1. Introduzione

Sulle vicende che videro protagonisti i prigionieri inglesi nei campi di detenzione italiani è stato scritto molto negli ultimi trent’anni, interrogandosi sia sul funzionamento dei campi di prigionia, sia sui fatti avvenuti dopo l’8 settembre 1943, con la fuga dai campi, le lunghe e non sempre fortunate marce verso la salvezza e l’apporto, anche se limitato, dei britannici alla Resistenza italiana. Uno dei temi che è stato trattato con maggior interesse, probabilmente perché denso di significati che lo rendono del tutto peculiare nelle caotiche vicende seguite all’armistizio, è l’aiuto prestato dalla popolazione civile ai prigionieri che da un giorno all’altro si trovavano nelle campagne di un Paese teoricamente non più nemico del proprio, ma pieno di tedeschi e di possibili delatori.

Fig. 1. Orfanotrofio di Fontanellato, sede del campo di prigionia Pg 49.
Fig. 1. Orfanotrofio di Fontanellato, sede del campo di prigionia Pg 49.

Al centro di questo saggio vi è una vicenda particolare, che vide protagonista don Luigi Longhi, un parroco della Bassa parmense, e il tenente Heath, un ufficiale britannico scappato dal campo di prigionia Pg 49 di Fontanellato. Mettere in evidenza l’aiuto tutt’altro che marginale dei parroci agli ex-prigionieri può essere utile per comprendere le ragioni alla base di questo aiuto, i movimenti delle alte gerarchie ecclesiastiche locali per fronteggiare la questione (anche in dialogo con le autorità tedesche o fasciste) e, non da ultimo, comprendere se questo aiuto possa essere considerato come uno dei prodromi del sostegno di parte del clero alla Resistenza. Dunque, un piccolo tassello di un mosaico molto più ampio, in grado però di porre delle domande, tutt’altro che secondarie, sulle drammatiche vicende che la Seconda guerra mondiale portò in Italia nel 1943-1945.

La ricerca ha preso come riferimenti diversi fondi archivistici conservati presso l’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea di Parma (Isrec Parma). In primis, il fondo privato di don Luigi Longhi: questo contiene, in fotocopia, il diario di prigionia del sacerdote, diverse copie di lettere invitate dal tenente Heath a don Longhi per molti anni dopo la fine del conflitto e alcune copie di fotografie di don Longhi, databili tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

Il secondo fondo dell’Istituto utile alla ricerca è stato quello costituito da don Battilocchi. Nel corso degli anni Settanta e Ottanta furono raccolte da don Giorgio Battilocchi (durante la guerra fu parroco di Rigoso prima e di Quinzano poi) diverse testimonianze di parroci relative al conflitto mondiale. Alcune di esse sono un estratto del diario parrocchiale coevo ai fatti, altre sono memorie redatte a distanza di molti anni dalla fine degli eventi bellici. Rimangono fonti molto utili e di elevato interesse sia per studiare la posizione di molti parroci nei confronti della Resistenza e della guerra civile, ma anche per analizzare la vita quotidiana nel Parmense durante il conflitto e la memoria di quei drammatici eventi stratificatasi nei decenni successivi.

Ad integrazione dei due fondi descritti è stato utilizzato il grande patrimonio di diari parrocchiali del tempo di guerra conservati presso l’Archivio storico diocesano di Parma. Nella ricerca presente sono stati citati solamente a margine, ma risulta indispensabile segnalarli per la grandissima quantità di informazioni che contengono, capaci di offrire un vero e proprio spaccato nel tempo di guerra con una visione “dal basso” degli eventi. A ciò si aggiunga il fondamentale fondo archivistico denominato Dizionario biografico del clero di Parma: una raccolta di centinaia di fascicoli redatti da don Enrico Dall’Olio e contenenti numerose informazioni sul clero di Parma nei secoli passati, ma soprattutto nel Novecento.

Se scopo di questo piccolo contributo è illuminare una vicenda rimasta sempre a margine nella memoria della guerra a Parma, lo è anche il puntare l’attenzione sull’utilizzo e l’intreccio di fonti sovente rimaste marginali nella ricerca legata alla Seconda guerra mondiale: quelle parrocchiali e quelle diocesane.

2. Prigionieri di guerra in provincia di Parma

Caro Wolfetto! Ti invito a introdurre in tutte le città italiane il metodo di mettere in palio la somma di cinque sterline inglesi, o il corrispettivo in lire italiane, per ogni prigioniero inglese consegnato. Credo che in questo modo recupereremo un gran numero di britannici oggi sparsi ancora in giro. Heil Hitler! [Frei 1992, 255].

L’invito di Himmler a Karl Wolff (comandante della polizia e delle SS in Italia) non dovette avere molto successo. Inviato l’8 novembre 1943, faceva seguito al bando del comando tedesco che vietava ogni supporto agli ex-prigionieri britannici da parte della popolazione. Ma ancora l’8 marzo 1944 il comando germanico si trovò nella necessità di ricordare:

ancora una volta, che chiunque dia ospitalità o favorisca in qualsiasi misura elementi ribelli, disertori, sbandati, vagabondi ecc. sarà senz’altro passato per le armi sul posto. Inoltre, contemporaneamente saranno prelevate, a caso, cinque persone, appartenenti alla frazione, nella quale il fatto si è verificato, e passate per le armi sul posto. Si ricorda anche che la popolazione oltre a rifiutare qualsiasi prestazione alle persone della categoria di cui sopra, ha l’obbligo di avvertire il Comando della Guardia Repubblicana della loro presenza nella frazione o casolare [Rinaldi 1975, 25].

Il problema degli sbandati inglesi, nel territorio di Parma, era di particolare rilevanza. In provincia, infatti, durante il corso della guerra erano stati istituiti due campi di prigionia. A Busseto era presente il Pg 55, centro di detenzione per soldati semplici dell’esercito britannico che l’8 settembre 1943 contava circa 500 uomini [1]. Mentre a Fontanellato [2] vi era il Pg 49, dedicato agli ufficiali inglesi (dalle stime sembra che all’inizio di settembre 1943 contasse circa 700 uomini) [3].

Nella mattinata del 9 settembre 1943 gli ufficiali britannici di Fontanellato riuscirono ad attuare una fuga di massa, aiutati dal colonnello Eugenio Vicedomini, comandate del campo [4]. Il camp leader, il tenente colonnello Hugo de Burgh, divise i suoi uomini in cinque compagnie, che si sparsero nelle campagne fontanellatesi, con l’ordine «keep calm and remain isolated» [Minardi 2015, 55]. In seguito, nella notte tra l’11 e il 12 settembre 1943, diede l’ordine di sganciamento. Gli uomini, in piccoli gruppetti, cercarono di dirigersi verso la Svizzera o verso gli Appennini in modo tale da muovere verso gli eserciti angloamericani.

Già durante le prime ore di fuga i britannici poterono contare su molti aiuti dati dalla popolazione locale. Nonostante «minacce e “bandi” contro chiunque continuasse a dare assistenza agli ex-prigionieri» [Minardi 2015, 82] molti furono quelli che accolsero gli sbandati: non solo nel fontanellatese, ma anche nei paesi della Bassa parmense (in particolare San Secondo, Soragna e Fontevivo) e poi dell’Appennino (Pellegrino Parmense, Banzola, Bardi). L’aiuto verso gli inglesi si concretizzava dando loro viveri e abiti civili, ospitandoli nei granai oppure nascondendoli nelle case e informandoli su dove erano gli appostamenti tedeschi o su quali strade era meglio percorrere.

La notizia della fuga da Fontanellato aveva raggiunto molto presto tutta la provincia e divenne una normalità vedere passare davanti alla propria casa prigionieri allo sbando in cerca di un rifugio. Come racconta nel diario parrocchiale don Giacomo Botti, parroco di Pieve di Cusignano: «A Fontanellato vi era un concentramento di prigionieri, circa 700 ufficiali e 200 soldati: con l’armistizio i prigionieri furono subito liberati e ora battono la campagna, elemosinando un pezzo di pane, e si dirigono verso Pellegrino con la speranza di incontrare quanto prima i loro connazionali» [5]. Invece don Ferruccio Botti, parroco di Talignano, riportò nel diario in data 15 settembre 1943, che:

A mezzogiorno, noto nella strada antistante la Chiesa, due figure più strane del solito. Un girovago con sacco e pantaloni da pastore, e vicino a lui una donna molto accuratamente vestita. Con mia sorpresa li vedo avvicinarsi e dirigersi risolutamente in canonica. Due parole e mi entrano in casa. Sono due ufficiali inglesi, prigionieri a Fontanellato e ora in fuga. L’uno parla correttamente l’italiano e si fa conversazione. Ho un avanzo di minestra in brodo che essi divorano in fretta, bevono, mangiano uva e poi si trattengono in conversazione. Provano una gioia immensa ad ascoltare radio-Londra e fanno il pronostico che fra due mesi sarà tutto finito […]. Poi rivestono la truccatura così strana e vanno [6].

Nel frattempo, da parte dei tedeschi, era partita la caccia ai prigionieri fuggitivi dopo che nel pomeriggio del 9 settembre un reparto di tedeschi era giunto al campo di Fontanellato trovandolo deserto. Un aereo Junker sorvolava continuamente le campagne, mentre automezzi tedeschi pattugliavano assiduamente la zona in prossimità del campo. I tedeschi non potevano permettere che la popolazione fraternizzasse con il nemico e che questi potesse girare “liberamente” per il territorio, anche perché sembravano tutt’altro che infondati i timori che i fuggitivi potessero organizzare bande armate nelle retrovie. In questo contesto rientrano il messaggio di Himmler e i bandi citati in precedenza. Molte persone rimaste fedeli al fascismo denunciarono i “conniventi”, sono note alcune tragiche vicende di chi pagò dure conseguenze per aver aiutato soldati inglesi, come quelle della famiglia Cervi di Gattatico [7]. In una lettera alla «Gazzetta di Parma» di fine ottobre 1943, intitolata A Cesare quel che è di Cesare, «molti cattolici di Parma» (così è firmata la lettera) diedero voce al loro sdegno contro chi aiutava il nemico:

Se è vero che la religione è tutt’altra cosa della politica, non è men vero l’insegnamento evangelico del “date a Cesare quel che è di Cesare” del “date a Dio quel che è di Dio” e per il quale riteniamo che il cittadino debba dare tutto se stesso alla Patria, specie nei momenti suoi più drammatici. Non ci consta che la religione abbia insegnato mai la viltà e il tradimento. La strada degli Italiani perciò, specie se cattolici, non può essere che quella dell’onore. Oggi più che mai s’impongono atteggiamenti inequivocabili, atteggiamenti che non sono mai stati propri dell’A.C.I., e […] abbiamo fondati dubbi lo possano essere per il futuro. A proposito, cosa ne pensa il Direttore Generale dell’A.C.I. [mons. Evasio Colli, vescovo di Parma] di certi sacerdoti che danno aiuto ai nemici inglesi? I buoni italiani non lo sapranno mai. L’equivoco regola la condotta dell’A.C.I. In ogni modo tutti i buoni italiani non possono che classificare questi sacerdoti traditori della Patria e come tali debbono essere trattati [8].

La frase «quei sacerdoti che danno aiuto nemici inglesi» è da riferirsi alla probabilmente nota accoglienza che molti sacerdoti (dalla Bassa all’Appennino) avevano riservato ai prigionieri fuggitivi, forse più per sentimenti di carità evangelica che di vivo antifascismo. Leggendo i diari parrocchiali conservati nell’Archivio Storico Diocesano di Parma emergono numerose vicende, ma una che rimase del tutto peculiare, anche per gli esiti che ebbe, fu senza dubbio la vicenda di don Luigi Longhi.

Fig. 2. Don Luigi Longhi, foto anni Cinquanta [AISPR, fondo don Luigi Longhi].
Fig. 2. Don Luigi Longhi, foto anni Cinquanta [AISPR, fondo don Luigi Longhi].

3. Dalla canonica al tribunale tedesco

Don Luigi Longhi nacque a Sala Baganza il 4 maggio 1914 e fu ordinato sacerdote da monsignor Colli il 19 giugno 1938 [9]. Dopo essere stato vicario cooperatore a Fornovo, il 12 aprile 1939 don Luigi fu nominato parroco a Torricella di Sissa, un piccolo paesino della Bassa parmense a ridosso del Po. Come raccontò lo stesso don Luigi:

Quando, l’8 settembre 1943, i prigionieri britannici del campo d’internamento di Fontanellato si trovarono improvvisamente liberi, nessuno poteva pensare che la guerra (allora pareva finita) sarebbe durata ancora a lungo. Col passare dei giorni, però, ci si rese conto per tutti della realtà. Sorse così il problema di quegli internati che, in attesa dell’arrivo degli alleati, vivevano alla meno peggio, sparpagliati in gruppetti nelle campagne della Bassa, e soccorsi alla meglio dalla coraggiosa generosità delle nostre popolazioni. Sollecitato da un amico parroco del comune di Fontanellato mi portai in quei luoghi. Eravamo alle soglie dell’autunno e la vista di quei poveretti che, vestiti in abiti di fortuna, cercavano riparo dalla pioggia sotto i filari delle viti, mi spinse a fare qualcosa per loro. Così aiutato da alcuni volenterosi, ne sistemai alcuni nel fontanellatese, altri nella zona tra il Taro e lo Stirone, altri ancora a Torricella. Uno di loro lo rifugiai nella mia canonica. Questo nella seconda metà di Settembre [10].

Fondamentale quanto riporta don Longhi per almeno due aspetti: il primo è che si era organizzata una vera e propria rete tra parroci e contadini nel soccorso dei prigionieri sbandati. In secondo luogo, perché mette proprio in evidenza che l’origine dell’aiuto verso gli inglesi fuggiti fu un sentimento di carità evangelica suscitato dal vedere «quei poveretti» senza riparo alle soglie della brutta stagione.

L’ufficiale inglese, che don Longhi accolse nella sua canonica, era il tenente F. Ronald Lewis-Heath, di Plymouth, che era stato presentato al parroco di Torricella da don Armando Masini, parroco di Toccalmatto di Fontanellato. Se in un primo tempo la presenza dell’inglese in canonica sembra non aver suscitato alcun problema non passò molto tempo perché le cose, per don Longhi e il tenente Heath, si mettessero per il verso sbagliato.

Molto probabilmente fu a causa di una delazione [11] che tra l’1 e il 2 ottobre la canonica venne circondata dai tedeschi, guidati dall’aiutante maggiore del colonnello Mühe, il tenente Junker: don Longhi e Heath furono arrestati. Nel suo diario di prigionia in data 2 ottobre 1943 don Longhi scrisse: «siamo tradotti a Parma, Heath ed io, da un capitano tedesco, un aiutante maggiore (Junker) e 13 soldati della Wehrmacht» [12]. La destinazione era la Cittadella, dove i due sarebbero stati detenuti per diversi giorni.

Il 9 ottobre avvenne l’interrogatorio per don Longhi: «Funge da interprete la signorina Meneghetti» [13] a cui ne seguirono altri due: uno l’11 ottobre al corpo di guardia e l’altro due giorni dopo alla Militärkommandatur, con «giudice istruttore dr. Wagner, interprete» [14]. Nel frattempo, la notizia dell’arresto di don Longhi si era sparsa molto in fretta «e pare che proprio per prevenire una sua dura condanna sia intervenuto per la prima volta mons. Colli presso il Comando tedesco di Parma» [15]. Il monsignor Arnaldo Marocchi, segretario del vescovo, raccontò in seguito:

In quel tempo, cioè dopo un mese che erano arrivati a Parma – parlo della Wehr­macht – i tedeschi avevano già arrestato un sacerdote per aver ospitato in casa sua un ufficiale inglese fuggito dal campo di concentramento di Fontanellato. Si temeva che come pena minima lo potessero deportare in Germania. Il Comando tedesco che lo aveva arrestato era, come ho detto, da pochi giorni arrivato a Parma nell’ottobre 1943. Mons. Colli non conosceva nessuno al comando e presentarsi ai tedeschi ad intercedere poteva risolversi in un insuccesso. Ma egli credette suo dovere andare ed andò, accompagnato da me, portando una domanda tradotta in tedesco. Per fortuna trovò un comandante, il ten. col. Mühe, gentile e cordiale ed ugualmente gentile e cordiale il suo interprete ed aiutante maggiore, dott. Junker, per quanto le circostanze lo potevano permettere. Il sacerdote arrestato ebbe una condanna mite, tenendo presenti le circostanze [Pasini 1987, 15-16].

La condanna mite a cui si riferisce mons. Marocchi fu emessa presso la scuola Pietro Giordani, il 14 ottobre 1943, sede del processo presieduto dal dottor Wagner: «Per contravvenzione al bando del Comando delle forze armate tedesche in Italia, pubblicato il 17-9-43, l’accusato viene condannato a 6 (sei) mesi di carcere» [Rinaldi 1975, 23-24].

Il 5 novembre don Luigi venne trasferito nelle prigioni cittadine di San Francesco. «Nel carcere mi viene assegnata la cella n˚ 21 – 5˚ corridoio – IIIa sezione. Sono registrato all’ufficio Matricole sotto il numero 7417» [16]. Nel suo diario don Luigi annota la vita “ordinaria” che si svolgeva nel carcere: dalla sua nomina a capo movimento e bibliotecario, alla visita del dottor Karklov della Feldgendarmerie e del direttore del carcere. In San Francesco conobbe diverse persone, alcune delle quali protagoniste della Resistenza nel Parmense. Fra di loro «Gigi Porcari, gli Ammiragli Campioni e Mascherpa, Don Giuseppe Cavalli, il Col. Sebastiani, l’ex ferroviere Giannini, Salvatore Maneschi e gli iugoslavi Pedrinovic, dalmato, Sluga, sloveno, Jurciç ed il parroco Çulin Milos di Sebenico» [17].

Non mancarono i fatti drammatici, come quelli del 15 febbraio 1944:

Ammutinamento alla terza sezione. I prigionieri a disposizione del comando germanico sfondano alcune porte. Alle 10 di sera intervengono a ristabilire l’ordine gli agenti del giudiziario, del penale e la milizia. Alcuni detenuti sono trascinati a viva forza nelle celle di rigore, alla Ia sezione. Al mattino del giorno dopo le scale sono tutte intrise di sangue: “pare abbiano scannato dei capretti” commenta una guardia [18].

L’esperienza del carcere mise a dura prova il parroco di Torricella che chiese, tramite ricorso, la riduzione della pena, richiesta rifiutata il 30 gennaio 1944. Don Longhi uscì dal carcere il 1° aprile, particolarmente segnato. Così scriveva in data 18 marzo 1944: «Ho vissuto 30 anni, ho letto molti (forse troppi) libri. Mi attendeva un’esperienza nuova, in questo triste ambiente fra anime strane. È tutto un mondo nuovo, ignorato prima. Questi mesi passati qua dentro hanno messo a dura prova la forza del mio spirito» e poco sotto a mo’ di nota conclusiva dell’intero diario, come una morale da trarre dall’intera vicenda vissuta scriveva: «il dovere di ogni uomo è di tenere sempre alto il suo spirito, contro ogni avversità» [19].

Fig. 3. Certificato rilasciato a don Luigi Longhi dalla Commissione riconoscimento qualifica partigiani dell’Emilia-Romagna.
Fig. 3. Certificato rilasciato a don Luigi Longhi dalla Commissione riconoscimento qualifica partigiani dell’Emilia-Romagna.

Dopo la sua uscita dal carcere don Luigi fece ritorno nella sua Torricella. «Trovai un presidio della brigata nera a Sissa e molta calma nel mio paese. Ebbi difficili contatti con alcuni antifascisti poiché, come ex detenuto ero un elemento molto sorvegliato» [20]. Interessante, riguardo alla personalità di don Luigi dopo la sua esperienza del carcere, è quanto nota Pietro Bonardi:

La vicenda di d. Longhi sembra adombrata nella figura di don Cirillo Galaverna che Giuseppe Tonna (Gramignazzo di Sissa, 28 maggio 1920 – Brescia, 1979) mette parroco di Torricella nel suo romanzo, pubblicato postumo, L’ultimo paese (Ugo Guanda Editore, Parma, 1995, introduzione di Pietro Gibellini): “[…] Rientrò nella sua parrocchia senza fare tanto chiasso: non martire, non eroe. Più uomo, quasi invecchiato precocemente: con un’aria distaccata e ridanciana davanti alla varia commedia che si spiegava di giorno in giorno ai suoi occhi [21] [Bonardi 1996, 51].

Ma nonostante la difficoltà di riprendere i contatti con gli elementi antifascisti della zona, sembra che don Longhi abbia avuto parte attiva nelle brigate sappiste tra l’ottobre 1944 e l’aprile 1945, come dimostra il certificato rilasciato dalla Commissione riconoscimento qualifica partigiani dell’Emilia-Romagna, sebbene non ci sia traccia del nome di don Luigi nei documenti e nei ruolini delle Sap del Parmense. Nei decenni successivi la guerra non sarebbe stato mai ricordato come un sacerdote della Resistenza.

4. Conclusioni

La vicenda del tenente Heath fu diversa da quella dell’amico parroco e corse ad essa parallela. Come ebbe modo di raccontare lui stesso, il tenente britannico riuscì a fuggire dalla Cittadella calandosi da un muraglione, alle 14:45 di domenica 13 ottobre 1943, quindi pochi giorni dopo la cattura [22], insieme ad un ufficiale sudafricano [23]. Sotto consiglio dello stesso don Luigi «i due fuggiaschi […] si portarono a Fontanellato e bussarono alla porta di Pompeo Piazza (il futuro sindaco della Liberazione) dal quale ricevettero ospitalità. Nei giorni successivi raggiunsero la Valceno dove trovarono rifugio preso don Nino Rolleri a Villora di Varsi» [24]. Ma mentre Heath tentava di raggiungere gli Appennini, nel febbraio 1944, si ammalò e fu catturato dai tedeschi nell’aprile seguente. Fu deportato prima a Mantova e poi nello Stalag VII A, in Germania. Fu infine liberato dagli Alleati nel 1945.

Fig. 4. Prima pagina della lettera inviata dal tenente Heath a don Luigi Longhi, in data 14 maggio 1946 [AISPR, fondo don Luigi Longhi].
Fig. 4. Prima pagina della lettera inviata dal tenente Heath a don Luigi Longhi, in data 14 maggio 1946 [AISPR, fondo don Luigi Longhi].

Nella lettera inviata il 7 gennaio 1953 al suo «Lord Bishop», Heath parlava di don Longhi come un «amico di lunga data di cui sono felice di essere in costante contatto» La lettera proseguiva:

Non ci sono parole che possano esprimere adeguatamente la mia gratitudine verso di lui e la sua famiglia per il grande aiuto e la gentilezza che hanno avuto nei miei confronti. […] Fui presentato al mio caro amico da un altro prete, don Armando Masini di Toccalmatto di Fontanellato, che ho incontrato per caso pochi giorni dopo la mia liberazione. Il mio amico aveva sentito di me e senza conoscermi percorse una notevole distanza per venirmi a trovare e offrirmi rifugio e ospitalità in casa sua. Tutta la sua famiglia era la gentilezza in persona. Dopo un po’ il mio amico ed io siamo stati traditi [e consegnati] ai tedeschi con le conseguenze che voi conoscete [25].

Heath conservò sempre una grandissima riconoscenza nei confronti di don Luigi, come testimoniano le numerose lettere inviate tra il 1945 e il 1963. Dopo aver fatto pratica in Inghilterra, nel 1949 divenne procuratore e si trasferì a Dublino insieme alla moglie. Nel frattempo, nel 1949, don Luigi era diventato parroco a Ramiano [26] e si laureò in Lettere all’Università di Bologna nel 1955. Insegnò alle scuole medie di Colorno, presso l’Istituto De La Salle e in altre scuole pubbliche. Nel 1959 fu trasferito a Moletolo dove si spense l’11 maggio 1986. Il tenente inglese considerava il parroco di Torricella non un amico, ma un fratello: «sento di essere diventato un membro della tua famiglia, condividendo con lei, in maniera reale, tutta la gentilezza, l’ospitalità che sempre caratterizzerà il popolo italiano» [27].

Bibliografia

  • Absalom 2011
    Roger Absalom, L’alleanza inattesa. Mondo contadino e assistenza ai prigionieri alleati in fuga in Italia (1943-1945), Bologna, Pendragon, 2011.
  • Bonardi 1996
    Pietro Bonardi, Mons. Evasio Colli mediatore di pace: autorità ecclesiastica e occupanti tedeschi (agosto 1943-aprile 1945), Parma, Vita Nuova, 1996.
  • Corbino 2021
    Eugenia Corbino, “Contadini brava gente”. Assistenza e solidarietà in favore dei prigionieri anglo-americani nell’Italia occupata (1943-1945), in Minardi 2021, pp. 67-98.
  • English 1997
    Ian English, Home by Christmas?, London, s.n., 1997.
  • Frei 1992
    Norbert Frei, Lo stato nazista, Roma-Bari, Laterza, 1992.
  • Minardi 2015
    Marco Minardi, L’orizzonte del campo. Prigionia e fuga dal campo PG 49 di Fontanellato 1943-1945, Fidenza, Mattioli 1885, 2015 (ed. or. 1995).
  • Minardi 2021
    Prigionieri in Italia. Militari alleati e campi di prigionia (1940-1945), a cura di Marco Minardi, Parma, Mup, 2021.
  • Pasini 1987
    Mons. Evasio Colli negli scritti del suo segretario Mons. Arnaldo Marocchi, a cura di Amilcare Pasini, Parma, Tipografia Benedettina, 1987.
  • Rinaldi 1975
    Sissa nella Resistenza, a cura di Mario Rinaldi, Parma, Tipografia Toriazzi, 1975.

Note

1. Gli internati a Busseto furono catturati quasi tutti dai tedeschi poco tempo dopo l’8 settembre 1943. Sul tema dei campi di prigionia per soldati alleati in Italia si veda Absalom 2011, Minardi 2021. Sull’aiuto della popolazione verso i prigionieri si rimanda a Corbino 2021.

2. Il campo di Fontanellato era considerato “il Ritz dei campi di prigionia” in quanto era stato organizzato per le visite di controllo delle legazioni svizzere e, come afferma Minardi, «da esibire ai rappresentanti delle organizzazioni internazionali che curavano gli interessi britannici in Italia» [Minardi 2015, 15].

3. Molti prigionieri erano stati catturati a seguito delle battaglie di Gazala e Mersa Matruh, combattute in Nord Africa nel giugno del 1942 [English 1997].

4. Il comandante Eugenio Vicedomini era molto stimato dagli internati inglesi. Come afferma Ian English «era della vecchia scuola, un perfetto gentiluomo, stimato da tutti» [English 1997, 31]. Il 14 marzo 1946, poco tempo dopo la sua morte, Radio tricolore trasmise un discorso ricordando «il sacrificio di un comandante italiano, quale dono alla fratellanza tra i popoli di buona volontà». Eccone una parte: «[…] Stando alle dichiarazioni del colonnello britannico de Burgh (l’ufficiale britannico più alto in grado a Fontanellato), Eugenio Vicedomini consentì ai prigionieri di guerra di lasciare il campo, proteggendo loro la fuga. Quando il colonnello de Burgh gli chiese insistentemente di abbandonare il campo con loro, egli si rifiutò ribadendo che fosse suo dovere restare e proteggere i soldati italiani che si trovavano lì in quel momento. Quando giunsero i militari tedeschi lo catturarono, lo torturarono e lo trasferirono a Mauthausen dove la sua resistenza fisica fu messa a dura prova. […] Tutti gli ufficiali britannici che sono stati salvati dal colonnello Vicedomini avrebbero desiderato essere presenti alle sue esequie e hanno voluto tutti essere lì nella persona del comandante britannico che è venuto da noi. Commemorando Eugenio Vicedomini, il suo eroismo, rendiamo omaggio a tutti gli italiani, all’impegno della nostra alleanza, simbolo di fratellanza che sgorga dai cuori degli uomini di buona volontà» [Minardi 2015, 126-128].

5. Archivio Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma (AISPR), Fondo don Battilocchi, Liber Chronicon di don Giacomo Botti.

6. Ivi, Liber Chronicon di don Ferruccio Botti.

7. La cattura di prigionieri inglesi fuggiti dai campi di concentramento, naturalmente, continuò per tutti i mesi successivi. Ciò è testimoniato anche da un articolo pubblicato il 31 dicembre 1943 sulla Gazzetta di Parma dove si legge: «Formazioni della Guardia Repubblicana, in perlustrazione nella zona di Bardi, hanno nei giorni scorsi catturato alcuni elementi armati, i quali hanno segnalato la presenza di un gruppetto di sbandati aggirantisi sui monti. I militi venuti successivamente a contatto con tale gruppo ne catturavano diversi componenti tra i quali alcuni prigionieri inglesi datisi alla latitanza, mentre il rimanente del gruppo si allontanava e si disperdeva fra i boschi. […] Naturalmente contro costoro, e contro coloro i quali vorranno ancora dividerne le tristissime gesta sarà proceduto con estremo rigore e con la massima decisione. E non si dimenticherà di punire severissimamente le famiglie che ancora oggi, dopo tutti gli edificanti fatti che hanno messo in piena luce di quali tristi figuri si tratta, danno aiuti e ospitalità, dimostrando piena complicità con questi eroi da galera che nel nome sacro della Patria e di una alta tradizione di nobilissimo patriottismo, turbano le nostre popolazioni montane, con violenze di ogni genere, continuando a rapinare a man salva. Ma non per molto ancora». Prigionieri inglesi e sbandati catturati dai Militi della Guardia Repubblicana, in «Gazzetta di Parma», 31 dicembre 1943.

8. A Cesare quel che è di Cesare, in «Gazzetta di Parma», 22 ottobre 1943.

9. Archivio storico diocesano di Parma, Dizionario biografico del clero di Parma, fasc. don Luigi Longhi.

10. AISPR, fondo don Luigi Longhi, Testimonianza di don Luigi Longhi. Anche in Rinaldi 1975, 23.

11. Ciò si deduce dalla lettera di addio che il tenente Heath scrisse a don Luigi. In data 1 ottobre 1943: il giorno successivo Heath avrebbe voluto lasciare Torricella di Sissa per tornare in Inghilterra. Tra i saluti si legge: «Ora ritorno a casa, portandomi i ricordi che rimarranno sempre vivi di verità e la dolcezza e l’amore cristiano. Non ti dirò “goodbye”, ma “aurevoir”. Finita la guerra, ci rivedremo, ne sono sicuro, e parleremo delle cose passate». AISPR, fondo don Luigi Longhi, Lettera inviata dal tenente Heath a don Luigi Longhi, 1 ottobre 1943.

12. AISPR, fondo don Luigi Longhi, Diario di prigionia.

13. Ibidem.

14. Ibidem.

15. Ibidem. Si veda anche Bonardi 1996, 16-17.

16. AISPR, fondo don Luigi Longhi, Diario di prigionia.

17. Ibidem.

18. Ibidem.

19. Ibidem.

20. AISPR, fondo don Luigi Longhi, Testimonianza di don Luigi Longhi.

21. Il corsivo è nell’originale.

22. AISPR, fondo don Luigi Longhi, Lettera inviata dal tenente Heath a don Luigi Longhi, 7 gennaio 1953.

23. Probabilmente si tratta di John Ballantyne di cui Heath parla in una lettera a don Longhi datata 30 giugno 1945. AISPR, fondo don Luigi Longhi, Lettera inviata dal tenente Heath a don Luigi Longhi, 30 giugno 1945.

24. Ivi. Testimonianza di don Luigi Longhi.

25. AISPR, fondo don Luigi Longhi, Lettera inviata dal tenente Heath a don Luigi Longhi, 7 gennaio 1953.

26. Archivio vescovile di Parma, scheda di don Luigi Longhi.

27. AISPR, fondo don Luigi Longhi, Lettera inviata dal tenente Heath a don Luigi Longhi, 1 ottobre 1943.