, la Maremma e imbarcarsi per Nizza [Maggiani 2011].

Che quelle zone umide, perlopiù abitate da masse insubordinate, giocassero tutte a favore del manipolo di garibaldini in fuga risultò chiaro da subito anche al generale austriaco Gorzrowski che il 5 agosto 1849 emanò un minaccioso avviso che rassomigliava molto a quello che un secolo dopo il nazista Kesselring avrebbe proclamato contro la popolazione solidale con i ribelli:

Si ricorda a chiunque il divieto di prestare aiuto, ricovero o favore in qualsiasi modo ai delinquenti, e il dovere di buon cittadino di ributtarli da sé, e di prestarsi a tutta possa per discoprirli, e consegnarli alla giustizia, e si avverte che sarà assoggettato al Giudizio Statario Militare chiunque scientemente avesse aiutato, ricoverato o favorito il profugo Garibaldi, o altro individuo della banda da lui condotta o comandata [2].

Non bastò una taglia di diecimila lire per chi avesse favorito la cattura di Garibaldi, e nemmeno il tradimento del vicebrigadiere papalino Sereni [Parks 2022, 458]. Così da allora la gente del posto va orgogliosa per aver concorso all’Unità d’Italia.

Fig. 4. Imbarcazione (battana) di valle, mossa con il classico paradello.
Fig. 4. Imbarcazione (battana) di valle, mossa con il classico paradello.

La consapevolezza di un ambiente che favoriva la fuga clandestina e il contrasto alle truppe dei potentati oscurantisti sono rimasti un dato identitario di queste zone che si tramanda, con ritualità laiche, fino ai giorni nostri. Il piccolo Capanno di Garibaldi che ospitò l’Eroe per una notte in mezzo alla Pialassa rimane il tempio di questa religione civile, tipicamente romagnola, meta di pellegrinaggi e di cerimoniali che nella fede mazziniana e nell’azione garibaldina, sintetizzano molto del genius loci romagnolo [Mari 2012].

3. Nascondere uomini armati

La peculiarità del luogo venne notata un secolo dopo anche da Arrigo Boldrini, il comandante Bulow, che nell’estate del 1944 era a capo di una brigata partigiana alla ricerca di un insediamento stabile per la sua nascente formazione garibaldina. Lui solo aveva teorizzato la possibilità di aggregare i volontari anche in pianura, complice la popolazione delle campagne e l’habitat vallivo. In particolare, il tracciato della Statale 16, l’Adriatica, percorsa spesso da truppe e rifornimenti tedeschi offriva frequenti occasioni per attacchi a sorpresa da parte dei partigiani.

In quel periodo il movimento di resistenza nella pianura ravennate era costituito da cinque distaccamenti, forti ciascuno di un centinaio di uomini, che agivano separatamente, ciascuno nei territori di competenza, limitandosi al sabotaggio, al recupero armi e all’attacco di qualche tedesco o fascista isolato [Casadio, Cantarelli 1980, 38].

Si tratta di una esperienza particolare nell’ambito della guerriglia dei Gap ben studiata da Santo Peli che così ne parla:

siamo di fronte a formazioni armate che possono correttamente essere definite come milizie territoriali, lontanissime per genesi, per modi di combattere, per obiettivi, dall’idea originaria del gappismo, inteso come struttura urbana e clandestina i cui componenti non si devono conoscere fra di loro, e sono rigorosamente tenuti a interrompere ogni rapporto con la famiglia e l’ambiente sociale e di lavoro dai quali provengono [Peli 2014, 206].

Il piano politico-militare di Boldrini nel luglio di quell’anno cominciò a immaginare invece uno scontro campale di più ampio respiro, che nell’imminenza dell’attacco alleato potesse mobilitare tutta la campagna intorno a Ravenna, cacciando i tedeschi dalla città, risparmiandole i bombardamenti e i cannoneggiamenti da cui la prudenza alleata si faceva sempre precedere. Per questo occorreva individuare per tempo un luogo sicuro per farne il centro di tutta l’attività partigiana e concentrarvi centinaia di gappisti ben armati, organizzando al contempo un’efficiente rete informativa fra i distaccamenti per poi attirare il nemico nelle zone umide a nord della città.

Alberto Bardi, nome di battaglia Falco, in quei mesi è ancora il comandante della 28a Brigata Gap “Mario Gordini” e così la ricorda in una memoria del 1946:

Il Distaccamento “T. Lori” è nato con l’ardito intento di creare nell’unica località della provincia di difficile accesso al nemico (la valle) una base di difesa, di raccolta o di lancio della maggior parte delle nostre forze partigiane. Bisognava infatti cercare di creare con la presa di possesso di una larga zona come le valli, la possibilità di unirci tutti per dare il colpo finale alle forze nemiche nel momento dell’attacco alleato. Questo anche perché sapevamo che gli alleati avrebbero creduto solo alle azioni fatte davanti ai loro occhi da un forte nucleo organizzato, più che allo stillicidio inferto da più di un anno di lotta costante dei gruppi GAP contro il traffico e le colonne tedesche [Bardi 1946, 57-58].

Ci vollero alcuni mesi di preparazione, tattica e diplomatica, per arrivare alla liberazione di Ravenna, ma alla fine sarà il piano di Bulow a consentire il risultato tanto atteso, nel mese di dicembre 1944, quando tutto il fronte di combattimento in Italia era fermo e solo qui si combatteva ancora per guadagnare terreno utile alla spallata di primavera.

Ma, procedendo con ordine, fu quello il risultato di una strategia preliminare e di un’accurata preparazione, a dare corpo all’operazione che lo storico Roberto Battaglia definì «un episodio d’eccezione, la più clamorosa eccezione alla crisi invernale del movimento partigiano» [Battaglia 1953, 476]. Essa fu concepita e attuata proprio intorno al bacino della Pialassa Baiona, mobilitando alla fine circa 900 uomini in varie direzioni per affrontare il nemico con attacchi di breve intensità e in punti diversi.

La vera risorsa della guerriglia partigiana, priva di armi pesanti, stava infatti nello scegliere i tempi e i luoghi più favorevoli per attaccare il nemico, su più fronti, confidando nella conoscenza dei luoghi, dei ripari naturali e nell’appoggio della popolazione rurale. A metà luglio Boldrini si era recato in missione, insieme a compagni nella zona di Comacchio, per verificare la possibilità di alloggiare nei vari capanni in margine alla valle [Boldrini, 1985 98-99] la “Divisione Ravenna”, come la definiva ancora all’epoca il Cumer [3] regionale [Gagliani, Casali 1997], che da pochi giorni aveva affidato allo stesso Boldrini l’incarico di riunire tutte le forze antifasciste della provincia.

Fig. 5. La Valle Baiona alla confluenza con il Porto canale di Ravenna.
Fig. 5. La Valle Baiona alla confluenza con il Porto canale di Ravenna.

L’ambiente vallivo offriva diversi vantaggi, come la facilità di approvvigionamento con la pesca o di sottrarsi ai rastrellamenti dei tedeschi privi di mezzi anfibi. C’era però una sola perplessità: l’eccessiva povertà della popolazione locale, che avrebbe potuto cedere a delazioni prezzolate, se i fascisti del posto avessero sospettato in qualche modo la presenza di gruppi partigiani.

Fig. 6. Veduta aerea della Valle della Canna oggi.
Fig. 6. Veduta aerea della Valle della Canna oggi.

Fu così deciso ai primi di agosto del 1944 di costituire nella Valle della Canna, presso Mandriole, un primo insediamento, su un dosso ben nascosto da alti canneti, con i partigiani che non potevano più rimanere nei loro paesi perché renitenti o ricercati come sovversivi. Il possesso di una buona barca da valle (cioè con il fondo piatto) fu decisivo per stabilire frequenti contatti logistici fra quel primo sodalizio e gli abitanti delle frazioni vicine.

Fin dall’autunno 1943 infatti la località di Porto Corsini era stata oggetto di frequenti bombardamenti, per cui quasi tutta la popolazione era sfollata nella vicina pineta di San Vitale, in capanni di fortuna e da pesca [Montanari 2003, 34].

4. Nascita del distaccamento Terzo Lori

Contemporaneamente un primo nucleo di alcuni partigiani del paese aveva scelto un capanno sul vicino isolotto degli Spinaroni per trovarvi rifugio e nascondervi le armi, senza sapere dell’insediamento nella Valle accanto.

Erano dunque fattori ambientali e geografici a decidere che il primo nucleo stabile di partigiani della provincia si insediasse nelle zone umide, create dalla Cassa di Colmata del fiume Lamone che si trovava a mo’ di cuneo fra il flusso dei convogli tedeschi lungo l’Adriatica e i presidi costieri posti a guardia del porto canale. Se nei centri abitati a quel tempo si potevano portare a termine solo certe azioni di piccoli gruppi, nella campagna “a larga” in prossimità della pineta e dei canneti vallivi, si potevano raccogliere uomini e armi su più vasta scala e addestrarli, utilizzando tutti i saperi locali di pescatori, cacciatori e bracconieri che conoscevano bene quei luoghi e le famiglie che li abitavano.

Il 3 agosto 1944 Boldrini scriveva orgogliosamente nel suo Diario: «Comunichiamo ufficialmente al CUMER (Bologna) la costituzione del Distaccamento “Terzo Lori” con un’ampia relazione che motivava le ragioni politiche, le possibilità ambientali, geografiche, sociali e militari per intensificare la guerriglia» [Boldrini 1985, 111].

Il luogo prescelto era dunque quello in cui si voleva attirare il nemico e al tempo stesso mettere in campo tutte le energie del movimento antifascista per dimostrare al meglio l’apporto della resistenza italiana alla liberazione della città capoluogo. Il ristretto spazio di convivenza portò subito quegli uomini a una intima conoscenza e coesione. Ogni pomeriggio veniva dedicato a una riunione detta di collettivo, in cui si faceva istruzione politica a opera dei commissari, si provvedeva alla logistica e ai turni di guardia, si studiavano le incursioni da progettare e si prendeva confidenza con le poche armi a disposizione. Per molti giovani volontari fu quella la prima scuola politica di democrazia diretta. Fra quanti vi giunsero successivamente si ricordano diversi disertori slavi e russi [Belletti 2011, 115-128].

Nel mese di settembre l’attacco alla Linea Gotica e l’avanzata degli Alleati in Romagna crearono numerose aspettative di una prossima liberazione e, nonostante l’intensificarsi delle rappresaglie nazi-fasciste, emergevano nuove disponibilità di combattenti volontari. Il 29 settembre, però, una piena del Lamone, conseguente alle intense piogge di quel mese, aveva sommerso con un metro e mezzo di acqua la base partigiana nella Valle della Canna, rendendovi impossibile la permanenza. Perciò si decise il trasferimento di parte del distaccamento Terzo Lori nella Pialassa della Baiona, nei pressi di Porto Corsini, sopra un isolotto largo un centinaio di metri e lungo quasi trecento, riutilizzando come primi alloggiamenti i capanni da pesca e da spiaggia che il gruppo di Porto Corsini aggiunse al primo rifugio. Un’altra parte degli uomini fu temporaneamente collocata per alcune settimane nelle case amiche dei dintorni a Savarna, Sant’Alberto e Mandriole [Luparini, 2012 36-37].

Quella seconda base, allestita sopra un dosso noto come isola degli Spinaroni, per via dell’intensa presenza di olivello selvatico (Hippophae Rhamnoide, un arbusto dalle lunghe spine resistente al vento salmastro) rimarrà sconosciuta ai tedeschi sino alla liberazione, grazie alla folta vegetazione e ai camminamenti scavati di qualche palmo per nascondere allo sguardo le persone che lo abitavano [Spreafico 2012, 15-16]. Eppure, a ottobre, la formazione poteva contare già su un organico di circa duecento volontari. Se gli approvvigionamenti alimentari funzionarono piuttosto bene, un nemico letale era invece rappresentato dalle tante zanzare presenti in zona che procurarono febbri malariche a più di un partigiano, costringendo alcuni ad abbandonare il sito. Fu necessario un colpo di mano per sottrarre ai tedeschi grosse dosi di chinino, da loro custodite, e rendere tollerabile quell’ambiente, anche nei mesi autunnali. Quando poi iniziarono i primi scontri armati e si registrarono diversi ferimenti da arma da fuoco, dal comando del distaccamento fu richiesto l’aiuto di alcuni medici ravennati che si trasferirono sull’isola con i necessari ferri chirurgici, stabilendo una piccola infermeria clandestina all’interno di una vicina casetta semidiroccata [Minarelli 1973].

Alla data del 5 ottobre il Terzo Lori aveva sostenuto 12 scontri con le forze tedesche, eliminato un centinaio di nemici e 15 dei loro veicoli, oltre ad aver effettuato la distruzione di un ponte sul Lamone e una infinità di atti di sabotaggio, come l’interruzione di linee telefoniche o lo spargimento di chiodi anticarro sulla strada statale [Cacciatore 2025, 135].

A proiettare quella che fino ad allora poteva sembrare una modesta vicenda locale ambientata nelle nostre valli dentro alla narrazione più orgogliosa dello spionaggio americano sarà l’arrivo in zona di una missione alleata dell’Office of Strategic Service (Oss), nota come Radio Bionda, che già nel 1947 i vertici della Cia statunitense avrebbero definito «una delle più grandi storie nelle vicende segrete dell’OSS» [Kelly, 1947]. Per frenare l’avanzata dell’VIII armata britannica in Romagna Kesselring aveva impostato tutto un sistema di linee difensive sui vari corsi d’acqua che dall’Appennino corrono in mare come un pettine, aveva fatto allagare ampie zone, minato strade e ponti dietro di sé per impedire l’avanzata dei carri armati, nella speranza di conservare il possesso della Pianura Padana anche per l’inverno 1944-45.

5. La missione Bionda

Gli Alleati, desiderosi di informazioni sulle forze tedesche, che a causa del maltempo e della fitta vegetazione locale non riuscivano a ottenere, inviarono un team di radiotelegrafisti dietro le linee, facendoli sbarcare lunga la costa adriatica proprio all’altezza di Porto Corsini, otto miglia a nord di Ravenna. L’incarico era quello di spiare movimenti, presidi e vie di rifornimento delle truppe d’occupazione; di tracciare mappe degli sbarramenti e delle linee difensive del nemico, delle infrastrutture ancora in essere, soprattutto recuperare informazioni sul traffico marittimo che giungeva nel porto di Ravenna; e, come ultimo punto, trasmettere notizie sui partigiani locali e sulle loro potenzialità combattive.

La missione oltre le linee nemiche faceva riferimento al capitano statunitense dell’Oss Alphonse Thiele, ma sul campo era composta da incursori tutti italiani del Reggimento San Marco, aggregato dopo l’Armistizio dell’8 settembre all’intelligence americana. Gli incursori italiani erano: il sottotenente Angelo Garrone, il sottocapo R.T. Giuseppe Montanino e il marò Antonio Maletto. Questi, sbarcati nella notte fra il 17 e il 18 settembre 1944, cercarono subito rifugio nella fitta pineta ravennate con la prudenza e la circospezione che il caso richiedeva.

Il dettagliato racconto che segue è tratto dai primi messaggi radio che il team trasmise alla base alleata [4]. Trascorsi i primi giorni alla macchia, terminati i pochi viveri e sospinti dalle piogge incessanti, i tre si misero alla ricerca di qualche riferimento all’esterno e casualmente presero contatto con un anziano pescatore, spacciandosi per lavoratori coatti della Todt sfuggiti ai tedeschi. Questo consentì loro di intavolare un dialogo esplorativo sulla eventuale complicità del pescatore che li invitò a cena nella propria casa, rivelando ben presto le proprie idee politiche. Fu così che il team poté beneficiare per qualche tempo della casa del pescatore e trasmettere i primi messaggi alla base alleata, salvo poi scoprire che la loro sede distava non più di trecento metri da una caserma occupata dai tedeschi.

Non fu affatto semplice convincere l’ospitante a metterli in contatto con il gruppo più vicino di partigiani, nascosti in valle in mezzo ad alti canneti, fra i quali si trovava anche il fratello del pescatore. Così, una volta lì giunti, ci volle del tempo per superare lo sbarramento di diffidenza fra quei primi volontari appostati sull’isola, timorosi di qualche abile infiltrazione dei fascisti. Il caso volle che al mattino successivo giungesse alla base il pescatore con la notizia che una grossa chiatta tedesca nella notte aveva attraccato nel porto canale con un carico di munizioni pronte per essere scaricate. A quella fortunata informazione subito il radiotelegrafista Montanino prese contatto con la base dell’VIII Armata e, complice il cielo terso di quel mattino, nel giro di poco tempo fece arrivare sul porto una squadra di Spitfire che bombardò e distrusse totalmente il carico tedesco. A quel punto l’accreditamento del team di Radio Bionda era assicurato e da lì prese avvio la quotidiana trasmissione delle informazioni che le staffette portavano alla base partigiana, consentendo agli Alleati di colpire con precisione depositi, basi e spostamenti dei tedeschi, come non avrebbero mai immaginato di poter fare. Da quella zona, di cui gli Alleati fino ad allora conoscevano ben poco, ora giungevano notizie preziose sia per i piani d’attacco dell’VIII Armata che per il morale dei partigiani che intravvedevano la possibilità di migliorare notevolmente la loro combattività.

Nel giro di pochi giorni, grazie all’arrivo in zona anche dei Team Elvira e Nunzia, altre missioni Ori (Organizzazione della Resistenza Italiana, che faceva sempre capo all’Oss statunitense), fu possibile organizzare un primo aviolancio di armi, munizioni e sanitari nella notte del 4 ottobre [Boldrini, 1985, 146]. Questo genere di fornitura dall’alto richiedeva l’individuazione di un luogo sicuro, ma soprattutto la mobilitazione di molti uomini nel preparare il campo, scavare le buche ove collocare i fuochi di segnalazione visibili solo dall’alto e recuperare velocemente tutto il carico, per poi distruggere ogni traccia dei materiali consegnati. Era il momento di maggior rischio per i partigiani, per il pericolo di essere individuati sul territorio e sicuramente attaccati in forze.

Ancora una volta intervennero le Squadre di Azione Patriottica (Sap) di Alfonsine e Savarna con circa 80 uomini per effettuare il tutto in sicurezza, distribuendo il carico su vari barchini che raggiunsero in breve le fattorie e le boarie circostanti. Ancora una volta la valle si era rivelata un ambiente favorevole all’attività clandestina. Senza quelle radiotrasmissioni non sarebbe stato possibile rifornire di armi il distaccamento partigiano, scambiare informazioni militari e forse attuare i piani di battaglia.

Oramai esperti dei luoghi, gli incursori di Radio Bionda riuscirono poi a sottrarre ai tedeschi numerose mine anticarro appena posate con le quali fecero saltare un ponte sul Lamone che isolava un distaccamento costiero del nemico. Ne seguì una feroce rappresaglia dei tedeschi che un giorno catturarono anche il tenente Garrone, obbligandolo ai lavori di nuove fortificazioni a cui stavano attendendo. Quando la notte successiva il militare riuscì a scappare dalla stalla in cui erano rinchiusi i prigionieri, era in possesso di nuove informazioni sugli appostamenti realizzati dai tedeschi, talmente dettagliate che invece di trasmetterle via radio preferì riportale personalmente alla base della missione che a quel tempo si trovava a Viserba [5].

Affrontò dunque un avventuroso viaggio di rientro via mare nella notte dell’11 ottobre, su una imbarcazione dei partigiani e in loro compagnia, per dotarsi anche di nuovi cifrari, avendo intuito che la sua missione si sarebbe prolungata più a lungo del previsto.

Il 18 ottobre ’44 i due NP presero contatto con il capo dei partigiani di Ravenna, Sig. Bulow. Questi mise a disposizione di Montanino e Maletto degli informatori di Ravenna, Forlì, Faenza e Comacchio. Poterono così, a mezzo radio, tenere informati il comando Alleato su tutti i movimenti e dislocazioni delle truppe nemiche: nome delle Divisioni, numero dei Reggimenti, Compagnie e specialità, postazioni di artiglieria, tipo e numero, dislocazione dei depositi di carburante, munizioni e viveri; descrizione delle linee difensive, loro armamento, dislocazione dei campi minati, reticolati ed ostacoli anticarro; ponti e strade di maggior traffico; orari dei traffici nel Canale Corsini, Porto Garibaldi e Casal Borsetti [Ambrosi 1995, 27].

Nei successivi giorni di novembre, i messaggi lanciati da Radio Bionda segnalarono al comando alleato tre quartier generali tedeschi, trentasei batterie di cannoni, quattro depositi di munizioni e due di gasolio, oltre ai vari spostamenti di truppe. Nonostante il maltempo l’aviazione alleata affondò sei chiatte cariche di munizioni, ne danneggiò altre tre; colpì un quartier generale delle SS e un grosso deposito di munizioni. provocando un centinaio di vittime tra le fila dei tedeschi [Cacciatore 2025, 165-172].

Fig. 7. Copertina della prima edizione (1955) del libro di Giadresco.
Fig. 7. Copertina della prima edizione (1955) del libro di Giadresco.

In seguito a questi incoraggianti risultati crebbe anche l’affluenza di volontari al distaccamento Terzo Lori; per qualche settimana fu intensificata anche la loro attività e di pari passo la necessità di rifornirli di armi e scorte. Dal 10 novembre furono effettuati ben sei tentativi di rifornire la base degli Spinaroni via mare, ma il maltempo e le burrasche impedirono sempre che queste missioni raggiungessero l’obiettivo. Un’ultima sortita fu effettuata dagli Alleati la sera del 16 novembre, ma giunti in prossimità dello sbarco la loro motovedetta si trovò al centro di un gruppo di navigli tedeschi che caricavano truppe da trasportare più a nord, e solo una fortunata manovra li tolse di mezzo, quando già udivano le voci di comando dei nemici.

Radio Bionda trasmetteva allora lo scoramento dei partigiani e l’orientamento di molti ad abbandonare presto l’isola per cercare di passare le linee, poiché il clima sempre più rigido e le poche scorte non consentivano più la permanenza agli Spinaroni. Fu allora una riunione dei comandanti partigiani il 17 novembre a prendere l’iniziativa di inviare comunque una loro delegazione per incontrare gli Alleati e scongiurare così il pericolo di sciogliere il gruppo. Via radio si presero accordi per ottenere la garanzia che loro si assumevano il rischio del viaggio, ma chiedevano ai canadesi la certezza che il comandante Bulow sarebbe stato fatto rientrare alla base entro 48 ore, via mare o per via aerea [Boldrini 1985, 177-178; Albonetti 2008, 36-37].

6. Un’intesa decisiva

Il mare mosso impedì anche questa prima partenza della missione, che potè salpare solo la notte successiva del 18 novembre, forte di sette partigiani, più due piloti alleati sfuggiti alla prigionia che approfittavano del viaggio per oltrepassare le linee. All’alba del 19 sarebbero sbarcate sulla spiaggia di Milano Marittima, poi il solo Bulow sarebbe stato accompagnato al comando candese per incontrare il Capo di Stato Maggiore del I Corpo d’Armata canadese e il capitano del Servizio Informazioni che aveva conosciuto solo via radio. Durante i due giorni successivi venne presentato da Bulow un dettagliato rapporto sulla consistenza del movimento partigiano in tutto il ravennate e un preciso piano operativo per un’azione coordinata con gli Alleati. Testualmente riporta Bulow nel suo diario:

[dobbiamo] sfruttare al massimo le particolarità del terreno: la zona valliva, la mancanza di strade, la pineta. Gli argini dei fiumi e dei canali offrono molte occasioni, e occorre che ogni reparto abbia una conoscenza perfetta dei luoghi dove deve operare. In questo senso abbiamo molte possibilità [Boldrini 1985, 168].

L’Ufficio operazioni e il Capo di Sato maggiore, dopo un serrato confronto, apprezzarono e approvarono il piano avanzato da Bulow. Si trattava, come ha scritto ancora Roberto Battaglia, di cogliere il nemico alla sprovvista «eseguendo una manovra irradiante di primo ordine per ardimento e capacità tattica (concentrazione a tergo dell’avversario e attacco su sette direttrici divergenti)» [Battaglia 1953, 474] che partendo dalla base degli Spinaroni, puntava da nord sulla città di Ravenna, accerchiandola per quanto possibile, mentre i canadesi sarebbero avanzati sia da sud che ai due lati.

Una iniziativa che, più che sulle proprie forze, contava sulla sorpresa dell’attacco congiunto fra Alleati e partigiani per liberare tutta la provincia di Ravenna fino alle Valli di Comacchio. Il generale canadese approvò, ma chiese che un loro ufficiale, rientrasse con i partigiani alla base, con mansioni di controllo e di collegamento. Boldrini nell’occasione anticipa anche al comando alleato le principali soluzioni che aveva in mente per amministrare la città una volta liberata, in accordo con i vertici canadesi, il Cln e tutti i partiti politici che ne fanno parte, e questo rassicura molto i comandi alleati [Cacciatore 2025, 99-102] [6].

L’ultima notte trascorsa in compagnia del capitano John Francis Rendall di Londra, studioso di storia del periodo bizantino, servì a esaminare il problema di salvare dalle artiglierie le antiche basiliche ravennati e a dare all’operazione su Ravenna il nome in codice “Teodora” [Boldrini 1985, 169].

Fig. 8. Litografia del pittore ravennate Giulio Ruffini raffigurante una missione partigiana tra le valli (anni ’80).
Fig. 8. Litografia del pittore ravennate Giulio Ruffini raffigurante una missione partigiana tra le valli (anni ’80).

Per la rappresentazione degli eventi successivi correttezza vuole che si passi dal diario pur puntuale di Bulow, al rapporto, stilato il 20 dicembre che l’inviato canadese, il capitano Dennis Healy, fece della sua missione di arrivo il 23 novembre alla base partigiana nella Valle delle Vene, ove sarebbe rimasto per quasi due mesi.

La mia missione era quella di andare oltre le linee nemiche, a nord-est di Ravenna, per raccogliere informazioni militari e fungere da rappresentante del Comandante in modo che lo sforzo partigiano potesse essere controllato e coordinato, il più possibile da vicino, con quello delle nostre truppe attaccanti. […] Dopo essere stati sballottati per quasi sette ore su un mare dove eravamo soli, il frastuono della battaglia cominciò a farsi sentire in lontananza. Eravamo abbondantemente dietro le linee nemiche e il capitano dell’imbarcazione si diresse verso la riva. Alle 04.10 avvistammo la costa e circa mezz’ora dopo sbarcammo con successo a nord di Porto Corsini. A causa di un disguido, non c’erano segnali, raggiungemmo la riva con il colpo in canna, pronti per l’azione. Avevamo appena tirato a riva la nostra imbarcazione che il grido stridulo di un falco pellegrino risuonò a 200 yard alla nostra destra. Uno dei rematori rispose e fummo presto circondati da una banda di tagliagole armati che fecero sparire il nostro carico nella notte e sollevarono l’imbarcazione su un carro trainato da buoi che stava aspettando. Nessuno disse una parola Pochi minuti dopo camminavamo in fila tra le dune verso il campo partigiano che si trovava nella vicina palude. Un gruppo alle nostre spalle lavorò fino a un’ora prima dell’alba per coprire le tracce che avevamo lasciato, poi donne e bambini delle zone limitrofe arrivarono alle prime luci e finirono il lavoro [Cacciatore 2025, 129-130].

Nonostante questo primo impatto dal sapore coloniale, la presenza e l’autorevolezza del capitano Healy avrebbero portato in seguito a migliorare l’organizzazione militare e la disciplina tra gli uomini di valle in vista, dopo una decina di giorni, della grande battaglia per Ravenna. Healy, che in patria era uno stimato docente universitario, diventò in breve un grande estimatore della coraggiosa determinazione dei partigiani, partecipò alle loro azioni e alla sua partenza in febbraio lasciò loro tremila lire perché acquistassero dei libri e migliorassero la loro istruzione. Con lui i rifornimenti di armi arrivarono più spesso; i contatti radio furono intensificati e tutto il territorio intorno a Ravenna fu allertato dalle staffette per mobilitare qualche altro centinaio di gappisti e di Sap secondo il piano previsto da Bulow. Questi contava sull’avanzata alleata da sud-ovest, mentre lui stesso guidava l’insurrezione partigiana a nord della città con cinquecento uomini, per spingere i tedeschi alla ritirata e a non rimanere intrappolati con le spalle al mare, dove si paventava uno sbarco alleato [7].

7. Combattere «con l’acqua fino al ginocchio»8

Finalmente nella notte fra il 2 e il 3 dicembre dagli Alleati all’ora Zero arrivò alla base via radio l’ordine convenuto e tanto atteso: «Vostre forze considerate truppe d’occupazione da Sant’Alberto al mare. Agite secondo Piano Bulow. Buona fortuna» [8]. Volontari organizzati da tutta la provincia si misero in moto con ogni mezzo per dare il proprio contributo all’iniziativa pianificata da tempo. Vi parteciparono in molti, anche al di fuori delle solite formazioni armate: gente comune che affiancava, preavvertiva, sapeva tacere se opportuno, offriva ospitalità e rifugio ai patrioti combattenti; anche alcuni parroci di campagna si adoprarono nel proteggere la popolazione dalle rappresaglie tedesche e nel dare aiuto ai volontari [Zalambani 1989, 19-33].

Nonostante la disparità di armamenti, l’imprevedibile guerriglia partigiana riuscì a impegnare in tanti punti strategici il nemico, dividendone le forze e apparendo per qualche giorno ben più forte di quanto fosse in realtà. La conoscenza dei luoghi e la mobilità degli uomini risultarono decisive, attirando i reparti nemici fuori dalla città. Quando poi i tedeschi fecero arrivare diversi carri armati pesanti sul campo di battaglia i partigiani dovettero ripiegare nella pineta e nelle loro valli [9], ma nel frattempo i canadesi e i Lanceri inglesi avevano potuto entrare da sud quasi senza combattere, dopo aver perso però molti uomini nella fase di avvicinamento a Ravenna.

Fig. 9. Dipinto ad acquerello del pittore Francesco Verlicchi raffigurante la Battaglia delle Valli (anni Settanta).
Fig. 9. Dipinto ad acquerello del pittore Francesco Verlicchi raffigurante la Battaglia delle Valli (anni Settanta).

La battaglia intorno alla città durò alcuni giorni, dal 2 al 7 dicembre e si concluse con la sua liberazione definitiva, anche se non tutto andò secondo i piani concordati. In particolare, come il comandante Falco ebbe modo di scrivere a Boldrini l’8 dicembre: l’avanzata alleata si fermò in città anziché spingersi fino al fiume Reno e occupare posizioni già liberate dai partigiani a nord di Ravenna; una colonna proveniente dalla Bassa Romagna incontrò l’opposizione tedesca prima di raggiungere l’obiettivo e dovette combattere anzitempo, per poi riparare nella penisola di Boscoforte, all’interno delle Valli di Comacchio; non fu possibile accendere le sollevazioni popolari previste alle spalle del nemico; infine, ci furono pericolosi contrattacchi da parte dei tedeschi e momenti di profondo sconforto fra i partigiani in linea [Albonetti, Luparini 2008].

8. Vita e memoria d’ambiente

Non è qui il caso di descrivere nel dettaglio tutte le fasi di quella complessa Operazione Teodora [10] che vide una sì ampia mobilitazione, ma va sottolineato che argini, canali, zone umide ebbero in quel contesto un ruolo importante nell’offrire riparo, con la folta pineta, ai tanti partigiani che aprirono uno scontro in campo aperto, sapendo di poter disporre di armi inadeguate e di pochi minuti di fuoco, contro un nemico ancora deciso a combattere. Spostarsi lungo la vegetazione interna dei fiumi, attraversarli senza ponti con ogni mezzo e considerare sempre la valle dietro di loro come ambiente protetto risultarono fattori decisivi per quel tipo di combattimento.

Nel 1966 il regista Sergio Zavoli volle tornare su quell’epopea contadina all’interno della sua rubrica Diario di un cronista e intitolò la puntata televisiva in cui intervistava i protagonisti di allora riportati sul campo L’armata delle valli. Ne trasse un ritratto umanamente toccante e credibile di uomini che, senza enfasi retorica, confessavano ancora il loro orgoglio per aver preso parte a una vicenda più grande delle loro stesse modeste esistenze.

Risalgono agli anni Sessanta i primi provvedimenti di tutela ambientale destinati a sviluppi decennali [11] per evitare la bonifica di quei siti e costituirli in aree protette poi oasi [12]. Sempre fra gli anni ’70 e ’80 sono state poste numerose lapidi e segni monumentali su quel territorio e sulle pareti di numerose case amiche, per ricordare combattimenti e caduti di quei giorni. Dal 2006 il Comune di Ravenna all’unanimità ha riconosciuto l’Isola degli Spinaroni, all’interno del Piano di stazione del Parco del Delta del Po, come patrimonio storico naturalistico della comunità locale, affidandone la gestione all’Anpi provinciale da cui è nata un’apposita associazione di volontari che ne cura la manutenzione e la conoscenza, organizzando visite guidate per adulti e scolaresche lungo tutta la buona stagione, su appositi battelli ecologici. Sono circa 1.500 gli studenti che ogni anno si recano sull’isola, ammirando un paesaggio unico, tra fenicotteri, aironi e altra selvaggina di passo, che popola ancora queste valli, nonostante la prossimità di un grande polo chimico e industriale.

La Pialassa della Baiona, con i 1.630 ettari di superficie, oggi ha cambiato alcuni aspetti della sua vegetazione in superficie: il limitato apporto di acque dolci ha determinato la scomparsa di varie piante a beneficio di altre specie alofile, riducendo di molto la presenza della canna palustre, del giunco e della stiancia che un tempo ne caratterizzavano la difficile penetrazione. Tuttavia, la Pialassa, oltre a essere ricompresa nell’area di tutela del Parco del Delta del Po, gode di continui interventi per proteggere quanto più possibile le caratteristiche ambientali dominate oggi da juncati e salicornieti.

Il Ministero dell’Agricoltura e delle foreste il 18 novembre 1968 emanò il decreto costitutivo dell’Oasi di Punta Alberete per la protezione e rifugio della fauna stanziale e migratoria nella Cassa di Colmata del Lamone, allora di 457 ettari. L’anno successivo giunse anche il riconoscimento del vincolo paesaggistico di qual complesso di zone umide [Spagnesi, 2018, 54]. Il decreto-legge n° 389 del 24 luglio 1981, pubblicato in Gazzetta ufficiale del 25 luglio 1981, riporta un decreto del 13 luglio e la «Dichiarazione dell’importanza internazionale del complesso di zone umide costiere dell’Emilia-Romagna per effetto della “Convenzione relativa alle zone umide di importanza internazionale, soprattutto come habitat degli uccelli acquatici”» firmata a Ramsar il 2 febbraio 1971 e ratificata con decreto del Presidente della Repubblica 13 marzo 1976 n° 448. Il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica dal 4 settembre 1981 l’ha inserita al n° 31 dell’elenco delle Zone Umide censite in Italia.

L’Anpi provinciale e l’Istituto storico della Resistenza di Ravenna, sostengono l’azione meritevole dei volontari dell’Associazione Spinaroni Aps che cura il delicatissimo sito ed è tuttora impegnata a riempire ancora di storie questo ambiente straordinario.

Bibliografia

  • Albonetti 2008
    Pietro Albonetti, Resistenza 1944: dall’estate ai primi giorni di dicembre, in Carte di resistenza e di liberazione: dall’archivio dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea in Ravenna e Provincia, a cura di Pietro Albonetti, Alessandro Luparini, Ravenna, Longo, 2008, pp. 36-37.
  • Ambrosi 1995
    Achille Ambrosi, Battaglione San Marco Reparto “NP”, Peschiera del Garda, Comune di Peschiera del Garda, Tipografia La Gardesana, 1995.
  • Bardi 1946
    Alberto Bardi, L’Isola degli Spinaroni, in «Tempi Nuovi», 7-8 (febbraio-marzo 1946), pp. 57-58.
  • Battaglia 1953
    Roberto Battaglia, Storia della Resistenza in Italia, Torino, Einaudi, 1953.
  • Beletti 2010-2011
    Giulia Belletti, L’armata della pianura. La 28a Brigata GAP Mario Gordini, tesi di Laurea, Università di Modena e Reggio-Emilia, A.A. 2010-2011, depositata presso Archivi del Novecento (Ravenna).
  • Boldrini 1980
    Arrigo Boldrini, Diario di Bulow. Pagine di lotta partigiana, Milano, Vangelista, 1985.
  • Casadio, Canterelli 1980
    Gianfranco Casadio, Rossella Cantarelli, La Resistenza nel Ravennate, Ravenna, Edizioni del Girasole, 1980.
  • Gagliani, Casali 1997
    CUMER. Il Bollettino militare del Comando unico militare Emilia Romagna, giugno 1944- aprile 1945, a cura di Dianella Gagliani, Luciano Casali, Bologna, Patron, 1997.
  • Giadresco 1955
    Gianni Giadresco, Ravenna zona di operazioni 1944-1945, Ravenna, Edizioni ANPI, 1955.
  • Guerrini 2013
    Osiride Guerrini, Aqua e tëra, tëra e aqua. Vivere e lavorare a Sant’Alberto, un paese fra Primaro e Lamone, Ravenna, Danilo Montanari Editore, 2013.
  • Jackson 1988
    William Jackson, The Mediterranean and Middle East. Volume VI – Part III (November 1944 to May 1945), London, Her Majesty’s Stationary Office, 1988.
  • Lazzari 2018
    Giorgio Lazzari, L’instabile territorio delle oasi ravennati, in Le oasi palustri ravennati. Un paesaggio instabile e minacciato, Atti del convegno di Ravenna, 23 novembre 2018, pp. 27-32, https://www.naturaitalica.it/wp-content/uploads/2021/04/Le-oasi-palustri-ravennati.pdf.
  • Luparini 2012
    Alessandro Luparini, Storia del Distaccamento di Valle “Terzo Lori”, in Isola degli Spinaroni. Una base partigiana tra natura e storia, Ravenna, Danilo Montanari, 2012, pp. 29-53.
  • Maggiani 2011
    Maurizio Maggiani, Quello che ancora vive. Il salvamento del generale Garibaldi nelle terre di Romagna, Bologna, Coop editrice consumatori, 2011.
  • Mari 2012
    Maurizio Mari, Quelli che andavano al Capanno... 1882-2012. 130° anniversario della Società conservatrice del Capanno Garibaldi, Ravenna, Società conservatrice Capanno Garibaldi, Cooperativa Pensiero e azione, 2012.
  • Martini 1974-1975
    Luigi Martini, Radio Bionda, in «Il Nuovo ravennate», n. 48 (29 novembre 1974), pp. 6-7; La Missione Bionda, in «Il Nuovo ravennate», n.49 (17 gennaio 1975).
  • Minarelli 1973
    Alberto Minarelli, Ricordi di un medico partigiano in Alfonsine: un monumento che si chiama ora e sempre Resistenza: 10 aprile 1973, Alfonsine, Amministrazione comunale di Alfonsine, 1973.
  • Missiroli 2004
    Anna Missiroli, La Pialassa di Ravenna nella cartografia (secoli XVII-XX) in «Bollettino dell’AIC», n. 121-122 (2004), p. 131.
  • Montanari 2003
    Laura Montanari, All’Isola degli Spinaroni, Ravenna, Artestampa, 2003.
  • Parks 2022
    Tim Parks, Il cammino dell’eroe. A piedi con Garibaldi da Roma a Ravenna, Milano, Rizzoli, 2022.
  • Rosetti 1995
    Emilio Rosetti, La Romagna. Geografia e storia, Bologna, University Press, 1995.
  • Sassu 1985
    Pietro Sassu, La rotta del Lamone in Cesare Zavattini, La civiltà delle acque, Bologna, Cappelli, 1985.
  • Spagnesi 2018
    Mario Spagnesi, Punta Alberete: un angolino di paradiso terrestre in Le oasi palustri ravennati. Un paesaggio instabile e minacciato, Atti del convegno di Ravenna, 23 novembre 2018, pp. 49-58, https://www.naturaitalica.it/wp-content/uploads/2021/04/Le-oasi-palustri-ravennati.pdf.
  • Spreafico 2012
    Eugenio Spreafico, Aspetti naturalistici della Pialassa della Baiona in Isola degli Spinaroni. Una base partigiana tra natura e storia, Ravenna, Danilo Montanari, 2012.
  • Turchi 2024
    Massimo Turchi, Linea Gotica. Il lungo autunno – Ottobre 1944– marzo 1945, Reggio Emilia, Diakros, 2024.
  • Zalambani 1989
    Giovanni Zalambani, 1944-1945: S. Alberto nel turbine della guerra. Diario del priore don Giovanni Zalambani, Sant’Alberto, Chiesa Priorale di S. Alberto, 1989.

Note

1. Per immagini e informazioni aggiornate si rimanda al sito Ravenna Tourism, alla voce Oasi di Punta Alberete.

2. Notificazione Gorzrowski, Museo Civico del Risorgimento, Bologna.

3. Comando Unico Militare Emilia Romagna.

4. Di oltre 330 messaggi intercorsi fra Radio Bionda e il Comando dell’VIII Armata britannica sono conservate le veline, sia dei testi originali inglesi che delle traduzioni italiane, presso gli Archivi del Novecento a Ravenna: Archivi del Novecento, Fondo Radio Bionda. Una sintesi in italiano del testo pubblicato sulla rivista «Blue Book» è stata presentata da Luigi Martini su «Il Nuovo ravennate», n. 37-38 e 48-49 del novembre-dicembre 1974 e 3-4-5 gennaio 1975.

5. «Il Nuovo Ravennate», anno XVI, del 13 dicembre 1974, p. 2.

6. Singoli documenti relativi alle decisioni del Comando partigiano della 28a si trovano in ISREC.Ra, Fondo “28a Brigata Gap “Mario Gordini”, busta C3, fasc. “Distaccamento Terzo Lori”.

7. Notizie dettagliate sull’attività e sulla consistenza dei vari Distaccamenti Gap interessati a questa manovra e soprattutto sul Distaccamento “Terzo Lori” sono reperibili in ISREC.Ra, Fondo 28a Brigata Garibaldi “Mario Gordini”, busta C1, Appendice 1944.

8. Ibidem.

9. Lo stesso Bulow confessa: «Ci dobbiamo ritirare da S. Alberto e Mandriole, abbandonando i piani e le frazioni liberate. Al ponte di Mandriole ci raggruppiamo tentando di arroccarci in difesa sfruttando il canale delle acque chiare e altri argini. Ma i nostri reparti sono provati e vi sono alcuni gravi sbandamenti per cui dobbiamo reagire con armi in pugno duramente, per impedire un fuggi fuggi che sarebbe pericolosissimo» [Boldrini 1985, 185].

10. «Some credit for the easy capture of Ravenna must go to 28th Garibaldi Brigade of Italian Partisan under Liutenant Arrigo Boldrini, an Italian officer known by the name of Major Bulow» [Jackson 1988, 117].

11. L’iter dettagliato delle specifiche misure di tutela è descritto al link https://ambiente.regione.emilia-romagna.it ReteNatura2000 – Punta Alberete. Valle Mandriole – Quadro conoscitivo gennaio 2008.

12. «Prima ancora delle associazioni ambientaliste furono soprattutto tre personalità particolari a sollecitare le istituzioni in tal senso: il prof. Alessandro Ghigi del CNR, il suo allievo prof. Augusto Toschi, direttore del Laboratorio di Zoobiologia applicata alla caccia, entrambi di Bologna, insieme al primo sindaco partigiano di Ravenna, Gino Gatta (1946-1950) che durante la guerra era stato Commissario politico del Distaccamento “Terzo Lori” sull’Isola degli Spinaroni» [Spagnesi 2018].