1. Introduzione

In quinta ci toccò la prima ricerca di storia. Parmigiani illustri. E non è che potevi scegliere, se no io avrei preso Giuseppe Verdi, perché a mia mamma piaceva molto la lirica e sapeva tutto di Giuseppe Verdi, ma no, te li dava la maestra, e non ti potevi rifiutare. A me e a Giubelini, che era il mio compagno di banco, toccò Vittorio Bottego. Fu a causa mia: Lucarelli, non stai davanti alla stazione, te? E allora prenditi Bottego, c’è anche la statua, vè, perché Giubelini abitava in via Garibaldi, ma Giuseppe Garibaldi mica era di Parma [Lucarelli 2008].

Nel 1907 veniva eretto nel piazzale antistante la stazione di Parma il monumento dedicato a Vittorio Bottego, esploratore parmigiano morto dieci anni prima durante una spedizione nell’Etiopia meridionale. A distanza di poco più di un secolo, il “pioniere del colonialismo” – come fu presto battezzato – si staglia ancora dinanzi all’ingresso della città, nella sua posa bronzea di conquistatore e di simbolo del colonialismo italiano.

Fig. 1. Vittorio Bottego comanda con Federico Ciccodicola un gruppo di artiglieri nell’occupazione di Asmara, agosto 1889 [foto Luigi Naretti].
Fig. 1. Vittorio Bottego comanda con Federico Ciccodicola un gruppo di artiglieri nell’occupazione di Asmara, agosto 1889 [foto Luigi Naretti].

La sua figura – e il suo simulacro – ha attraversato l’Italia liberale, il fascismo e la Repubblica, assumendo di volta in volta significati diversi, radicatasi nell’immaginario cittadino e collocata all’interno del pantheon dei “parmigiani illustri”. Fu il regime fascista, soprattutto, a modellare il mito dell’esploratore rendendolo un “eroe popolare” e ponendolo al centro del discorso coloniale relativo alla Guerra d’Etiopia: nel dopoguerra esso fu ereditato in forme perlopiù acritiche, godendo di larga fortuna, come dimostrano le numerose celebrazioni che si sono susseguite.

Questo saggio intende ricostruire la storia del monumento e del suo uso pubblico, con l’obbiettivo di esplicitare i meccanismi di stratificazione della memoria di una figura – e di un’opera – che oggi possiamo definire controversa, oltre che di indagare le ragioni della sua sopravvivenza all’interno del paesaggio urbano.

2. Soldato, massone ed esploratore: cenni sulla vita di Vittorio Bottego

Vittorio Bottego nacque il 29 luglio 1860 a San Lazzaro Parmense (oggi Parma); appartenente ad una famiglia benestante (il padre Agostino era dottore) fu avviato agli studi classici, che tuttavia abbandonò appena raggiunta la maggiore età in favore della carriera militare.

Nel 1887, inquadrato come volontario nel Corpo speciale d’Africa (contingente che avrebbe dovuto vendicare i caduti di Dogali e proseguire l’espansione coloniale verso l’interno), Bottego lasciò l’Italia e sbarcò al porto di Massaua, conoscendo così per la prima volta la terra africana.

Deluso dalla strategia attendista dei generali italiani il militare parmigiano decise di dedicarsi alle esplorazioni; dopo essersi assicurato il sostegno di personalità eminenti in colonia tornò in Italia alla ricerca di ulteriori appoggi economici e politici, indispensabili per dare seguito ai suoi progetti [Lavagetto 1934, 58; Cerreti 1997, 288].

Grazie alla forte sponsorizzazione proveniente dall’Eritrea, alla sua iscrizione alla massoneria e ai desideri dei circoli colonialisti, «ambienti propensi all’espansione, ma piuttosto ristretti o avari in uomini pronti a gettarsi direttamente nella pericolosa scoperta di territori sconosciuti», Bottego entrò a far parte della Società geografica italiana (Sgi) [1], una delle organizzazioni più attive nella dinamica coloniale [Labanca 1997, XXIV].

Fig. 2. Vittorio Bottego.
Fig. 2. Vittorio Bottego.

Nel corso dei sette anni trascorsi in Africa Orientale l’esploratore realizzò tre spedizioni; la prima (maggio 1891) durò poco più di tre settimane e riguardò la zona costiera dell’Eritrea compresa tra i due possedimenti italiani, Assab e Massaua.

Nel settembre del 1892 il militare parmigiano, accompagnato da un pari grado, Matteo Grixoni [2], e 124 ascari «largamente armati ed equipaggiati grazie ai contributi della Società Geografica Italiana, del governo e dello stesso re Umberto» lasciò il porto di Berbera dirigendosi verso l’interno, in direzione delle sorgenti del Giuba [Del Boca 2001, 426].

La carovana, gestita da Bottego in maniera marziale e crudele, avanzò spedita fino alla sua destinazione, che raggiunse poco meno di un anno dopo, rapportandosi spesso in maniera conflittuale con le popolazioni locali [Del Boca 2001, 425-429; Labanca 1997, XXXI-XXXII e XLIV-XLIX].

Tornato in Italia, Bottego tenne alcune conferenze e pubblicò il resoconto del viaggio Il Giuba esplorato (1895); il testo conobbe un grande successo e consacrò anche al grande pubblico la figura del giovane capitano d’artiglieria.

La pubblicazione del libro provocò la reazione di Grixoni, che in un opuscolo intitolato Pro Veritate accusò Bottego di aver avuto una condotta violenta nei confronti dei nativi, di aver percorso l’itinerario alla ricerca di avorio più che di informazioni scientifiche e di aver scritto falsità ed inesattezze; le gravi accuse, tuttavia, vennero velocemente insabbiate dai potenti sostenitori dell’esploratore [Fusco 1997; Labanca 1997, XXV].

Nel 1895 infine a Bottego venne affidata un’altra spedizione, che, a fronte del dichiarato interesse geografico (seguire la parte finale del fiume Omo), in verità aveva un chiaro obiettivo politico: cercava «di individuare le vie d’accesso all’Etiopia meridionale, di stringere accordi con capi somali o galla in funzione antisicioana e di costruire fortilizi il più avanzati possibile nell’incerta regione di confine tra il Paese dei somali e quello occupato di recente dagli etiopici» [Del Boca 2001, 425].

Per l’occasione il capitano d’artiglieria comandò, oltre ad alcuni ufficiali italiani, 250 nativi, gran parte dei quali ergastolani liberati dalle carceri di Massaua; la carovana, forte dei suoi numeri e dei suoi armamenti, per quasi due anni avanzò spavalda nelle regioni meridionali dell’Etiopia, aggredendo e scontrandosi ripetutamente con le popolazioni locali.

Il gruppo, ignorando che mentre era in viaggio l’Italia era scesa in guerra con l’Etiopia e quasi un anno prima aveva subito la sconfitta di Adua (1 marzo 1896), dopo aver raggiunto il suo obiettivo geografico proseguì oltre, addentrandosi abbondantemente nel territorio controllato dalle truppe di Menelik II ed arrivando a circa 300 chilometri da Addis Abeba.

La marcia terminò il 17 marzo 1897, sulla collina del Daga Roba, quando la spedizione venne affrontata e sconfitta da un numeroso gruppo di soldati etiopi; della «colonna di avanzi di galera» [Del Boca 2012, 86] che aveva seguito Bottego non ci furono che pochi superstiti, tra cui Carlo Citerni e Lamberto Vannutelli, che in seguito pubblicarono il resoconto del viaggio L’Omo. Viaggio di esplorazione in Africa Orientale (1899).

3. Dalla morte di Bottego all’erezione del monumento (1897-1907)

La notizia della morte di Vittorio Bottego giunse in Italia sul finire dell’aprile del 1897, a più di 50 giorni dal tragico evento; la stampa nazionale e locale, pur in assenza di dettagli sulla vicenda, dedicò vari articoli all’uccisione dell’esploratore e del gruppo che lo seguiva [3].

Il 4 maggio la «Gazzetta di Parma» pubblicò in prima pagina una lettera di Emilio Faelli nella quale si invitava il direttore Pellegrino Molossi e le istituzioni cittadine ad erigere un monumento alla memoria di Bottego, definito «gagliardo soldato e scienziato grande» [4], mentre il giorno seguente lo stesso Faelli riferì di avere avuto rassicurazioni dal marchese Di Rudinì, presidente del Consiglio dei ministri, sul sostegno da parte della sua persona e del governo a quest’opera [5].

Molossi, pur condividendo l’intento, indicò nella creazione di un comitato apposito la modalità migliore di procedere, per evitare il sorgere di dissensi e critiche:

Vittorio Bottego è tale bella, alta e nobile figura che per onorarne la memoria non possono nascere dissenzioni. Ma appunto, per togliere ogni più lontano pretesto ad opposizioni, ci asteniamo, pel momento, ad aprire la sottoscrizione per elevare un ricordo al glorioso esploratore africano. Aspettiamo che prima sorga un apposito comitato. E questo comitato si costituirà e presto, ne siamo certi, perchè non v’è parmigiano che non riconosca nel compianto estinto una vera illustrazione di questa città e dell’Italia intera [6].

Le previsioni sull’imminente nascita di un comitato si rivelarono esatte: due giorni dopo si tenne la prima riunione di un provvisorio Comitato per l’erezione di un ricordo a Vittorio Bottego, di cui assunse la presidenza effettiva Stanislao Vecchi, rettore della Regia università, mentre la doppia carica di presidente onorario fu affidata al sindaco di Parma, Giovanni Mariotti, e al presidente della Società geografica italiana, Giacomo Doria.

Oltre a stabilire la missione del gruppo, venne decisa anche la creazione di sottocomitati estranei alla città ducale, in particolare a Roma, Firenze e Genova, città nelle quali le società geografiche da tempo erano attive e dalle quali era dunque lecito attendersi una partecipazione robusta a questo progetto.

Mentre il Comitato viveva la sua fase di gestazione, Parma prestava i primi omaggi al soldato, massone ed esploratore da poco caduto in terra africana: il 22 maggio il Consiglio comunale lo commemorò in forma istituzionale, mentre il mese seguente al Teatro Reinach Faelli tenne una conferenza su Bottego, ricordando gli episodi salienti della sua vita.

Queste due iniziative, che ebbero larga eco nella stampa locale, prepararono il terreno alla pubblica discesa in campo del Comitato per un monumento a Vittorio Bottego; questo, infatti, il 5 agosto informò la cittadinanza, tramite l’affissione di un manifesto, della sua nascita e della finalità per cui si era costituito, oltre che dell’apertura di una sottoscrizione popolare per finanziare l’opera.

Il testo si concludeva con un appello che mostrava la volontà di cercare sostegno anche fuori dalla città ducale e dall’Italia:

il Comitato confida nel pieno assentimento e nella contribuzione de’ concittadini non solo, ma di quanti del Bottego sanno la tempra e le audacie maravigliose, e l’opera feconda a pro della scienza, della civiltà, dell’onore del paese: di quanti, in Italia e fuori, sanno le idealità nobilissime cui sacrificò la giovinezza e la vita [7].

La sottoscrizione popolare non riscosse in verità molto successo: nonostante la partecipazione del Comune di Parma ed il coinvolgimento di alcuni cittadini italiani residenti in Eritrea, allo svoltare del secolo il Comitato aveva raccolto poco più di 6.000 lire, cifra chiaramente insufficiente per la finalità dichiarata [8].

Alla luce di queste difficoltà nel reperimento di fondi, come scultore venne scelto il palermitano Ettore Ximenes [9], disponibile ad offrire la sua manodopera in forma gratuita, mentre si ottenne dal Ministero della Guerra di poter far fondere il metallo necessario al monumento in un’officina militare, senza alcuna spesa se non quella riguardante le materie prime [Scala 2010, 333-334].

Dopo questi primi ed incerti passi, il Comitato rimase sostanzialmente inoperoso fino al 1905, quando alla carica di presidente subentrò Leone Pesci, nuovo rettore dell’Università cittadina; questi, dopo aver allargato la base del gruppo di dieci membri, impresse una forte accelerazione nelle operazioni, riprendendo i contatti con le varie istituzioni e personalità che si erano mostrate ben disposte verso il progetto e cercando nuovi sostenitori.

Nell’aprile Ximenes, che nel corso di una breve visita a Parma aveva individuato il piazzale della stazione ferroviaria come il luogo dove sarebbe stato eretto il monumento, ne produsse il progetto definitivo: un trittico di statue, nel quale l’esploratore, raffigurato sopra una rupe in posizione eretta, con una mano in tasca e l’altra sull’elsa della spada, domina una coppia di africani distesi a terra ed in atto di sottomissione.

La diffusione della notizia dell’imminente inizio dei lavori diede l’occasione al quotidiano socialista «Avanti!» (che già in precedenza aveva dato voce alle gravi accuse di Matteo Grixoni [10]) di esprimere la propria contrarietà all’erezione del monumento:

ci sentiamo in dovere, dinnanzi al pericolo di un errore che sarebbe per riuscire effetti vergognosi all’Italia, di far osservare al Comitato, al governo, alla stampa in genere e alla città di Parma, che sarebbe logico e giusto aspettare che i gravissimi dubbi sorti e già propagati sul viaggio africano del Bottego venissero chiariti [11].

Nonostante queste posizioni, che miravano a fare luce sulle azioni di Vittorio Bottego in Africa ed invitavano alla cautela, le operazioni procedettero speditamente; dopo aver raccolto le finanze necessarie, concordato con Ximenes l’assetto definitivo del monumento e reperito le materie prime (fornite dalla ditta Auxilia), nel novembre del 1906 queste entrarono nell’Officina militare di Torino, che le fuse in forma gratuita, grazie all’assenso del Ministero della Guerra [Scala 2010, 336].

Mentre le statue venivano prodotte nel capoluogo piemontese, a Parma l’approssimarsi della fine dei lavori mise in luce alcune opere impellenti ancora da realizzare, riguardanti soprattutto il luogo dove sarebbe stato eretto il monumento: occorreva in breve tempo collocare all’interno del laghetto presente al centro del piazzale alcuni grandi massi di tufo e cingerlo con una sponda (il costo previsto rasentava le 8.000 lire) [12].

Pesci chiese all’amministrazione comunale di farsi carico di queste nuove spese; la richiesta venne accolta, sebbene non senza fastidio, come dimostravano le parole del sindaco Lusignani al presidente del Comitato:

Non posso però tacerLe che le non poche domande che il Comitato, dopo un primo concorso, che si credeva definitivo, per parte del Comune, ad una pubblica sottoscrizione ha avanzato a questa Amministrazione, pongono la Giunta stessa in non facili condizioni [...]. Il Consiglio Comunale infatti non potrà non rilevare in tale occasione che alla spesa effettiva per l’erezione del monumento a Vittorio Bottego, ha provveduto in grandissima parte non tanto il Comitato costituitosi all’uopo, quanto l’Amministrazione Comunale [13].

Nelle settimane precedenti l’inaugurazione del monumento la «Gazzetta di Parma» dedicò alcuni articoli a Vittorio Bottego, offrendo ai suoi lettori un’immagine del concittadino come martire della scienza e della patria, orgoglio dell’Italia e della città che gli aveva dato i natali, a cui tanto era legato (al punto di dedicarle Il Giuba esplorato) [14].

Le sue spedizioni, descritte come escursioni pacifiche, innocue ed amichevoli, apparivano come uno strumento di progresso scientifico e di crescita per l’Italia, mentre l’ostilità manifestata dai nativi nei suoi confronti veniva attribuita alla loro natura selvaggia; l’episodio della morte di Bottego, ad esempio, venne commentato con queste significative parole:

Era stata sciolta in tal barbaro modo una spedizione innocua, eroica, civile, solo perché desiderosa di risolvere problemi interessanti fino allora rimasti insoluti; veniva barbaramente troncata la vita ad un eroico ufficiale solo perché aveva l’ambizione di tenere alto in tutti i modi il nome della sua cara Italia [15].

Fig. 3. «L’Idea» del 25 settembre 1907.
Fig. 3. «L’Idea» del 25 settembre 1907.

«L’Idea», organo settimanale della Federazione provinciale socialista, rispose agli articoli della «Gazzetta di Parma» raccontando una versione della vita di Vittorio Bottego assai differente, nella quale si evidenziavano i molti crimini compiuti mentre i meriti scientifici ne uscivano grandemente ridimensionati [16].

Il periodico socialista sosteneva che la propaganda colonialista, portata avanti dalla «borghesia militaristica italiana», aveva costruito attorno alla figura di Bottego un castello di bugie e omissioni, elevandolo a eroe quando al contrario meritava ben altro giudizio [17].

A supporto di questa tesi il settimanale riprese le denunce di Matteo Grixoni, che riguardavano non solo le condotte aggressive e disumane nei confronti dei nativi e la volontà di raccogliere avorio per arricchirsi, ma anche le gravi scorrettezze realizzate nei confronti del Grixoni stesso e anche dell’esploratore Emilio Dal Seno, di cui Bottego pubblicò gli appunti ne lI Giuba Esplorato senza citarlo [18].

Due settimane prima dell’inaugurazione, la «Gazzetta di Parma» accusò il periodico socialista di una sorta di odio per la propria città, in quanto gettava una cattiva luce su un personaggio che, a dir dei suoi sostenitori, andava in ogni caso tutelato, considerata la sua provenienza:

Quel che riempie però di sdegno si è il vedere che da Parma, sua diletta, parte forte la menzognera contraria campagna, da Parma che almeno per rispetto di sé stessa avrebbe dovuto, se anche vi fosse stata qualche incertezza o qualche punto oscuro, tenerne celati i più piccoli particolari al forestiero che in tutte le riviste più serie del mondo aveva appreso a venerare per il risultato delle sue esplorazioni, quell’uomo che oggi si vuole ricordare col monumento [19].

Mentre questo dibattito a mezzo stampa occupava le pagine dei quotidiani locali il monumento venne posizionato, nella seconda metà di settembre, nel laghetto posto innanzi alla stazione ferroviaria; su esplicita richiesta dello scultore Ximenes, il trittico fu orientato verso Est, in modo tale da dirigere lo sguardo di Bottego verso oriente, a simboleggiare la sua tensione verso l’ignoto (mentre Pesci e Mariotti avrebbero preferito vederlo rivolto a Sud, a osservare il centro della città) [Scala 2010, 338].

Con la posa del monumento il Comitato realizzava, nel decennale della morte di Bottego, lo scopo per cui si era costituito; grazie al determinante contributo economico delle istituzioni locali e al peso politico che alcuni membri del gruppo furono in grado di esercitare, le tre figure plasmate da Ximenes trovavano infine posto in un luogo altamente partecipato e simbolico di Parma, il suo “biglietto da visita” per il viaggiatore che scende dal treno e l’“arrivederci” per il parmigiano che invece vi sale [20].

Fig. 4. Monumento a Vittorio Bottego [foto Pisseri, ASCPR, Archivio fotografico, Fondo Pisseri, b. P 28-1, n. 39774].
Fig. 4. Monumento a Vittorio Bottego [foto Pisseri, ASCPR, Archivio fotografico, Fondo Pisseri, b. P 28-1, n. 39774].

4. «Monumento di bronzo e gloria di cartapesta»? L’inaugurazione del monumento a Vittorio Bottego

Parma, ieri, fra un immenso concorso di popolo, fra i rappresentanti delle autorità cittadine e politiche, fra il plauso di tutta Italia, ha inaugurato il monumento a un suo eroico figlio, morto lungi dalla patria, martire della nera terra africana, alla quale aveva carpito i segreti di due suoi fiumi sino allora ignoti. Parma, compiendo il suo dovere di madre, bene ha meritato presso l’intero mondo civile. Splendida mattinata, indimenticabile, resa ancor più bella dal raggiante sole che, scopertosi dalle nubi, ha voluto con i suoi raggi illuminare l’ardito sembiante del valoroso capitano scolpito nel bronzo [21].

Con queste parole la «Gazzetta di Parma» iniziò la descrizione dell’inaugurazione del monumento, che avvenne la mattina del 26 settembre 1907; la cerimonia cominciò alle 10, quando i veli che coprivano le statue furono fatti cadere e i presenti poterono dunque osservare con i loro occhi l’opera di Ximenes.

Secondo il quotidiano locale quella mattina il piazzale della stazione era gremito; due palchi erano stati allestiti di fronte al laghetto – uno per ospitare le autorità e gli ospiti, l’altro per le signore – mentre numerosi militari, in rappresentanza delle varie armi, si erano disposti in quadrato attorno alle due strutture.

Sulle tribune (da dove assistettero alla cerimonia, oltre ai familiari dell’esploratore e altre personalità pubbliche, anche Citerni e Vannutelli) nel corso della mattinata tennero un intervento Leone Pesci, presidente del Comitato, Luigi Lusignani, sindaco di Parma, ed Elia Millosevich, rappresentante della Società geografica italiana [22].

Pesci e Lusignani, in virtù della loro veste istituzionale, tennero discorsi brevi, sebbene caratterizzati da toni epici e roboanti; l’orazione più lunga fu quella di Millosevich, nella quale venne descritta la vita di Bottego, dalla nascita fino alla morte sul colle del Daga Roba.

Il discorso, in cui non trovarono citazione le accuse mosse al militare parmigiano né i dubbi sui suoi comportamenti, si concluse con l’esplicitazione del desiderio di Millosevich e della sua organizzazione:

E tu oggi, o Parma, per volere de’ tuoi cittadini, per l’energica azione del tuo Comitato, erigi al grande pioniere il monumento, e sapesti scegliere per la esecuzione un grande artista, figlio dell’isola generosa, degno modellatore dell’effigie leonina del tuo figliolo: e qua la gioventù italiana, ammirando la figura grandiosa di Vittorio Bottego, si inspiri al santo amore della patria, alla grandezza e dignità di essa e cooperi affinché il nome d’Italia sia ammirato, rispettato e temuto ovunque [Per l’inaugurazione del monumento a Vittorio Bottego 1907, 24].

Sotto alle tribune, oltre ai numerosi militari, erano presenti delegazioni di varie associazioni locali, alcuni privati cittadini e un grosso contingente di polizia, lì posto per evitare che si verificassero problemi di ordine pubblico.

Secondo il quotidiano locale i presenti apprezzarono molto l’opera di Ximenes, mostrando, nel momento dello svelamento delle statue, commozione e ammirazione:

Alle 10, al suono della marcia reale, al presental arm delle truppe, fra gli applausi della folla, cade la tela che celava il monumento e l’ardita figura del nostro eroe appare alla vista di tutti, imponente, magnifica. Alla vecchia madre di Bottego cadono dagli occhi copiose lacrime! Il monumento è subito giudicato dai presenti splendido e dichiarato il più bello di quanti sono nella nostra città [23].

Un racconto dell’evento assai differente venne fatto da «L’Idea», che il 28 settembre a sua volta descrisse l’inaugurazione nell’articolo L’apoteosi dell’“eroe” africano.

Per il quotidiano socialista la cerimonia, altamente militarizzata per paura di contestazioni e disordini, fu partecipata da «un migliaio di buoni borghesi venuti a curiosare e d’un altro migliaio di operai usciti dalle officine» che contestavano l’evento; le tribune degli invitati presentavano molti vuoti ed il monumento, una volta scoperto, non produsse nella folla alcun sentimento di commozione né ammirazione, ma piuttosto sarcasmo ed ironia [24].

La polemica tra la «Gazzetta di Parma» e «L’Idea» (a cui partecipò anche la rivista «L’Emilia», che apertamente si pose dalla parte dei sostenitori di Bottego [25]) continuò anche dopo l’inaugurazione, e venne chiusa dall’articolo Monumento di bronzo e gloria di cartapesta, nel quale furono riassunte le ragioni esposte nelle settimane precedenti sul periodico socialista. Nel testo furono elencate alcune precise «accuse provate» nei confronti di Bottego: secondo «L’Idea» questi si diede alle esplorazioni non per amor di patria o di scienza, ma in cerca di avorio; si comportò in maniera disonesta con Grixoni e Dal Seno; non ebbe infine i meriti scientifici che i suoi apologisti ritenevano di rilievo assoluto. Sul comportamento esercitato nei confronti dei nativi il giudizio fu poi molto netto: «Bottego non s’è condotto da uomo civile in Africa, poiché ha razziato bestiame ed ha fucilato e martoriato persone usando infine tutti quei metodi feroci di brigantaggio che sono la vergogna della cosiddetta “penetrazione civile” nel continente nero» [26].

L’inaugurazione del monumento, al di là delle differenti cronache e posizioni che vennero pubblicate, mostrò come l’esploratore parmigiano in città fosse al tempo argomento di discussione e di polemica; l’esito della giornata evidenziò come alla narrazione ufficiale, che definiva Bottego un “eroico figlio” di Parma, martire della scienza e della patria, se ne affiancava un’altra, che invece lo indicava come un disonesto e criminale soldato, simbolo della “penetrazione civile” italiana in Africa e delle sue brutalità.

5. «La figura bronzea di Vittorio Bottego, superba e ammonitrice»: dall’età liberale alla rielaborazione fascista

Nel 1913 iniziava nel piazzale antistante la stazione la costruzione di un nuovo, imponente, monumento dedicato a Giuseppe Verdi. Realizzato sempre dallo scultore Ximenes, fu commissionato in occasione del centenario della nascita del compositore e inaugurato nel 1920 [Zilocchi 2014]. Verdi e Bottego, fissati nel marmo e nel bronzo, erano dunque le due figure eroiche che la città presentava al forestiero giunto in stazione, capaci di raccontare, in modi diversi, tratti salienti dell’identità locale. L’esploratore non era in verità un mito popolare, non ancora, era però autorappresentazione delle classi dominanti, partorito nella fase finale dell’età liberale.

Negli anni successivi all’inaugurazione, infatti, il monumento a Bottego fu assente dalla narrazione pubblica locale. Le vicende dell’esploratore parmigiano, così legate nei valori e nei significati a una stagione ormai tramontata, non sembravano suscitare particolare empatia con le passioni popolari che si susseguirono in città negli anni Dieci. Infatti, laddove ci aspetteremmo un uso pubblico della figura di Bottego e del suo monumento – ovvero nelle manifestazioni relative alla Guerra italo-turca (1911-1912) – non ne troviamo traccia alcuna. Le cronache dell’epoca riguardanti le manifestazioni cittadine favorevoli o contrarie alla guerra coloniale non fecero mai tappa al monumento, né appaiono nelle orazioni citazioni della vita dell’esploratore, che solo pochi anni prima era esaltato come pioniere della penetrazione coloniale italiana, nonostante il piazzale della stazione fosse spesso destinazione dei cortei che accompagnavano i soldati partenti per la Libia [27]. Altro dato rilevante è l’assenza in questi anni di cerimonie o articoli in occasione degli anniversari di nascita e di morte di Bottego.

Come spiegarsi questa assenza che si prolunga almeno fino alla metà degli anni Venti? Il mito di Vittorio Bottego, così come era stato cristallizzato all’indomani dell’erezione del suo monumento, doveva essere invecchiato rapidamente, troppo stantio per poter essere inquadrato nel discorso politico degli anni Dieci – particolarmente tumultuosi nel Parmense – una stagione conflittuale aperta dallo sciopero agrario del 1908 [Sereni 1984] e dalla intensa attività in provincia del sindacalismo rivoluzionario [Sereni 1974]. I crismi dell’eroe liberale – intrisi di patriottismo e di positivismo ottocentesco – apparivano quindi anacronistici e il monumento era entrato a far parte del paesaggio urbano della città, inflazionato dalla “statuomania” che aveva colto l’Italia nei decenni precedenti [Banti 2011, 66-67] [28].

Fu il fascismo a riconfigurare il mito di Bottego, aggiornandolo e – soprattutto – trasformando l’esploratore in un eroe popolare, funzionale ai propositi colonialisti del regime. Il percorso fu progressivo, avviato nella seconda metà degli anni Venti con il ritorno, nelle cronache locali e nazionali, della figura di Bottego, come ad esempio con la spedizione organizzata dallo scrittore Guelfo Civinini con l’obbiettivo di recuperare i resti dell’esploratore, riportarli in patria e darne sepoltura ai piedi del monumento [29]. La spedizione fallì, ma la fortuna di Bottego all’interno della propaganda di regime proseguì, e l’esploratore assurse definitivamente al pantheon dei pionieri del colonialismo italiano [30], mentre in città si moltiplicavano le cerimonie e i momenti pubblici in sua memoria, anche attraverso l’intitolazione di strade, scuole e organizzazioni fasciste locali [31]. Proprio nel corso degli anni Trenta, inoltre, si registrarono numerose pubblicazioni sulla sua vita: biografie, fumetti e documentari [32].

La Guerra d’Etiopia rappresentò il naturale compimento della rielaborazione fascista della figura di Bottego, attorno alla quale fu imbastita – in città, ma anche a livello nazionale – la narrazione a supporto delle ragioni dell’espansione italiana in Abissinia [Sicuri 2014, 282]. Bottego assumeva nuovi tratti – che si aggiungevano a quelli ereditati dal periodo liberale del “pioniere del colonialismo” e del “martire della scienza” – i quali insistevano sulla sua natura di soldato, di fascista ante litteram e di prototipo dell’italiano nuovo voluto da Mussolini [Gentile 2002, 235-261]: «Bottego, tempra fascista di soldato […] possiede in alto grado le virtù che oggi il Duce sta coltivando negli italiani: la tenacia» [33]. Adottando il linguaggio tipico del martirologio fascista – «Bottego apriva con la sua volontà, col suo eroismo, col suo olocausto, la strada all’Italia» [34] – il regime restituiva alla città un mito nuovo, massificato e capace di incarnare le aspirazioni e i desideri dei tanti italiani che sognavano l’avventura africana.

Fig. 5. Partenza da Parma dei battaglioni di Camicie nere, 17 maggio 1935 [Archivio Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma, Fondo Amighetti].
Fig. 5. Partenza da Parma dei battaglioni di Camicie nere, 17 maggio 1935 [Archivio Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Parma, Fondo Amighetti].

Tutto ciò ridisegnava il significato politico e la funzione rituale del monumento, divenuto tra il 1935 e il 1936 la tappa centrale delle mobilitazioni belliche legate alla Guerra d’Etiopia. Nei mesi di preparazione al conflitto il monumento fu teatro di numerose cerimonie [35]. Nel maggio 1935, la partenza dei battaglioni di Camicie nere da Parma per l’Africa Orientale [36], accompagnata da una manifestazione imponente, dopo un lungo corteo si concluse ai piedi del monumento, nel piazzale della stazione, dove – annotava la «Gazzetta di Parma» – «la figura bronzea di Vittorio Bottego si stagliava nel cielo, ammonitrice e superba», mentre il vescovo Evasio Colli rivolgeva durante la benedizione del labaro queste parole ai partenti: «è la fiamma di fede nella Patria e in Dio, fiamma d’amore con cui Parma vi segue e vi accompagna verso la terra consacrata da un Principe Sabaudo e da Vittorio Bottego» [37].

Nei mesi successivi l’esploratore fu oggetto di numerosi articoli agiografici e continui riferimenti in orazioni e interventi di autorità pubbliche, dove era possibile ritrovare anche taluni accenni a passate accuse e denigrazioni [38]; l’apice fu però raggiunto nel gennaio del 1936 a seguito della presa di Neghelli da parte delle truppe italiane, quando migliaia di parmigiani, esaltati dalla menzione di Bottego nel comunicato 103 del generale Badoglio che annunciava la conquista della città etiope, organizzarono una manifestazione spontanea. Partiti dalla Pilotta, attraverso strada Garibaldi, raggiunsero il monumento a Bottego, deponendovi una corona d’alloro [39]. Qui il prefetto improvvisò un comizio:

Occorre che oggi leggendo sulla conquista di questi luoghi inviamo il nostro pensiero a Vittorio Bottego, l’esploratore parmense che per primo li percorse […]. Bottego non fu soltanto pioniere poiché egli seppe congiungere alla ricerca scientifica la preveggenza del politico. Egli voleva che l’Italia conquistasse l’Africa orientale portandovi col lavoro dei suoi figli la luce immortale della civiltà romana; ma non poté veder realizzati i suoi ideali di grandezza. […] Ma oggi Bottego e Adua sono vendicati [40].

In città, la guerra si concluse così come era iniziata, col ritorno dei soldati, accolti da una grande manifestazione popolare e con la deposizione di corone di alloro al monumento a Bottego [41]. Terminata la guerra coloniale il monumento perse la centralità assunta in quei mesi, mentre la figura di Bottego restava ormai consacrata e cristallizzata nella memoria locale. Dopo il 1936 si susseguirono regolarmente articoli sulla sua vita e sulle sue esplorazioni, che riutilizzavano però i temi e le parole chiave elaborati durante il periodo dell’aggressione coloniale [42].

Fig. 6. Il monumento a Bottego eretto a Daga Roba nel 1940.
Fig. 6. Il monumento a Bottego eretto a Daga Roba nel 1940.

A riportare al centro della cronaca negli anni successivi la figura dell’esploratore furono le vicende legate alla scoperta e alla monumentalizzazione del luogo dove egli aveva trovato la morte: un tentativo di radicare il mito anche nell’Africa Orientale. Sul territorio era già presente una diffusa toponomastica dedicata a Bottego, come ad esempio i fiumi Omo Bottego e Daua Parma, o alcuni villaggi Bottego [43], ma con il ritrovamento della località in cui era caduto – individuata nel luglio 1936 a Daga Roba, vicino alla città di Ghidami – si avviarono i progetti di erezione di un nuovo monumento. Dopo una provvisoria tumulazione, consacrata da una cerimonia pubblica [44], quattro anni dopo, a pochi mesi dall’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, fu infine inaugurato – nell’aprile del 1940 – un imponente monumento sul roccione di Daga Roba, luogo che veniva rinominato Rocce Bottego. L’opera fu così descritta dalla «Gazzetta di Parma»:

Formato da una base solida, ad angoli vivi, massiccia ma pure elegante. Da questa base si eleva una stele ottagonale che si snellisce, slanciandosi contro il cielo, in armonica fusione di linee sobriamente espressive. Attorno alla base sono quattro aiuole angolari colme di piante e di fiori. Quattro dadi sagomati delimitano le quattro scalinate che danno accesso alla base della stele mentre un grande tubo reca sulle due facce la dedica a lettere di bronzo: “a Vittorio Bottego”. Il monumento è alto venti metri e sarà visibile a grande distanza. La stele è costruita con la stessa roccia sulla quale cadde da eroe l’esploratore africano parmense [45].

Realizzato dal tenente e geometra Giovanni Cigliutti, il monumento doveva essere inaugurato alla presenza del viceré d’Etiopia, il duca Amedeo d’Aosta, ma per l’aggravarsi della situazione internazionale fu infine realizzata solo una cerimonia informale da parte di alcuni soldati e italiani che lì vivevano [46]. Salutato con entusiasmo dal podestà di Parma Pietro Pariset con un telegramma al podestà di Addis Abeba [47], il monumento di Daga Roba, così diverso da quello parmigiano, traduceva la definitiva trasmutazione operata dal fascismo sulla figura di Bottego: scompariva l’uomo, di cui non v’era traccia nel complesso, restava solo il nome, dal quale si sviluppava verticalmente quello che pareva un vero e proprio faro, destinato a dettare la rotta tracciata dal regime. La costruzione ebbe comunque vita effimera, così come la neocostituita Africa Orientale, fu infatti distrutta poco tempo dopo la perdita della colonia etiope [48].

6. Il monumento a Vittorio Bottego nell’Italia repubblicana

Dopo la Liberazione il primo evento riguardante Vittorio Bottego e il suo monumento furono le celebrazioni per il centenario della sua nascita (1960), anno nel quale, per una significativa coincidenza storica, dal primo luglio terminò la decennale amministrazione fiduciaria italiana sulla Somalia (Afis) [Del Boca 1984].

Le celebrazioni, realizzate sotto l’alto patronato del presidente della Repubblica si tennero domenica 24 luglio e furono organizzate dal Comune di Parma e dal Gruppo Vittorio Bottego di Milano, associazione africanista (fondata nel 1946 da «alcuni vecchi coloniali ammalati d’una legittima nostalgia d’Africa» [49]) la cui finalità era «l’affermazione dei diritti dell’Italia in Africa» [50] e la raccolta del «retaggio spirituale degli Italiani che, dai primi del secolo scorso, si resero benemeriti della civiltà» oltremare [51].

La giornata fu aperta dal ricordo pubblico organizzato ai piedi del monumento, durante il quale intervennero il sindaco di Parma, Giacomo Ferrari [52], Valentino Vecchi, presidente del Gruppo milanese ed Enrico Cerulli, ambasciatore e accademico dei Lincei; all’evento parteciparono anche Gasciau Zellekè, ambasciatore d’Etiopia, e Daher Hagi Osman, governatore dell’Alto Giuba.

Alle 10 venne deposta una corona d’alloro del Comune di Parma e scoperta una targa in bronzo (offerta dal Gruppo Vittorio Bottego); al lancio di 1.500 piccioni, che presero il volo mentre il complesso della Corale Verdi intonava il Va pensiero [53], iniziarono le celebrazioni [Bonati 1997, 388].

Giacomo Ferrari nel suo breve discorso così riassunse i caratteri dell’esploratore:

Nel libro d’oro della nostra gente, ricco di pagine lucentissime, così si presenta Vittorio Bottego:

soldato valoroso, di coraggio indomito; studioso appassionato di paesi e di costumi; animatore di scoperte; esploratore-scienziato; medaglia d’oro al valor militare; medaglia d’oro della Società Geografica Italiana; illustratore, dei viaggi compiuti, severo, conscio delle responsabilità che gli competevano [Onoranze a Vittorio Bottego 1960, 4].

L’intervento di Ferrari, nel quale le vicende coloniali furono completamente trascurate, fu seguito dall’orazione di Valentino Vecchi, che al contrario vi si soffermò in maniera esplicita:

Sono stati i Pionieri nostri a far conoscere laggiù, sino dall’alba del secolo scorso, l’Italia e gli italiani nei quali le virtù della generosità e dell’umanità prevalgono su ogni altra. Nel celebrare Vittorio Bottego noi intendiamo rendere onore a questi pionieri ed a tutti gli italiani che hanno dato opera, studio, lavoro ed anche la vita per l’Africa, creando le premesse, soprattutto umane, per lo sviluppo di quei paesi con la nostra collaborazione [Onoranze a Vittorio Bottego 1960, 6].

La commemorazione sotto al monumento fu conclusa da Enrico Cerulli, che sottolineò l’importanza scientifica dell’opera di Vittorio Bottego: nel suo discorso il militare parmigiano venne descritto nella veste di scienziato, interessato «alla conoscenza dell’Africa e dei problemi vitali di quelle genti» [Onoranze a Vittorio Bottego 1960, 12]. L’ambasciatore, che negli anni Venti intraprese due spedizioni in Africa Orientale e assunse la carica di vice governatore generale [Bonati 1997, 393, nota 28], prima di dedicarsi alla celebrazione dei risultati scientifici di Bottego, ricordò un episodio avvenuto durante il suo viaggio nell’Etiopia Occidentale (1928): percorrendo la regione del Ghimirà Magi, in precedenza attraversata da Bottego, Cerulli riferì di come i nativi dopo più di trent’anni lo ricordassero non tanto come soldato o scienziato, ma come “costruttore di città”. L’accademico, che esplicitò chiaramente come «l’intuizione degli africani, che seppero vedere nello esploratore il costruttore, corrispondeva alla realtà storica», affermò inoltre che questa tradizione «dà oggi a noi l’immagine dell’Eroe Vittorio Bottego quale apparve e si conservò nella memoria fedele e poetica degli africani: l’Eroe cui era riservata la costruzione della città, il costruttore: figurazione epica del prestigio del lavoro italiano» [Onoranze a Vittorio Bottego 1960, 8].

La «Gazzetta di Parma» nelle settimane precedenti il centenario pubblicò vari articoli su Vittorio Bottego, offrendo ai suoi lettori, oltre ad alcuni testi puramente celebrativi, notizie e ricordi precedenti alle imprese coloniali, legati a vicende sentimentali, alla sua tensione verso l’ignoto e l’avventura, mentre l’analisi della sua dimensione storica non trovò che limitati e parziali accenni [54].

Nel 1987, in occasione del centenario del primo viaggio in Africa di Vittorio Bottego, Unione parmense degli industriali, Cassa di risparmio, Banca del monte e Segea - «Gazzetta di Parma» finanziarono una spedizione in Etiopia, cui parteciparono tra gli altri il regista Leandro Lucchetti, l’editore Piero Amighetti ed il giornalista Antonio Mascolo.

Il viaggio, che percorse il tragitto dell’ultima esplorazione di Vittorio Bottego, si concluse con l’apposizione di una targa in ottone (offerta dal Comune di Parma) sulla collina dove fu ucciso, nei pressi di ciò che rimaneva dell’“altro” monumento a lui dedicato, eretto nel 1940 e distrutto in una data imprecisata [Mascolo 2020].

La dedica fatta incidere dall’amministrazione comunale, che recitava «La città di Parma a Vittorio Bottego, suo figlio illustre a cento anni dalla prima esplorazione africana 1887-1987» contiene un errore storico piuttosto evidente: Bottego, infatti, nel 1887 era per la prima volta sbarcato in Africa, mentre la prima esplorazione, quella che attraversò la costa dancala tra Assab e Massaua, fu realizzata solo quattro anni dopo, nel maggio del 1891.

Fig. 7. La targa fatta apporre dal Comune di Parma sul Daga Roba [foto Antonio Mascolo].
Fig. 7. La targa fatta apporre dal Comune di Parma sul Daga Roba [foto Antonio Mascolo].

La spedizione celebrativa riportò l’attenzione della città su Vittorio Bottego, di cui molto si scrisse in quelle settimane; del militare venne veicolata un’immagine in linea con la lettura espressa durante il centenario, dove ancora una volta l’aneddotica aveva un ruolo di primo piano e la riflessione storica, semplicemente abbozzata, rimaneva ai margini del ragionamento [55]: la sua funzione ed il suo contributo concreto all’esperienza coloniale venivano dunque rimossi dalla caratterizzazione dell’esploratore offerta dalla «Gazzetta di Parma», nonostante la storiografia avesse compiuto in quegli anni notevoli passi in avanti sul tema.

Se infatti nell’Italia repubblicana la ricerca storica su Vittorio Bottego e su altri protagonisti dell’esperienza coloniale inizialmente non segnò una discontinuità rispetto a quella realizzata in precedenza [56], dal momento che la prospettiva degli studi rimaneva «spesso ancora legata a vecchi miti» [Labanca 1997, XIV], dalla seconda metà degli anni Settanta furono prodotti una serie di contributi critici innovativi, che permettevano uno sguardo nuovo sul colonialismo italiano ed i suoi protagonisti. L’importante lavoro storiografico e la mole di spunti ed informazioni rese note non modificarono tuttavia più di tanto l’immagine di Bottego offerta in occasione della spedizione celebrativa, che al contrario rimase ancorata ai modelli precedenti.

Nel 1997, nel centenario della morte di Bottego, una serie di iniziative vennero organizzate a Parma per ricordare la figura dell’esploratore [57]. Il momento centrale delle celebrazioni fu il convegno di studi che si tenne venerdì 24 e sabato 25 ottobre, a cui parteciparono accademici e studiosi di diverse discipline, oltre a biografi e ricercatori indipendenti (riuniti appositamente in un Comitato Bottego) [58].

Luigi Allegri e Giovanni Buttarelli, assessori alla Cultura dei due principali enti organizzatori (Comune e Provincia di Parma), nell’introduzione al convegno esplicitarono la necessità di inserire Vittorio Bottego (ed il suo monumento) nei grandi fenomeni propri del loro tempo, ed in particolare nell’avventura coloniale, per potere così dare dell’esploratore un giudizio equilibrato:

Una delle prime immagini che accolgono il visitatore che arriva a Parma col treno è, nel piazzale della Stazione, il monumento bronzeo dello Ximenes eretto nel 1907 nel decennale della morte di Vittorio Bottego. Si tratta di un Bottego armato, marziale, che domina due indigeni africani distesi ai suoi piedi, con un’iconografia che certo vuole significare il dominio simbolico sui territori esplorati da Bottego ma che evidenzia anche un non mascherato sentimento razzista di superiorità dell’uomo bianco, conquistatore e dominatore. […] Quel che è certo è che oggi nel centenario della morte, si presenta l’occasione per ripensare la figura storica di Bottego – esploratore, naturalista, uomo d’arme, avventuriero – e insieme ripercorrere la vicenda delle esplorazioni africane, del colonialismo italiano ed europeo e più in generale del rapporto della nostra cultura con la storia e la cultura dell’Africa [Vittorio Bottego e le esplorazioni in Africa 1997, 3] [59].

Il contributo fornito dagli storici – tra cui Angelo Del Boca, Nicola Labanca e Francesco Surdich [60] – fu affiancato da approfondimenti biografici, testi sulla dimensione scientifica e geografica dell’esploratore parmigiano e sul suo monumento [61].

Il tentativo di definire storicamente la figura di Vittorio Bottego si palesò anche nella riedizione de Il Giuba esplorato, curata da Nicola Labanca ed arricchita di numerosi contributi critici; a 102 anni dalla prima edizione il testo che aveva consacrato Bottego come “re delle esplorazioni” ora gettava una nuova luce sull’esploratore parmigiano stesso, mettendo sotto i riflettori i netti avanzamenti che la storiografia nel corso degli anni aveva prodotto.

Oltre al convegno venne organizzata una mostra documentaria, intitolata Vittorio Bottego e le esplorazioni in Africa 1897-1997 nella quale furono presentati al pubblico fotografie scattate dall’esploratore e lettere da lui scritte ai suoi familiari [62].

Vittorio Parisi, consulente con Manlio Bonati per l’evento, nella prefazione del catalogo scrisse che la mostra poteva rappresentare l’occasione per far emergere Bottego «in una visione decantata di elementi ideologici che spesso hanno offuscato la grandezza di questo esploratore», rendendo così giustizia a un uomo che «fu altra cosa che un capitano dell’esercito alla testa di un manipolo di invasori colonialisti, fu un esploratore compiuto nel solco della tradizione europea» [Mezzadri, Spocci 2003, XI, IX].

La narrazione pubblica su Vittorio Bottego fornita in questa occasione fu dunque molteplice: ai critici contributi storici si affiancarono i testi dei biografi, che riproposero, nel complesso, l’immagine del viaggiatore scienziato, amante dell’avventura, dominatore dell’Africa oscura ma intimamente legato alla sua città natale.

Qualche anno dopo le celebrazioni, il giornalista Giorgio Torelli sostenne che, sebbene «pigramente», i parmigiani avevano di Bottego «un’idea epica», ed il suo monumento, a lui particolarmente caro, era un patrimonio condiviso dalla città, tanto che eventuali critiche non sarebbero potute giungere che da altrove:

Ogni volta che il treno mi recapita a Parma, e provo gioia nel ripercorrere (adagio) il prologo della città, eccomi fermo – dopo un attimo – davanti al monumento che i parmigiani eressero nel 1907 all’esploratore Vittorio Bottego. […] Il capitano vi figura in posa, eretto su rocce che simboleggiano i monti degli Arussi e contornato da due guerrieri Galla, in atto di sottomissione. Può capitare che i parmigiani rammentino ancora il nome simbolico dei due africani armati. Essi raffigurano, appunto, il Giuba e l’Omo, messi a nudo dall’esploratore di San Lazzaro. Gli africani scolpiti se ne stanno lì, buoni buoni, e la vasca muschiosa dei pescetti li riflette: non so per quanto tempo ancora. Quando – come dicevo – mi fermo a salutare il capitano, sono spesso raggiunto da un pensiero. Prima o poi – mi dico –, dal crescere dei cosiddetti extracomunitari neri nella società di Parma, si leverà una voce, o più voci, perché il Bottego che “invase” l’Africa sparando, e la trattò da uomo bianco sopraffatore e violento, venga rimosso dal piedistallo onorifico. Al mondo accade di tutto. E dunque anche questa petizione potrebbe aver luogo [Torelli 2003, 111-114].

La previsione di Torelli si rivelò solo in parte esatta: negli stessi mesi in cui A la ventura col capitano Bottego veniva stampato, Leonardo Di Jorio, “bianco” e consigliere di circoscrizione del quartiere Cittadella, in una lettera al direttore della «Gazzetta di Parma» espresse un punto di vista assai differente sull’esploratore e sul suo monumento:

Il monumento rappresenta molto bene uno dei periodi più tristi della nostra storia patria che vide un colonialismo straccione avventurarsi in guerre sciagurate, portatrici di morti e distruzioni in Africa e lutti in Italia. Se poi si prende in esame “l’illustre” concittadino, ci vuole oggi del coraggio a considerarlo un eroe meritevole di monumenti e di piazze alla memoria [63].

Fig. 8. Il monumento a Vittorio Bottego oggi.
Fig. 8. Il monumento a Vittorio Bottego oggi.

Dieci anni dopo le celebrazioni per il centenario della morte la visione edulcorata e parziale di Vittorio Bottego venne tuttavia sancita in maniera (simbolicamente) definitiva con la pubblicazione, all’interno della collana I «grandi» di Parma del testo di Vittorio Parisi a lui dedicato [Parisi 2007]: il militare parmigiano trovava così posto nel pantheon cittadino, accanto a personaggi come Giuseppe Verdi, Benedetto Antelami e Arturo Toscanini.

Il monumento di Ximenes rimase dove lo scultore palermitano lo aveva voluto, fino al 7 giugno del 2010, quando a causa delle operazioni di riqualificazione dell’area della stazione ferroviaria il trittico venne prelevato per essere restaurato.

Terminati i lavori, il monumento il 28 aprile 2014 venne riposizionato all’interno del laghetto, ma con un differente orientamento, rivolto verso l’ingresso della stazione ferroviaria: lo sguardo di Bottego, prima indirizzato verso le terre orientali, simbolo dell’inesplorato, venne così diretto a Nord, verso il cuore di quell’Europa che mise in piedi il sistema coloniale di cui, a pieno titolo, egli fu protagonista e simbolo.

7. Conclusioni

Recentemente, in seguito all’imporsi di rilevanti movimenti sociali contro le discriminazioni razziali e alle differenti azioni sanzionatorie da essi messe in pratica contro alcuni monumenti [64], un intenso dibattito si è sviluppato in Italia riguardo le «tracce scomode del nostro passato» coinvolgendo anche Vittorio Bottego e la sua rappresentazione bronzea [Scego 2020].

Igiaba Scego ha inserito il monumento al militare parmigiano nella lista dei monumenti «pesanti» e controversi; per la scrittrice afrodiscendente su questi simboli era necessario, in primo luogo, attivare una discussione collettiva e reale, «patrimonio di tutti», per poi poter così ragionare su come intervenire su di essi, valutando, caso per caso, l’opzione migliore [Scego 2020; vedere anche Deplano 2020].

L’esigenza esplicitata da Igiaba Scego, basata in primo luogo sulla conoscenza della reale portata storica di Vittorio Bottego – superando dunque i differenti paradigmi interpretativi sviluppati nel XX secolo – è stata manifestata anche nella città ducale, dove nel corso degli ultimi anni sono state realizzate alcune iniziative di storia pubblica riguardanti l’esploratore e l’esperienza coloniale. Nel 2017 il monumento è stato tappa della visita guidata L’Africa in città – Memorie di un’invasione, mentre nel 2020 l’incontro L’esploratore perso nell’oblio. Vittorio Bottego tra mito e verità storica, inizialmente previsto sotto al trittico di Ximenes, a causa delle restrizioni legate all’emergenza sanitaria è stato realizzato online [65].

Infine nell’ambito del recente dibattito sulle statue controverse a livello locale alcuni esponenti della società civile hanno proposto lo spostamento [Galletti 2020] e la risignificazione [Gallicani 2020] del monumento; queste iniziative, come quelle di carattere storico, hanno evidenziato la necessità di aggiornare, alla luce dei dati storici emersi nel corso degli anni, il giudizio comune su Vittorio Bottego e più in generale sul colonialismo italiano, e per questo costituiscono una parte del più generale percorso di “decolonizzazione dal basso” che da anni viene messo in pratica da alcuni studiosi, collettivi e ricercatori italiani [66].

Bibliografia

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Risorse


Note

1. Sulla Società geografica italiana si vedano: Carazzi 1972 e Natili 2008. Un elenco delle spedizioni organizzate dalla Sgi è disponibile in De Agostini 1937.

2. Matteo Grixoni nacque a Sassari il 4 dicembre del 1859; avviato da ragazzo alla carriera militare, nel 1888 ottenne il grado di capitano di artiglieria. Partecipò alla spedizione alle sorgenti del Giuba in virtù del contributo economico di 12.000 lire che mise a disposizione della stessa; tuttavia, a causa di alcuni contrasti con Bottego dopo poco più di cinque mesi di viaggio abbandonò il gruppo, compiendo, assieme a 32 ascari, l’esplorazione del fiume Daua. Negli anni seguenti Grixoni accusò a più riprese il militare parmigiano di svariati crimini, errori ed imprecisioni; le sue denunce furono tuttavia silenziate dalla stampa dell’epoca, trovando spazio solo su alcune testate di orientamento socialista. Sull’argomento si veda: Bonati 2006.

3. Si vedano, fra i tanti: La strage della missione Bottego, in «Gazzetta di Parma», 2 maggio 1897; La strage della spedizione Bottego confermata, in «Avanti!», 3 maggio 1897; G. Borelli, Vittorio Bottego, in «Corriere della Sera», 4-5 maggio 1897 e Vittorio Bottego, in «L’Illustrazione popolare», 16 maggio 1897.

4. Per Vittorio Bottego, in «Gazzetta di Parma», 4 maggio 1897.

5. Per un ricordo a Vittorio Bottego, in «Gazzetta di Parma», 5 maggio 1897.

6. Per Vittorio Bottego, in «Gazzetta di Parma», 4 maggio 1897.

7. Archivio storico comunale di Parma (ASCPR), Amministrazione Comunale 1907, b. 1579, Comitato per un monumento a Bottego, 5 agosto 1907.

8. Ivi, Giornale di cassa del Comitato per un monumento a Vittorio Bottego, s.d. e Riepilogo delle somme raccolte per un monumento a Vittorio Bottego, s.d.

9. Ettore Ximenes (1855-1926) fu uno scultore ed illustratore italiano. Nel corso della sua carriera produsse numerosi monumenti in Italia e all’estero, caratterizzati da uno stile baroccheggiante con forti tendenze simboliste. Nel 1899 eresse a Peveragno (Cuneo) il monumento al maggiore Pietro Toselli, caduto durante la battaglia dell’Amba Alagi (7 dicembre 1895). A Parma oltre al monumento a Bottego Ximenes progettò il complesso dedicato a Giuseppe Verdi (1920) e la statua in bronzo posta sull’obelisco del monumento alla Vittoria (1931).

10. Gravi rivelazioni africane intorno alla spedizione Bottego, in «Avanti!», edizione romana, 25 maggio 1905.

11. Lo scandalo della spedizione africana. Un monumento a Bottego?, in «Avanti!», edizione romana, 12 giugno 1905.

12. ASCPR, Amministrazione Comunale 1907, b. 1579, Lettera dell’ing. Massimo Maffei al presidente del Comitato Bottego, 21 maggio 1907.

13. Ivi, Lettera del sindaco di Parma al presidente del Comitato per il monumento a Vittorio Bottego, 8 agosto 1907; testo sottolineato nell’originale.

14. E. Ronna, In memoria di Vittorio Bottego, in «Gazzetta di Parma», 26 agosto 1907 (I); 12 settembre (II); 16 settembre 1907 (III).

15. E. Ronna, In memoria di Vittorio Bottego II, in «Gazzetta di Parma», 12 settembre 1907.

16. Si vedano: Le celebri spedizioni affricaniste – A proposito del monumento a V. Bottego I, in «L’Idea», 7 settembre 1907; Le celebri spedizioni affricaniste – A proposito del monumento a V. Bottego II, in «L’Idea», 14 settembre 1907; Le celebri spedizioni affricaniste – A proposito del monumento a V. Bottego. Come si creano le glorie militaresche. Rivelazioni e documenti, in «L’Idea», 25 settembre 1907.

17. Le celebri spedizioni affricaniste – A proposito del monumento a V. Bottego I, in «L’Idea», 7 settembre 1907.

18. Si allude al contenuto del XIII capitolo de Il Giuba Esplorato, nel quale vengono descritte le caratteristiche della città di Lugh e gli usi e costumi dei suoi abitanti. Sulla vicenda vedere Fusco 1997, 300-303 e Bonati 1997, 207-217.

19. E. Ronna, In memoria di Vittorio Bottego II, in «Gazzetta di Parma», 12 settembre 1907.

20. Il monumento costò 13.567 lire; di queste più di un terzo furono donate dal Comune e dalla Provincia di Parma. Alla sottoscrizione parteciparono in maniera consistente anche altre istituzioni, tra cui vari ministeri. Cfr. ASCPR, Amministrazione Comunale 1907, b. 1579, Giornale di cassa del Comitato per un monumento a Vittorio Bottego, s.d.

21. L’inaugurazione del monumento a Vittorio Bottego, in «Gazzetta di Parma», 27 settembre 1907.

22. All’inaugurazione partecipò anche Edoardo Ximenes, fratello di Ettore e direttore artistico de «L’Illustrazione Italiana» [Zilocchi 1994, 48], che qualche giorno dopo pubblicò in copertina una fotografia del monumento a Vittorio Bottego («L’Illustrazione Italiana», 29 settembre 1907).

23. L’inaugurazione del monumento a Vittorio Bottego, in «Gazzetta di Parma», 27 settembre 1907.

24. L’apoteosi dell’”eroe” affricano, in «L’Idea», 28 settembre 1907. Secondo Bonati [1997, 391, nota 22] «circa mille metallurgici e alcune bustaie» protestarono contro l’inaugurazione del monumento.

25. Si vedano: G. Ceccherelli, In difesa di un eroe (Vittorio Bottego), in «L’Emilia», 25 settembre 1907 e, dello stesso autore, In memoria di un eroe, in «L’Emilia», 5, 6 e 13 ottobre 1907 (citati in Bonati 1997, 123 e 417).

26. Monumento di bronzo e gloria di cartapesta, in «L’Idea», 5 ottobre 1907.

27. Il grande comizio patriottico, in «Gazzetta di Parma», 1 aprile 1912; Per la grande manifestazione patriottica, in «Gazzetta di Parma», 27 marzo 1912; Nuove e più entusiastiche dimostrazioni ai soldati partenti, in «Gazzetta di Parma», 27 aprile 1912.

28. Dagli anni Settanta dell’Ottocento anche Parma, in linea con il resto d’Italia, aveva vissuto una intensa fase di erezione di monumenti legati a personalità locali e risorgimentali. Oltre ai già citati Bottego e Verdi, si segnalano, tra i più importanti, i monumenti dedicati a Vittorio Emanuele II (1883), Giuseppe Garibaldi (1893), Parmigianino (1879), Correggio (1870).

29. Alla ricerca dei resti di Vittorio Bottego, in «Corriere della Sera», 6 settembre 1925. Della spedizione Civinini realizzerà il documentario Sulle orme di Vittorio Bottego, 1931.

30. Com’è nata l’Italia coloniale, in «Corriere della Sera», 21 aprile 1926; La mostra coloniale a Roma sarà inaugurata oggi dal Duce, in «Corriere della Sera», 1 ottobre 1931; Il santuario degli esploratori d’Africa, in «Corriere della Sera», 11 aprile 1931; L’opera del governo fascista per la valorizzazione delle colonie, in «Corriere della Sera», 28 marzo 1933; Sosta alla casa di Bottego, in «Corriere della Sera», 25 giugno 1935; I titoli giuridici, politici e umani dell’Italia a compiere l’impresa contro la schiavista e barbara Abissinia, in «Corriere della Sera», 17 luglio 1935.

31. Bottego commemorato nella sua città natale, in «Corriere della Sera», 11 giugno 1928.

32. Uscirono in questi anni De Benedetti 1929; De Benedetti 1930; Lavagetto 1934, Pedrotti 1937. Nel 1930 fu anche realizzata la voce del dizionario Treccani, consultabile al link: https://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-bottego_%28Dizionario-Biografico%29. Nel 1931 fu concluso il documentario sulla spedizione di Guelfo Civinini. Bottego è infine protagonista di alcuni fumetti dell’epoca, come ad esempio, la serie realizzata da Guido Fantoni del periodico a fumetti «L’Avventuroso».

33. L’ultimo viaggio africano di Vittorio Bottego, in «Gazzetta di Parma», 17 marzo 1935.

34. Il capitano Bottego e la ricerca dell’Omo, in «Gazzetta di Parma», 16 maggio 1935.

35. Inneggiando al Duce e alla patria cento operai parmensi sono partiti per l’Africa orientale, in «Gazzetta di Parma», 23 febbraio 1935; L’omaggio degli artiglieri parmensi al monumento a Bottego, in «Gazzetta di Parma», 19 marzo 1935; Vittorio Bottego commemorato a Parma, in «Corriere della Sera», 18 marzo 1935.

36. Da Parma partirono il 174° battaglione Camicie nere e il 180° battaglione Camicie nere, inquadrati nella 180ª legione Camicie nere Alessandro Farnese. Vedere anche Festose dimostrazioni di popolo ai Battaglioni Camicie nere, in «Corriere della Sera», 18 maggio 1935.

37. Parma interventista e diciannovista offre alla Patria due battaglioni di volontari e il Labaro dell’80ª Legione, in «Gazzetta di Parma», 18 maggio 1935. Vedere anche Festose dimostrazioni di popolo ai Battaglioni Camicie nere, in «Corriere della Sera», 18 maggio 1935.

38. Vittorio Bottego, in «Gazzetta di Parma», 25 gennaio 1936.

39. L’ardente appassionata manifestazione di popolo per la presa di Neghelli, in «Gazzetta di Parma», 23 gennaio 1936; Il giubilo di tutta Italia per la presa di Neghelli, in «Corriere della Sera», 23 gennaio 1936.

40. L’ardente appassionata manifestazione di popolo per la presa di Neghelli, in «Gazzetta di Parma», 23 gennaio 1936.

41. Le festose accoglienze ai reduci della “28 ottobre”, in «Corriere della Sera», 29 agosto 1936.

42. Riti e rievocazioni patriottiche, in «Corriere della Sera», 31 maggio 1937; La mostra celebrativa della vittoria imperiale, in «Corriere della Sera», 9 giugno 1937; La triennale delle Terre italiane d’Oltremare, in «Corriere della Sera», 4 marzo 1938; Impero e madrepatria, in «Corriere della Sera», 24 giugno 1938; Pionieri nelle terre dell’impero, in «Corriere della Sera», 16 luglio 1940.

43. La vita laboriosa di un villaggio di ex-schiavi, in «Corriere della Sera», 4 novembre 1938.

44. È stato individuato il posto dove cadde V. Bottego, in «Corriere della Sera», 10 settembre 1936.

45. Il 4 aprile sarà inaugurato a Daga Roba il monumento a Vittorio Bottego, in «Gazzetta di Parma», 28 marzo 1940.

46. G. Sguarino, Un monumento ricorda Vittorio Bottego sul monte dove l’esploratore fu trucidato, in «Gazzetta di Parma», 22 luglio 1960.

47. Il 4 aprile sarà inaugurato a Daga Roba il monumento a Vittorio Bottego, in «Gazzetta di Parma», 28 marzo 1940.

48. Sul colle un monumento “fantasma”, in «Gazzetta di Parma», 11 gennaio 1988. Sui tempi e le modalità di distruzione del monumento – avvenuta poco la perdita dell’Africa Orientale – non vi sono dettagli chiari.

49. La passione dei colonialisti per l’Africa italiana, in «Corriere della Sera», 21 agosto 1948.

50. L’azione del Gruppo Bottego in difesa delle nostre colonie, in «Corriere della Sera», 19-20 luglio 1948.

51. Compie vent’anni il Gruppo Vittorio Bottego, in «Corriere della Sera», 21 aprile 1966.

52. Giacomo Ferrari (1887-1984) fu sindaco di Parma dall’ottobre del 1951 al febbraio del 1963. Partecipò alle Barricate dell’agosto del 1922 e alla Resistenza come comandante partigiano (nome di battaglia Arta); dopo la Liberazione, ricoprì per alcuni mesi la carica di prefetto della stessa città e fu ministro dei Trasporti nel secondo e terzo governo De Gasperi (1946-1947). Nel 1948 fu eletto al Senato per il collegio di Parma.

53. Parma ha tributato degne onoranze a Vittorio Bottego nel centenario della nascita, in «Gazzetta di Parma», 25 luglio 1960.

54. L. Lambertini, Musica proibita per Corinna e rullo di tam-tam per Batula, in «Gazzetta di Parma», 27 maggio 1960; J. Bocchialini, La figura di Vittorio Bottego nella storia e nella leggenda, in «Gazzetta di Parma», 2 luglio 1960; Una anziana signora di Casello di San Lazzaro si ricorda di Vittorio Bottego, delle sue imprese e della sua morte, in «Gazzetta di Parma», 17 luglio 1960. Fa eccezione al ragionamento sopraesposto G. Sguarino Un monumento ricorda Vittorio Bottego sul monte dove fu trucidato, in «Gazzetta di Parma», 22 luglio 1960, nel quale viene descritta la progettazione, la realizzazione e la (mancata) inaugurazione ufficiale dell’obelisco eretto in memoria dell’esploratore sul Daga Roba nel 1940.

55. A. Mascolo, Il piccolo Bottego mangiava lucertole sognando la sua Africa a San Lazzaro, in «Gazzetta di Parma», 23 settembre 1987; L. Lucchetti, La loro Africa e V. Parisi, Capitan Raccoglitore, in «Il nuovo Raccoglitore», 90, 7 gennaio 1987. Gli articoli concernenti la spedizione celebrativa (tutti scritti dall’inviato della «Gazzetta di Parma» Antonio Mascolo) sono: La spedizione “Bottego” ha “conquistato” il Daga Roba, in «Gazzetta di Parma», 5 dicembre 1987, Uova fatali per Vittorio Bottego, in «Gazzetta di Parma», 6 dicembre 1987 e È diventato rosa il lago blu scoperto dal capitano, in «Gazzetta di Parma», 20 dicembre 1987. Sulla spedizione si vedano anche: Amighetti, Lucchetti, Mascolo 1988, 5.

56. Ad esempio la descrizione delle spedizioni di Bottego fatta da Enrico De Leone (De Leone 1955, 229-239) «continua a glissare sugli aspetti più discussi e scabrosi delle spedizioni Bottego» [Labanca 1997, XIV], e offre un immagine dell’esploratore sostanzialmente in linea con quella proposta prima del Ventennio fascista. Il primo contributo critico di rilievo fu apportato nella seconda metà degli anni Settanta da Angelo Del Boca, che aprì una stagione nuova per la storiografia riguardante l’esploratore parmigiano e più in generale il colonialismo italiano.

57. Il comitato organizzatore era composto da: Comune di Parma, Provincia di Parma, Università di Parma, Comune di Albareto (Parma), Comune di Scarlino (Grosseto), Società geografica italiana, Touring club italiano, Banca del monte e Segea - «Gazzetta di Parma».

58. Non abbiamo notizia della pubblicazione degli atti o di documenti connessi al convegno ad eccezione di Vittorio Bottego e le esplorazioni in Africa 1997.

59. Il testo di Allegri e Buttarelli venne anche inserito all’inizio della riedizione de Il Giuba Esplorato pubblicata per l’occasione.

60. Nicola Labanca tenne la relazione Vittorio Bottego nella storia e nel mito del primo colonialismo italiano; Francesco Surdich parlò de Il mito dell’esploratore africano nell’Italia post-unitaria; Angelo Del Boca presentò il volume de Il Giuba esplorato curato da Labanca: Vittorio Bottego e le esplorazioni in Africa 1997.

61. M. Bonati Vittorio Bottego, l’uomo e l’esploratore; V. Parisi, Vittorio Bottego naturalista; G. Scala, 1897-1907 il monumento a Vittorio Bottego, tutti in Vittorio Bottego e le esplorazioni in Africa 1997.

62. L’elenco delle manifestazioni collaterali è disponibile in Vittorio Bottego e le esplorazioni in Africa 1997.

63. Leonardo Di Jorio, Bottego non è un eroe, in «Gazzetta di Parma» (lettera al direttore), 27 aprile 2003. Qualche mese dopo lo stesso Di Jorio scrisse un’altra lettera al direttore del quotidiano parmigiano riguardante Bottego e la necessità di rivedere il giudizio dominante sull’esploratore: Leonardo Di Jorio, I giudizi su Bottego, in «Gazzetta di Parma» (lettera al direttore), 25 novembre 2003.

64. Dopo l’omicidio di George Floyd, afroamericano ucciso dalla polizia il 25 maggio 2020 a Minneapolis, numerosi movimenti di base statunitensi contro le discriminazioni razziali hanno organizzato manifestazioni di protesta, facendo pressioni per abbattere alcune statue raffiguranti schiavisti o esponenti della Confederazione. Queste mobilitazioni, oltre a produrre in loco un’accelerazione nel processo, iniziato qualche anno prima, di eliminazione di statue e monumenti controversi, hanno avuto una diffusione globale, ed hanno influenzato movimenti e proteste anche in Europa. Sull’argomento si rimanda a Deplano 2020 e al contributo di Elena Pirazzoli in questo dossier.

65. Cfr. L’Africa in città – Memorie di un’invasione, https://www.csmovimenti.org/lafrica-citta-memorie-invasione/; L’esploratore perso nell’oblio. Vittorio Bottego tra mito e verità storica https://www.youtube.com/watch?v=H—uveV58KI. Entrambe le iniziative sono state organizzate dal Centro studi movimenti di Parma.

66. Un interessante elenco di alcune azioni di “rilettura radicale” del colonialismo e di “guerriglia odonomastica” è disponibile in: Wu Ming 2 2021.